Salute e Sanità
Il dolore che non passa, la depressione, la cura. L'impatto sociale ed economico di una sofferenza cronica e il mal di schiena come malattia della civiltà moderna
A settembre aprirà ufficialmente i battenti alla Clinica Luganese il nuovo Centro per la cura del dolore. Mentre la struttura sta affrontando la fase di rodaggio, abbiamo discusso con il dottor Lorenz Wagner, responsabile del nuovo Centro, del male per antonomasia al centro del progetto e che prima o poi nella vita ci tocca tutti di affrontare: il dolore
LUGANO - Ufficialmente partirà a settembre, ma il nuovo Centro per la cura del dolore della Clinica Luganese è già in piena fase di rodaggio. Si tratta di un nuovo fondamentale tassello per Moncucco e per l’offerta sanitaria ticinese.

 

Lo schema con cui è stato immaginato e progettato il Centro, è lo stesso che la Clinica utilizza in tutti i suoi settori. Uno schema che si può sintetizzare con la parola multidisciplinarietà, che tradotto significa una presa a carico del paziente a 360 gradi: dall’aspetto fisico a quello psicologico.

 

“Siamo attivi da un paio di settimane e stiamo testando tutti i meccanismi e le procedure della nuova struttura”, ci spiega il dottor Lorenz Wagner, responsabile del nuovo Centro. “Gli attori protagonisti di questa nuova proposta sanitaria sono gli anestesisti con una formazione supplementare nella terapia del dolore, poi i reumatologi insieme ai fisioterapisti che si occupano dell’apparato locomotorio, e infine gli psichiatri. Ci sono infatti dei pazienti che sopportano dolori da tanto tempo con delle conseguenze psicologiche importanti fino a stati depressivi che impediscono la guarigione. Questo circolo vizioso tra dolore fisico e depressione può avere pesanti effetti anche sulla vita sociale con, di nuovo, un effetto negativo per la percezione del dolore. È uno dei pericoli maggiori che vogliamo scongiurare”. 

 

Il nuovo Centro, spiega sempre il dottor Wagner, “sarà soprattutto dedicato ai pazienti che soffrono di dolori cronici, vuol dire di un dolore che persiste e non guarisce entro il tempo prestabilito. La nostra idea è che queste persone vengano indirizzate a noi tramite i medici di famiglia, che sono i nostri partner fondamentali sul territorio”. 

 

Quanto alla casistica, racconta il nostro interlocutore, “la maggior parte dei pazienti, la metà se non di più, soffre di dolori alla schiena: una malattia della civiltà moderna”. “Il nostro obbiettivo - sottolinea il dottor Wagner - è quello di non lasciare soli i pazienti anche dopo aver finito eventuali infiltrazioni. In questo senso vogliamo valutare il paziente da vari punti di vista, non solo quindi sotto l’aspetto somatico ma anche psicologico, per cercare di trovare una soluzione definitiva e duratura al suo problema”. 

 

Al dottor Wagner, infine, abbiamo chiesto un’opinione sulla resistenza al dolore ai giorni nostri rispetto al passato: “Secondo me la gente prova lo stesso dolore che provava 20 anni fa, ma rispetto al passato si fa più fatica ad accettare l’idea di convivere con il dolore. Una volta le persone non avevano scelta e dovevano resistere. Oggi invece la medicina può offrire delle soluzioni anche se in certi casi illude i pazienti. Capita che qualcuno si presenti con già in testa la ricetta prima ancora della visita….”. 

 

“Un altro problema che riscontriamo oggi - chiosa il dottor Wagner - riguarda l’aspetto economico: un datore di lavoro può credere alla persona che ha male per un certo periodo, ma si deve agire rapidamente per migliorare la situazione altrimenti la crisi incide e a lungo andare queste persone rischiano di venir lasciate a casa. Qui i medici ma anche i pazienti stessi hanno una responsabilità: nei periodi in cui le persone non riescono a lavorare al 100%, però potrebbero svolgere il 50%, bisogna incoraggiarli e aiutarli a farlo. Anche perché, in questi casi generalmente, ogni giorno passato a casa è un giorno di peggioramento, non di miglioramento della situazione”.



Pubblicato il 07.08.2017 08:50

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