Cronaca
Ticino: la mafia addosso. Sveglia, sveglia, sveglia, che Troia brucia! La terra di nessuno che nessuno controlla. L'allarme sociale che non c'è: forse serve immaginare i mafiosi come gli asilanti con lo smartphone nuovo... Gobbi e Vitta tocca (anche) a voi accendere la luce
L'ANALISI - Indagine con il contributo di esperti che operano sul terreno e si occupano della presenza della criminalità organizzata in Ticino. Tra preoccupazione, e un po' di scoramento, per i campanelli d'allarme che non vengono ascoltati. Le responsabilità del potere politico e giudiziario. Siamo ignoranti e un po’ come i tossici: neghiamo di essere malati e di conseguenza poco ci importa di conoscere a fondo la patologia
“Cassandra, e con lei anche l'indovino Laocoonte, sosteneva che il cavallo era pieno di guerrieri armati e allora alcuni volevano bruciarlo, altri gettarlo in un burrone, ma i più ritennero di doverlo risparmiare come offerta votiva” 


di Andrea Leoni


Il primo problema è che non lo sappiamo. E il secondo problema è che facciamo poco o nulla per saperlo. Siamo ignoranti e un po’ come i tossici: neghiamo di essere malati e di conseguenza poco ci importa di conoscere a fondo la patologia.

 

Forse non è un caso che questa analisi sulla presenza delle organizzazioni mafiose in Ticino, cominci con un attacco con parole che messe in fila producono un linguaggio mafioso, riassumibile plasticamente nel più classico “non vedo, non sento, non parlo”. E vedremo che proprio da questa radice culturale cresce la pianta della nostra attuale inconsapevolezza, per esser gentili, rispetto al fenomeno della criminalità organizzata.

 

Per favore: ascoltateci. E una cortesia ai lettori

 

La stesura di questo lungo articolo - e per questo mi scuso con i lettori, chiedendogli la cortesia di uno sforzo per arrivare in fondo, grazie - è stata possibile grazie al contributo di persone che, a vario titolo e con varie funzioni professionali, si sono occupate o ancora si occupano, direttamente o indirettamente, della questione. Persone del territorio e con i piedi sul terreno che osservano da balconi privilegiati quanto sta accadendo in Ticino. Segnali che tuttavia spesso sono sotto lo sguardo di tutti. Ma siamo in una sorta di “eyes wide shut”, per dirla con Arthur Schnitzler: abbiamo gli occhi chiusi e spalancati.

 

Alcune di queste persone, che hanno parlato con noi chiedendo l’anonimato, sono sinceramente preoccupate e in parte anche scoraggiate, perché non sanno più cosa fare affinché i campanelli d’allarme vengano finalmente recepiti dalle autorità preposte, politiche e giudiziarie, che hanno il potere di agire. Ma anche dalla popolazione. Il loro auspicio, e anche il nostro, è che questo modesto contributo possa contribuire a scuotere le coscienze, a interrompere il sonno ingenuo da "Bella addormentata nel bosco" in cui ci troviamo: sveglia, sveglia, sveglia, che Troia brucia! Per favore: ascoltate e reagite.

 

Una questione di “cattivo gusto”

 

Per rappresentare quanto sta accadendo nel nostro Cantone, però, prenderò spunto da un racconto che vede protagonisti due celebri agrigentini, e non dal romanzo “Doppio sogno” dello scrittore austriaco sublimato da Stanley Kubrick.

 

Andrea Camilleri racconta, più o meno così, un episodio avvenuto nella casa di Luigi Pirandello. Mentre la famiglia dell’autore di “Uno, nessuno e centomila” consumava la cena, sotto casa un uomo venne accoltellato dopo una lite perfettamente udita dai commensali, grazie alle finestre spalancate sulla pubblica via.

 

“Senza che nessun ordine le fosse stato dato - scrive Camilleri - la cameriera si precipitò a chiudere persiane e finestre. Il non voler vedere, il non voler sentire, era l’atteggiamento più comune e diffuso tra le famiglie della borghesia siciliana, e che si poteva compendiare in questa semplicissima frase: “fatti loro”. Veniva eretto un muro dalle cosiddette “persone civili”, quelle cioè che badavano a non immischiarsi. Accennare a un fatto di mafia all’interno di un salotto di “persone civili” equivaleva come cattivo gusto”.

 

Ecco: anche in Ticino parlare di mafia equivale a cattivo gusto. C’è un gran sbattere di finestre ogni volta che qualche coraggiosa Cassandra denuncia, alza la voce o semplicemente pone la questione.

 

Intendiamoci senza ipocrisie. Le mafie in Ticino ci sono sempre state. E probabilmente un tot di presenza mafiosa è necessaria, addirittura indispensabile, nella società occidentale contemporanea, per soddisfare ad esempio la crescita economica (leggi PIL, studi interessanti) così come vizi sociali non estirpabili. D’altra parte se a queste esigenze non pensa lo Stato, qualcuno dovrà pur pensarci….no?

 

La terra di nessuno che nessuno controlla

 

Ma il nostro principale problema, si diceva all’inizio, è che non lo sappiamo. C’è una zona grigia, una terra di nessuno, che non è controllata e monitorata. Questo a causa di scelte politiche, e di politica e strategia giudiziaria, che fissano limiti e competenze tra i vari poteri inquirenti. Il Ministero Pubblico della Confederazione e la polizia federale, non controllano il territorio. E la Procura ticinese e la polizia cantonale non sono competenti per inchieste di mafia. Il risultato è questo punto franco di cui non conosciamo la fauna e la flora.

 

Che non ci sia nulla è da escludere, non foss’altro che perché la storia ci ha sempre dimostrato altro. Ma nessuno si sbilancia nel “pesare” la problematica. Del resto è comprensibile: abbiamo indizi, sensazioni frutto di esperienze professionali, ma non abbiamo le prove. Mancano i dati, anche solo le stime. Compresi quelli economici: quanto ci costa la criminalità organizzata? E chi si è arricchito sul nostro territorio?

 

Quanto è grave da 1 a 10?

 

Ho domandato a uno degli interlocutori più esperti: quanto è grave da 1 a 10? Sicuramente più di 5, mi ha risposto, ma mancano i numeri per rispondere oltre e con cognizione di causa.

 

Alcune cifre, infatti, emergono solo dalle grandi inchieste. Ma queste indagini, seguite da roboanti comunicati e certificate dai sequestri bancari, non fotografano il sottobosco. Ci dicono qualcosa della punta dell’iceberg ma non su quello che c’è sotto il pelo del mare. Ed è solo dalla base, da quel che non è visibile in modo palese, che possiamo comprendere il grado di infiltrazione della criminalità organizzata nel nostro tessuto sociale ed economico. Solo l’analisi di queste cellule può dirci se il tumore ha già preso gli organi e così via.

 

La mafia addosso

 

Quel che però non possiamo più tacere è il gran puzzo di mafia che si leva dalle nostre strade. Un puzzo che esce da alcuni bar e ristoranti miracolati da una ristrutturazione megalomane, oppure da incassi che non coincidono con le presenze. O dalle lavanderie, che lavano camice e denari. O dal mattone. O dai fallimenti delle società o da certe bucalettere delle SA. O da metodi di lavoro tipicamente mafiosi che sono apparsi solo in questi ultimi anni alle nostre latitudini, come il capolarato. O ancora da alcuni appalti e da alcune commesse pubbliche.

 

Il 9 giugno del 2016, intervistato dal Fatto Quotidiano, Dimitri Bossalini, di recente nominato comandante della polizia di Locarno, ha affermato: “Sono molto preoccupato per l’infiltrazione della criminalità organizzata in Ticino, sta erodendo letteralmente il tessuto economico. Se non facciamo qualcosa si compreranno tutto. Hanno approfittato dei bassi tassi delle ipoteche per acquistare stabili con cui riciclare i loro profitti, in alcuni comuni è lampante. E con queste persone ci stiamo abituando a convivere e a fare affari. Purtroppo in Svizzera per le indagini abbiamo spesso le mani legate: non abbiamo i mezzi che hanno gli inquirenti italiani”.

Una tesi tanto forte quanto ardita: perché a parlare è un poliziotto comunale, di territorio, ma neppure lui ha le prove giudiziarie, e lo ammette indirettamente con la metafora delle mani legate. Del resto gli strumenti di inchiesta più invasivi, e dunque più efficaci, sono in questo ambito a panneggio della polizia federale, che però, come spiegavamo, non controlla il territorio.

 

Una statistica da brividi e la parola mafia

 

Nelle ultime settimane, invece, la polizia cantonale ha diffuso una statistica che mette i brividi e che si riassume in una cifra: l’11% in meno di inchieste finanziarie. Ma, come ha dichiarato il Commissario Fabio Tasso alla RSI, “in realtà la criminalità economica è massicciamente aumentata”. Come si spiega dunque questo ossimoro? Con il fatto che la Sezione dei reati finanziari ha chiesto al Ministero Pubblico di affidarsi a loro solo quando è davvero necessario, per le inchieste più importanti insomma. Come facilmente immaginabile trattasi di indagini piuttosto complesse e le risorse sono quelle che sono. Altri dati snocciolati dal Commissario Tasso alla radiotelevisione pubblica: rispetto alla media del periodo 2009-2015, il reato di truffa è aumentato del 158%, la falsità in documenti del 216%, l’appropriazione indebita del 156%. Sulle nostre bocche, oltre alla parola “crisi”, alle parole “filibustieri”, “disonesti”, approfittatori” - coloro che di certo incidono e parecchio su queste statistiche pur non appartenendo alle organizzazioni criminali - vogliamo però aggiungerci anche la parola “mafia”? Così, come ipotesi di lavoro….

 

Per ora ci si limita a turarsi il naso, spesso con il fastidio capriccioso dell’inconsapevolezza. Anche se quel puzzo ci impregna anche i vestiti. E la mafia, spesso, ce l’abbiamo addosso. Questo è un punto fondamentale, perché è qui che si afferma la non consapevolezza con uno degli accenti più pericolosi: questo atteggiamento può condurci a diventare picciotti senza volerlo, senza giuramenti, servili aiutanti della criminalità organizzata. Ignari colpevolmente del male che la mafia fa all'estero.

 

Come il poliziotto di quartiere

 

Ma non abbiamo le prove: solo indizi, sensazioni, esperienze professionali. Per avere certezze è necessario scoprire e monitorare il fenomeno mafioso attraverso il controllo del territorio: ciò che non sta accadendo. Senza la prossimità delle forze di polizia è impossibile conoscere e circoscrivere il problema. Facendo un paragone comprensibile a tutti, in questo ambito occorrere schierare figure simili al poliziotto di quartiere. Che tutto osservano e tutti conoscono.

 

Le organizzazioni mafiose sono per natura silenti e hanno tutto l’interesse a non fare “scruscio” per dimostrare che non esistono. La mafia compera e strapaga, non si vede e poco si sente. La Svizzera poi, in particolare, è un Paese rifugio. Chi farebbe rumore nella sua tana attirando l’attenzione dei predatori? E quanto è difficile penetrare in certi uffici ovattati…

Di chi è la responsabilità?

 

Ma chi porta la responsabilità per questa pericolosissima inconsapevolezza, di questo preludio di irresponsabilità, che potrebbe celare un tumore aggressivo in grado di mangiarsi le viscere sociali ed economiche del Cantone, in una sostanziale indifferenza pubblica?

 

Sul piano giudiziario ci affidiamo all’opinione degli esperti interpellati. Tutti concordano nel mettere sul banco degli imputati il Ministero Pubblico della Confederazione e anche l’attuale procuratore generale Michael Lauber. Una struttura che in Ticino ha per ora avuto una storia piuttosto infelice, corredata anche da qualche flop clamoroso. Ma stando al presente - pur potendo contare su un organico imponente - la strategia sembra appunto dettata dall’inconsapevolezza di chi è lontano dal Ticino e dalla conoscenza del nostro Cantone e di ciò che accade in Italia. È assurdo, ci dice uno dei nostri interlocutori, che nonostante la mole di informazioni raccolte dalla polizia federale, ci sia un solo Procuratore Federale ad indagare su inchiesta di mafia in lingua italiana. L’Italia è a due passi da noi ma è un altro mondo. Ed è un mondo che chi indaga in Ticino deve conoscere a fondo. Altrimenti c'è il rischio di clamorosi abbagli, come quelli costati moltissimo in soldi e prestigio, compiuti dalla baldanzosa diffidenza del Ministero Pubblico della Confederazione di stampo bernese verso i ticinesi tutti: cittadini, avvocati e magistrati.

 

Siamo quasi all’incoscienza

 

Siamo quasi all’incoscienza. Incoscienza che troppo spesso si tenta di celare in pubblico, dietro a ciò che appare soltanto come una scusa: l’assenza di norme adeguate. Sul riciclaggio, ad esempio, abbiamo buone leggi, ed è difficile eluderle: e allora bisogna capire come e dove (Svizzera interna compresa) si fanno i lavaggi.

 

Insomma, le leggi ci sono, la struttura anche, bisognerebbe dunque prima interrogarsi sull’efficenza dei mezzi (tutti i mezzi) di cui disponiamo, sulla strategia e sulla volontà di aggredire il fenomeno. Non scordiamoci infatti che la selva legislativa e burocratica può facilmente trasformarsi in un virus soffocante e controproducente. C’è chi si chiede se tutto questo apparato, comunque necessario, non sia stato in realtà organizzato dal nostro Paese più per ragioni di politica estera (assistenza alle altre nazioni) che di politica interna. Si lamenta infine anche una collaborazione deludente con gli inquirenti ticinesi: coloro che potrebbero assolvere alla funzione di “poliziotti di quartiere anti mafia”.

 

Ma oltre al Ministero Pubblico della Confederazione non va dimenticato il Tribunale Penale Federale di Bellinzona, parte fondamentale di questa macchina. Purtroppo, lamentano sempre gli esperti, in generale negli anni i giudici si sono dimostrati poco coraggiosi nel portare a processo determinati casi. Nonostante le difficoltà più volte emerse nelle varie istruttorie, è infatti improbabile che i molteplici inquirenti che se ne sono occupati abbiano tutti preso un abbaglio. In questi casi, assolvere con formula piena determinati soggetti, equivale a spianar la strada alla mafia strisciante presente da decenni sul nostro territorio. Anche al TPF, insomma, sembra esserci un problema culturale e d’incapacità nel leggere e affrontare questi fenomeni.

 

Cosa può fare il Ticino: Gobbi e Vitta fatevi sentire

 

Ma solo Confederazione porta in dote delle responsabilità? No. Anche il Ticino può e deve fare di più. Non solo il potere giudiziario deve occuparsi del contrasto al fenomeno ma anche quello politico, di chi vive e conosce questo territorio. Lo si può fare in tanti modi. Facendo delle scelte su dove allocare le risorse. Sulle priorità di giustizia e polizia. Andando a picchiare i pugni a Berna - come facciamo sulle più svariate tematiche - per pretendere maggiore attenzione rispetto a questo problema. Lo si deve fare parlandone molto di più.

 

E quindi sì. Si può chiedere a Norman Gobbi un’altra attitudine, un’altra determinazione, nell’affrontare il fenomeno mafioso in Ticino e nel tematizzarlo mediaticamente soprattutto. Non che non lo abbia mai fatto (ne parlò ad esempio all’apertura di un anno giudiziario), ma il problema merita perlomeno la stessa ripetitività e lo stesso nerbo verbale che il ministro utilizza, con estrema efficacia, per temi che sono più nelle sue corde (i furti nelle abitazioni e l’immigrazione,ad esempio).

 


Nella pratica le due entità protagoniste, Confederazione e il Cantone, dovrebbero essere più unite. La prime per una questione di competenza data dalle leggi, ma anche per i contatti con chi indaga questi reati fuori dalla Svizzera. Il Ticino per conoscenza e presenza capillare sul territorio e in particolare con gli altri uffici cantonali, oltre alla polizia, che si occupano della presenza degli stranieri.

 

Ma anche Christian Vitta potrebbe dare un contributo importante. Tra una visita in azienda e un tavolo di lavoro, il direttore del DFE potrebbe ad esempio organizzare una conferenza sul tessuto economico malato della nostra economia. È meno sexy politicamente, ma sarebbe molto utile.

 

E poi i partiti che vanno per la maggiore. Perché nessuno ha tra le priorità di legislatura il contrasto alla criminalità organizzata? Il motivo non è, come pensa il becerume social, per paura o peggio per complicità. Semplicemente il tema non crea sussulti sociali sufficienti tra gli elettori e quindi finisce nel cassetto delle “cose da fare poi, semmai”.

 

L’economia e i cittadini

 

E poi il mondo dell’economia, che ha le antenne sul fronte più sensibile, e gli stivali nel fango della trincea. La storia ci racconta quanto è stato importante il contributo degli imprenditori, e delle associazioni di categoria, nel denunciare e nell’arginare il fenomeno mafioso. La crisi morde forte, soprattutto tra i piccoli e i medi, ed è quando il morso si fa più letale che si presenta l’illusoria mano del picciotto, che va sputata e non stretta. In questo senso non si può che incoraggiare l’azione intrapresa da Fabio Regazzi, presidente di AITI e Consigliere Nazionale PPD, con le sue recenti interrogazioni al Consiglio Federale.

 

E infine tocca ai comuni cittadini aprire gli occhi. C’è bisogno di uno sforzo. Proviamo ad immaginarci i mafiosi come se fossero gli asilanti con lo smartphone nuovo. Come se fossero persone con i tratti mediorientali e la barba abbastanza lunga da sembrare terroristi. Come se fossero “i frontalieri che ci rubano il lavoro”. Ecco: guardiamoli così. Allora forse riusciremo a far squillare le sirene sociali e a svegliare le autorità.



Pubblicato il 18.05.2017 11:53

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