Politica e Potere
Giovanni Merlini e l'intervista sulla malattia. Il nostro "coccodrillo" alla rovescia (in vita anziché in morte) per il Consigliere Nazionale: breve ritratto umano di uno dei migliori politici ticinesi della sua generazione
Ha sorpreso molti leggere un Giovanni Merlini - solitamente uomo schivo, riservato, e dotato di quell’educazione al pudore antica che si è quasi completamente dissolta oggigiorno - raccontare senza orpelli ipocriti e retorici sentimenti e ferite che lo hanno profondamente segnato. Ecco il nostro omaggio
di Andrea Leoni

 

Nelle redazioni giornalistiche “il coccodrillo” è quel pezzo che si prepara quando è noto che un personaggio pubblico sta per passare a miglior vita. Così facendo, quando l’inevitabile accade, i giornali possono pubblicare rapidamente un articolo in grado di informare i lettori dettagliatamente, e con buona prosa, sui passaggi e sui tratti salienti della vita del defunto.

 

È possibile che seppellito in una cartella del computer di qualche giornalista ci sia un “coccodrillo” dedicato a Giovanni Merlini. Del resto, c’è stato un periodo qualche tempo fa, in cui molti credevano, e ripetevano, che non ce l’avrebbe fatta a sopravvivere.

 

Ora che invece sappiamo che sta molto meglio, ed è tornato ad essere come noialtri più di qua che di là, vorremmo dedicargli un “coccodrillo” alla rovescia. Un articolo cioè che ripercorra un pezzo del suo percorso politico in vita, anziché in morte. Un approccio che non si usa con le vie e con le piazze, purtroppo. E lo facciamo ispirati da quell’umorismo che il Consigliere Nazionale ci ha raccontato di aver utilizzato come antidoto alla paura, nei momenti più drammatici della sua malattia.

 

L’intervista che abbiamo pubblicato ieri, ha suscitato un enorme interesse. Il merito in questi casi non è mai del giornalista - che si limita a porre domande di quattro parole per cucire il racconto - ma dell’intervistato che concede ai lettori confidenze e confessioni in ragione non di un esibizionismo ma di uno scopo: quello di sensibilizzare il pubblico su un tema. Nella fattispecie la donazione delle cellule staminali e l’esperienza di un malato afflitto da una patologia rara e mortale.

 

Detto questo ha comunque sorpreso molti leggere un Giovanni Merlini - solitamente uomo schivo, riservato, e direi dotato di quell’educazione al pudore antica che si è quasi completamente dissolta oggigiorno - raccontare senza orpelli ipocriti e retorici sentimenti e ferite che lo hanno profondamente segnato.

 

Quando successe non ero informato della sua malattia. Appresi la notizia attraverso alcune fotografie che lo ritraevano durante i festeggiamenti nella sua Minusio, organizzati secondo tradizione per felicitarsi dell’incarico che aveva assunto come presidente della deputazione ticinese alle Camere federali.

 

Fu scioccante vedere quel fisico imponente, sempre curato e con la chioma mora e rigogliosa, che avevo sempre conosciuto, maltrattato e stravolto dalla malattia. Non so perché ma mi venne in mente quella sua falcata, tipica degli uomini alti come lo sono anch’io, decisa ma un po’ ingobbita nell’incedere, come nella perenne ricerca di un equilibrio. Mi chiesi se il male gli avesse già portato via anche quell’andatura che, nel suo caso, ne rispecchia anche la spiccata personalità. Telefonai in giro: “Ma cosa è successo a Giovanni?”. Le risposte, benché imprecise sul male, furono corrette sulla gravità della situazione.

 

Mi prese un senso di ingiustizia verso la vita cinica e bara, che raramente mi capita di provare, fatalista come sono. Merlini era stato da poco riconfermato al Consiglio Nazionale con una votazione strepitosa. Il giorno delle elezioni pensai che la politica poteva anche non essere solo cattiva verso i caparbi e i testardi, come Giovanni. Dopo tante delusioni, una vittoria bellissima che forse, pensai, lo aveva in parte risarcito di tante amarezze. Delusioni frutto sia dell’eterno roteare dei meccanismi della politica, sia di cattiverie gratuite, sia di suoi errori.

 

Quattro anni addietro, infatti, aveva sfiorato il seggio al Nazionale nel testa a testa con Fulvio Pelli, che poi gli lasciò la poltrona nel corso della legislatura. Otto anni prima, invece, quando era presidente e il Fiscogate era ancora caldo, pagò il conto alla parte del partito che lo vedeva come il nemico da abbattere: i tre uscenti - tra i quali il neo Consigliere Federale Ignazio Cassis che era da poco salito a Berna al posto di Laura Sadis, insediatasi in Consiglio di Stato a scapito di Marina Masoni - fecero quadrato, tagliandolo di fatto fuori dai giochi. Fu il festival della rigatura. Una dinamica del tutto simile a quella provata alle scorse elezioni federali da Rocco Cattaneo.

 

La traiettoria politica di Giovanni Merlini sembrava ormai segnata dalla sconfitta. Come se la fattura da pagare per essere stato, in coda alla sua presidenza, il numero uno all’interno della crisi più drammatica vissuta dal PLR in tempi recenti, non avesse prezzo per essere saldata. In effetti, quel conflitto con l’ala liberale del suo partito, fu senza esclusioni di colpi. Si sfiorò la scissione, non solo a parole. La perdita della maggioranza relativa in Governo dei liberali radicali è di fatto cominciata lì.

 

Si possono avere giudizi politici diversi, anche molto diversi, su come Merlini affrontò quel periodo. Quel che è certo è che fu un terremoto le cui scosse durarono a lungo. Quasi ogni giorno sulla stampa appariva una dichiarazione, un documento riservato, una lettera, in cui i due fronti all’interno del partito minacciavano fuoco e fiamme e se le davano di santa ragione. Uno stillicidio quotidiano al cui centro c’era sempre e comunque lui, inevitabilmente, come accade ad ogni capitano di vascello in burrasca.

 

A quel tempo, come giovane cazzetto del giornalismo ticinese, cominciavo ad occuparmi di politica cantonale su testate di una certa rilevanza regionale. Merlini, nonostante le balorde presunzioni e le grottesche vanità giovanili, tipiche dei cronisti alle prime armi - che purtroppo con gli anni non migliorano - mi trattò sin da subito come un interlocutore alla pari degli altri. Questo rapporto, insieme a quello avuto con altri che mi offrirono uguale considerazione, mi aiutò a scrivere articoli che mi fecero notare e che mi permisero di imboccare la strada del mio lavoro.

 

Lui, a quei tempi, spesso aveva ancora dei sussulti di arroganza, tipici di una certa stirpe liberale di allora, e in parte forse anche di oggi, che sfociavano in discussioni piuttosto accese. Sulle tensioni, naturalmente, avevano un peso anche il gioco delle parti, il politico e il giornalista, i miei errori e le mie esagerazioni, l’enorme pressione a cui l’allora presidente era sottoposto.

 

Ma Giovanni Merlini, a differenza di altri, non è mai andato a lamentarsi con il “sciur padrun” di quello scrivevo. Le sue rimostranze, anche molto dure, me le ha sempre espresse in faccia. Non che sarebbe cambiato qualcosa: ho sempre avuto la fortuna di avere editori che non si immischiavano troppo nelle faccende di redazione e direttori che non l’avrebbero in ogni caso consentito. Ma il comportamento da galantuomo resta, ed è merce rara: lo ricordo sempre con gratitudine quando penso a lui.

 

Agli sgoccioli della sua presidenza era quasi diventato insopportabile, sommerso dalle critiche della destra del suo partito, che lo indicava come il colpevole dello sfascio, e della sinistra, che gli rimproverava di non essere stato abbastanza duro con la controparte. Ma non appena mollò il timone del PLR, come d’incanto, tutti gli atteggiamenti irruenti, burberi e altezzosi, scomparvero. Tornò ad essere un uomo sereno, sorridente, dialogante. Soprattutto riaffiorò nella sua attività pubblica quell’enorme cultura politica, quel bagaglio di competenze, quella retorica forbita e scintillante, che ne fanno senza alcun dubbio uno dei politici con lo spessore e la statura migliore della sua generazione.

 

In effetti, se pensiamo all’uomo politico come rappresentante di una forma artistica, nella sua massima espressione, o come uomo di Stato con un guardaroba adeguato per vestire quei panni, dei rappresentanti attualmente in carica, Giovanni Merlini e Filippo Lombardi sarebbero stati i ticinesi con più struttura per ambire a un posto in Consiglio Federale. Seppur con accenti e per motivi diversi.

 

Ma i Governi qua da noi non si fanno con le ipotesi, neppure con i meriti o le competenze in assoluto, ma con ciò che c’è a disposizione rispetto alle contingenze e alle occasioni che si presentano.

 

Per lui, quindi, non si tratta di un treno perduto, perché oggi come oggi non ci sarebbe comunque voluto salire. La parabola della sua vita, come ha spiegato, ha preso un’altra piega che contempla priorità diverse rispetto alla carriera politica. Ed è paradossale annotare come questa rinuncia, in fondo, non sia altro che una forma bizzarra di fortuna.



Pubblicato il 12.10.2017 15:57

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