Quarto Potere
Riflessioni sul giornalismo dopo la 'condanna' di Filippo Facci per un'opinione anti islamica. "In Ticino, un giornalista rischia di pagare un prezzo più alto per molto meno di un’opinione cruda. A meno che..."
SECONDOME - Antonella Rainoldi: "In Ticino, le associazioni professionali, il cui compito dovrebbe essere quello di ascoltare e difendere i giornalisti, non mettono bocca sulle opinioni dei loro affiliati, non si sostituiscono alla giustizia e non recano danno, ma..."
di Antonella Rainoldi *

Ho letto con attenzione frammista a stupore la notizia, riportata qualche giorno fa da «Liberatv» di Marco Bazzi, della sospensione del giornalista Filippo Facci dalla professione e dallo stipendio per due mesi per aver manifestato disprezzo nei confronti dell’Islam in un pezzo pubblicato su «Libero» un anno fa (leggi qui).

Difficile trovare un aggettivo che sanzioni in maniera inequivocabile le sensazioni suscitate dalla condanna. «Imbarazzante» rischia di essere troppo perentorio, ma rende l’idea, rende l’idea su tutta la linea. Facci non è stato punito per una negligenza professionale, ma per un’opinione; e la sentenza non è stata emessa da un tribunale, ma dall’Ordine dei giornalisti.

Tra i primi colleghi a venire in soccorso di Facci, Enrico Mentana. Il direttore del TG di La7 ha regalato ai lettori queste sacrosante parole: «Non voglio sapere cosa abbia scritto, la libertà vale per tutte le opinioni. E io con gente che sanziona le opinioni non voglio avere nulla a che fare. Ditemi quindi dove firmare per chiedere di abolire l’ordine dei giornalisti, ora che da inutile è diventato dannoso».

In Ticino, le associazioni professionali, il cui compito dovrebbe essere quello di ascoltare e difendere i giornalisti, non mettono bocca sulle opinioni dei loro affiliati, non si sostituiscono alla giustizia e non recano danno. Si esercitano a riempirsi la bocca di democrazia, di indipendenza, di libertà d’espressione, di diritto alla critica. Di tanto in tanto, distribuiscono premi. A ogni morte di papa, se conviene, inviano comunicati stampa di circostanza trasversali e firmano appelli a sostegno del giornalismo.

Il fatto curioso è che un giornalista, in Ticino, rischia di pagare un prezzo più alto per molto meno di un’opinione cruda: per il semplice fatto di manifestare un’opinione che non piace a chi primeggia nella tecnica della doppiezza (un’arte concessa ai cialtroni e a chiunque detenga un potere, anche piccolo): da una parte, predicare la libertà di parola, e dall’altra, abbracciare la vieta consuetudine di calpestarla perché il mondo è fatto di un solo colore, il suo.
A meno che il giornalista non appartenga alle mafiette corporative o non goda, per meriti di affiliazione più o meno esplicita, di sponsor politici e di varia umanità. In tal caso, tutto gli viene perdonato: la stessa opinione espressa da quel collega che non ha mai cercato protezione né difeso un interesse, la negligenza professionale, l’incapacità di motivare un pensiero, la scarsa confidenza con la lingua italiana, l’eccesso emotivo, la pretenziosità, l’inadeguatezza, il talento per le bufale e così via.

La sensazione è che in questo cantone presuntuoso, rissoso e diviso, colpire pochi giornalisti con una sospensione o, meglio, con l’emarginazione, serva a educarne molti.
Oggi, infatti, la censura va avanti con il pilota automatico. È il trionfo dell’autocensura, della marchetta spinta, dell’agiografia anticipata, del copia-e-incolla. È la riproposizione del modello più frusto: si fa quel che conviene, non quel che è giusto fare. Su questo punto, tutti zitti. L’eloquenza del silenzio vale più di una chiave di lettura.

* giornalista


Pubblicato il 30.06.2017 15:34

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