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19.04.2020 - 21:550

Il "Diario del contagio" di Christian Camponovo: "Dalla banale influenza al silenzio delle autorità... Gli errori e i ritardi da cui dobbiamo imparare. Perché il virus resterà tra di noi..."

L'appassionata lettera che il direttore della Clinica Luganese ha inviato ai collaboratori: “Se la chiusura fosse intervenuta qualche giorno dopo il numero di casi registrati in Ticino sarebbe come minimo raddoppiato”

LUGANO - Quello che il direttore della Clinica Luganese Moncucco, Christian Camponovo, ha riassunto in 8 pagine inviate venerdì scorso ai collaboratori della struttura è una sorta di diario della crisi. Il diario del Covid-19 in Ticino. Una dettagliata analisi che Camponovo ha scritto in questi giorni, dal suo osservatorio privilegiato, la Clinica, appunto, mettendo in luce gli errori commessi nell’affrontare quella che inizialmente veniva considerata una semplice influenza. Errori e carenze che, scrive, dovranno insegnarci come affrontare il virus in futuro. Vale la pena di leggere questo “diario del contagio”, che riportiamo integralmente, per capire cosa è successo, cosa non è successo, cosa poteva succedere e cosa poteva non succedere… E perché…

 

di Christian Camponovo *

 

Care Collaboratrici e cari Collaboratori della Clinica,

 

una ventina di anni fa, quando un po’ casualmente mi ero trasferito – professionalmente parlando - dalla ricerca applicata al settore della sanità, negli ospedali si iniziava a parlare con sempre più insistenza dell’errore umano. Si evidenziava in particolare quanto l’errore fosse intrinseco in ogni attività umana e quanto fosse importante non ricercare dei colpevoli, ma analizzare gli avvenimenti per imparare dagli errori e prevenirli. Quel semplice concetto mi è restato ben stampato nella testa ed è diventato l’elemento chiave che utilizzo per analizzare le più disparate situazioni. Cerco di farlo anche oggi, in piena epidemia COVID-19, perché analizzare gli ultimi mesi, dalla “nascita” del virus ad oggi, alla ricerca di cosa ha funzionato e cosa no, è fondamentale per prepararci al meglio alla prossima fase della lotta al virus.

 

Tutti, almeno gli operatori del settore, ricordano sicuramente le notizie che ci giungevano dalla lontana Cina e più in particolare da una provincia che ho trovato per curiosità su Google Maps, ma di cui nemmeno sognavo l’esistenza. Erano per tutti gli spensierati giorni delle ferie natalizie. Un nuovo virus stava creando non pochi problemi e preoccupazioni ai cinesi e questo nonostante il numero di casi accertati fosse ancora assai basso (poche decine, se ricordo bene).

 

In poco tempo la Cina aveva mostrato quelle capacità organizzative su cui non avevo mai dubitato: sono stati edificati in pochi giorni 3 ospedali per un totale di 3'000 posti letto; per ogni nuovo contagio (e sono stati migliaia), si è proceduto a tracciare tutti i contatti isolando tutte le persone a rischio per un periodo piuttosto lungo; sono state introdotte infine delle misure particolarmente restrittive delle libertà individuali. L’intento era chiaramente quello di curare le persone ammalate, ma soprattutto di contenere la diffusione del virus.

 

Le immagini sul “distanziamento sociale” applicato in Cina mi avevano abbastanza impressionato, ma la lontananza geografica e la difficoltà a percepire la reale incidenza della malattia su una nazione che conta più di un miliardo di popolazione, mi avevano tutto sommato tranquillizzato. Mi ero chiaramente sbagliato. E, come me, lo hanno fatto moltissime persone.

 

Soprattutto le Autorità sanitarie di mezzo mondo e anche l’OMS hanno sottovalutato i segnali provenienti dalla Cina, compiendo così un grave errore. Una prova la possono raccogliere tutti, analizzando semplicemente i contenuti dei giornali dei mesi di gennaio e di febbraio.

 

Quando il Covid-19 era solo una normale influenza

 

Interessanti anche le posizioni degli esperti, infettivologi e virologi in primis. Molti di loro facevano a gara per apparire sulla stampa ad affermare che non si trattava di nulla di più di una normale influenza!

 

Se ci concentriamo alla sola Svizzera, scorrendo la cronologia delle comunicazioni importanti trasmesse dell’Ufficio Federale della Sanità Pubblica - UFSP - ad inizio 2020, ci accorgeremo quali erano i veri “temi caldi”: la donazione d’organi, l’andamento dell’ondata influenzale, le sostanze inquinanti nel corpo e altri ancora.

 

Bisogna ammetterlo e farne tesoro: la diagnosi di cosa sarebbe successo di lì a poche settimane, direi quasi giorni, è stata completamente mancata.

 

Vivevamo ancora tutti nell’illusione che saremmo stati risparmiati dal virus che la Cina si apprestava a combattere con misure che noi non avremo mai la possibilità di introdurre e con una celerità di decisione e di azione che solo un governo fortemente autoritario può permettersi.

 

Tra fine gennaio e inizio febbraio l’attenzione su quello che stava succedendo in Cina è progressivamente aumentato. Almeno nel settore sanitario si è iniziato, timidamente e senza troppa convinzione, a valutare le necessità di approvvigionamento di materiale per la protezione individuale. Questa prima risposta era come indicato molto timida e anche assai prudente, forse per il fatto che chi aiuta a creare le opinioni collettive (gli “opinion maker”) continuavano a parlare di qualcosa che era molto simile ad una banale influenza.

 

Dov’era l’Ufficio federale della sanità?

 

Malgrado il numero crescente di contagi in Cina e malgrado l’introduzione di drastiche misure di contenimento, le Autorità svizzere non hanno ritenuto necessario elaborare degli scenari oppure, se lo hanno fatto, si sono ben guardate dal renderli pubblici.

 

Penso che sia naturale e anche giusto chiedersi dove erano in questo momento le nostre autorità e in particolare l’UFSP. Anche il mondo universitario svizzero, quello legato alla medicina, ma non solo, si è completamente disinteressato al tema e questo ha privato le strutture sanitarie di competenze che “avremmo avuto bisogno come il pane” per affrontare quella che si sarebbe poi rivelata una pandemia.

 

Con il senno di poi siamo tutti bravi e questo già lo sappiamo. Non posso però astenermi dal pensare che in futuro sarà necessario un drastico cambiamento di rotta, garantendo un monitoraggio nettamente più stretto e reattivo, e questo con l’intento di permettere a chi lavora “sul campo”, o “al fronte” se preferite, di prepararsi con un certo anticipo.

 

7 febbraio: il primo caso sospetto in clinica

 

Ricordo ancora bene il giorno in cui in Clinica abbiamo avuto il primo caso sospetto. Era il 7 febbraio, quando in mattinata è scattato il dispositivo introdotto la settimana precedente in vista di un possibile “contatto” tra la nostra Clinica e il virus. Un giovane cinese, rientrato da poco dalla sua patria natia, aveva dei sintomi compatibili con il virus, o almeno con quelli che ci avevano spiegato essere i sintomi di questa nuova malattia da Coronavirus. Non c’era infatti ancora nessuna chiarezza su cosa fosse esattamente il virus e su come andava trattato.

 

Erano i tempi in cui ogni singolo striscio, quelli che in gergo sono rapidamente diventati “i tamponi”, doveva essere inviato a Ginevra (chissà poi perché qualcuno ha avuto la geniale idea di concentrare nella prima fase, quella più importante e delicata, tutta la diagnostica a Ginevra!).

 

Il paziente, che tutto sommato godeva di un buono stato di salute generale, aveva dovuto trascorrere una notte nell’unica camera della Clinica in cui si poteva garantire un isolamento al 100%, anche per eventuali malattie trasmissibili tramite aerosol, come ci indicavano gli esperti (solo più tardi vi sarà da parte delle Autorità un declassamento dell’isolamento da aerosol a contatto e goccioline).

 

Ricordo bene quel giorno e quello seguente, perché ero in montagna ed ero improvvisamente stato tempestato di chiamate dalla stampa. Un altro paziente, che si trovava al momento dell’arrivo del ragazzo cinese in Pronto Soccorso aveva avvisato la stampa, la quale era alla ricerca morbosa di informazioni su quello che tutti chiamavamo ancora Coronavirus. Il desiderio di uno scoop era alto e poter comunicare la diagnosi del primo caso in Svizzera faceva gola a tante testate e siti web. Nessuno tra i giornalisti, ma penso proprio nessuno, immaginava in quei giorni che, a distanza di un paio di mesi, la stampa non avrebbe avuto altro tema di cui riferire, se non di quello che è per tutti diventato il COVID-19.

 

Il 19 febbraio in Svizzera non vi era ancora stata alcuna diagnosi confermata. In quei giorni l’Ufficio del Medico cantonale comunicava la strategia per combattere l’eventuale diffusione del virus sul nostro territorio cantonale: tutti i pazienti che avevano sintomi influenzali dovevano essere interrogati a proposito di soggiorni in zone a rischio (in pratica la “sola” Cina) nei 14 giorni precedenti. L’idea da cui si partiva era quella di individuare tutti i possibili casi sospetti, di testarli e, in caso di positività, di isolarli insieme a tutte le persone con le quali avevano avuto dei contatti stretti.

 

I tamponi per le analisi erano pochi, la procedura per la loro esecuzione era molto complessa e laboriosa e far arrivare i tamponi a Ginevra era un’impresa non da poco. Tutto questo rendeva in generale l’esecuzione degli esami difficile e la scarsità del materiale non faceva altro che limitare gli esami ai pochi casi particolarmente sospetti.

 

Anche in questo frangente abbiamo, tutti insieme, commesso due gravi errori: pur partendo dalla politica di “diagnosticare e isolare”, non l’abbiamo applicata in modo sistematico e la stessa strategia non era quella giusta. Sappiamo oggi (come è facile con il senno di poi!) che nella seconda metà di febbraio tra il Nord Italia e il Ticino vi erano già dei casi positivi e sappiamo anche che la politica proposta, del testare i pazienti che avevano dei sintomi per poi isolare loro e i loro contatti, non era la migliore.

I dati che nel frattempo sono arrivati dalla Cina hanno mostrato in modo chiaro quanto il virus possa trasmettersi da una persona all’altra prima ancora che vi siano sintomi della malattia.

 

Queste conoscenze sono adesso acquisite e sempre più spesso nel settore sanitario si parla di “testare, testare, testare”. Purtroppo le indicazioni ufficiali restano quelle di alcune settimane fa, in cui si invita a utilizzare con una certa parsimonia il materiale per i prelievi naso-faringei, in particolare eseguendo il tampone unicamente a persone con sintomi chiari.

 

Ricordo bene che lo stesso giorno di febbraio avevo confermato la mia partecipazione ad un seminario che doveva tenersi a metà marzo. Avevo avuto qualche dubbio nel procedere perché la settimana precedente era già stata piuttosto intensa, soprattutto per i contatti con la stampa per qualche ulteriore caso sospetto, ma nulla mi lasciava supporre che di lì ad un mese neanche avremmo annullato in Svizzera tutti i convegni, i seminari e anche le formazioni interne alle aziende. Non lo avevano previsto nemmeno gli organizzatori (che mi avevano confermato l’iscrizione) e questo malgrado fossero dei professionisti del settore sanitario.

 

Altro momento che mi resterà stampato per molto tempo nella memoria è il mattino del 21 febbraio, quello che quest’anno era il venerdì di carnevale. Come d’abitudine appena alzato stavo comodamente seduto in bagno a consultare le notizie della nottata. All’Ospedale di Codogno era stato diagnosticato il primo caso di Coronavirus: si trattava di un quarantenne intubato da più di una settimana per una polmonite atipica, senza diagnosi dell’origine!

 

Mi era bastata la notizia per farmi fortemente dubitare della partenza l’indomani per la settimana bianca di carnevale... Non solo il Coronavirus era arrivato nel Nord Italia, dove peraltro mi sembrava abbastanza chiaro bisognasse cercare visti i frequenti scambi commerciali (e non solo) con la Cina, ma si era “insediato” nel modo più subdolo almeno in una struttura sanitaria: senza farsi trovare.

 

La giornata era trascorsa in modo piuttosto frenetico, con un occhio alle notizie che arrivavano “ad alta frequenza” dall’Italia. Il numero di casi aumentava rapidamente, fino a portare alla chiusura dell’Ospedale di Codogno, che veniva in seguito posto in quarantena.

Di colpo erano crollate altre granitiche certezze, anche se non mancavano lo stesso giorno e i giorni seguenti le rassicurazioni: da una parte la politica del “diagnosticare e isolare” si era dimostrata un fallimento totale; dall’altra il quarantenne sportivo intubato da più di una settimana aveva dimostrato che il Coronavirus (che avevamo snobbato) era ben più grave di una normale influenza.

 

L’assordante silenzio delle autorità competenti

 

Come detto, malgrado i due segnali più che evidenti, continuava l’assordante silenzio delle autorità competenti; silenzio interrotto nella migliore delle ipotesi da rassicurazioni a proposito della sicurezza delle manifestazioni in corso.

 

Con poca convinzione ero partito in vacanza, pensando, e per una volta senza sbagliare, che quella sarebbe stata per un po’ di tempo l’ultima occasione per stare un po’ lontano dalla Clinica e vicino alla famiglia. La batteria del cellulare aveva dimostrato rapidamente di non essere quella pubblicizzata dal produttore, quella che dura ore e ore. La cellula di crisi della Clinica era stata costituita già nel fine settimana e dal lunedì vi erano in agenda appuntamenti quasi giornalieri.

 

In Clinica il primo caso svizzero

 

Il 24 febbraio diagnosticavamo in Clinica il primo caso in Svizzera. La consapevolezza di cosa sarebbe successo di lì a poco era maturata, almeno tra il sottoscritto e i nostri due ottimi infeziologi, e la diagnosi non ci aveva troppo stupito. Eravamo anche più o meno pronti a far fronte alle insistenti richieste dei giornalisti. Con non poco stupore avevo appreso che il mio numero di cellulare circolava molto più di quello che mi sarei aspettato e le telefonate giungevano anche dalla Svizzera tedesca.

Il tema era più o meno sempre lo stesso: poter contattare quello che tanti pensavano fosse il “Paziente 0”, quello da cui tutto avrebbe potuto svilupparsi nei giorni seguenti. Pur con l’esempio di cosa stava succedendo in Italia, la maggior parte delle persone in Svizzera, compresi tanti professionisti del settore della salute, non si rendevano ancora conto di quello che ci avrebbe atteso.

 

Il buono stato di salute del primo paziente, e qualche giorno di tregua sul fronte della diagnostica, aveva fatto tornare un po’ di tranquillità, interrotta unicamente dall’insistenza della stampa. Solo a inizio marzo, il 1° per l’esattezza, era giunta sempre in Clinica anche la diagnosi del secondo caso svizzero.

 

La situazione si stava cristallizzando per quella che si sarebbe poi rivelata la dura realtà: il paziente era verosimilmente positivo da alcuni giorni e aveva avuto almeno un paio di contatti con altre strutture sanitarie senza che venisse individuata come persona affetta da Coronavirus. La pericolosità del virus, intesa come capacità di diffondersi nella società eludendo i controlli previsti della strategia della diagnosi precoce e dell’isolamento, era ormai chiara a tutti.

 

Ancora una volta, non mi sembra di poter dire che l’osservazione di quanto era successo nel caso concreto fosse stata fatta con sufficiente attenzione da comportare una immediata reazione, almeno nel senso di rendere molto più frequente l’utilizzo dei test diagnostici.

Questo secondo paziente non aveva sicuramente avuto alcun contatto con il primo. Si trattava infatti di un anziano di più di 80 anni che aveva contatti ridotti con “il mondo esterno”.

 

Un ritardo da cui dobbiamo imparare

 

Difficile non capire che, in quel momento, il virus era ormai già ben radicato nella nostra regione dato che era riuscito a colpire una persona sedentaria, che viveva prevalentemente al proprio domicilio. La scarsità di materiale diagnostico, la difficoltà di far giungere il tampone dall’altra parte della Svizzera (a Ginevra) e la difficoltà di reagire secondo i tempi del virus – e non secondo quelli del nostro apparato amministrativo - sono probabilmente le cause di questo ritardo, da cui ancora una volta dobbiamo imparare per evitare di ricadere nell’errore.

 

Il giorno seguente anche un nostro collaboratore era risultato positivo al test. Il contagio era verosimilmente da far risalire ad un precedente volo aereo. Questo avvenimento, sommato al caso del secondo paziente, ci ha spinti molto rapidamente ad adottare quella che in futuro potrebbe anche diventare una regola di tutti i giorni: mascherina obbligatoria.

 

Inizialmente solo per il personale a contatto con il paziente e, in un secondo tempo, per tutti i collaboratori e le collaboratrici. Peccato non poter più vedere le espressioni del viso e soprattutto i sorrisi!

 

5 marzo: il Governo crea la prima struttura ospedaliera Covid. Ma le case anziani?

 

Il 5 marzo il nostro Governo adottava la prima risoluzione governativa in cui si prevedeva di creare in Ticino una struttura ospedaliera destinata ai soli pazienti COVID. L’intuizione era ottima, perché concentrando tutti i casi si può contenere notevolmente il rischio di contagio degli altri pazienti e perché concentrando tutti i pazienti affetti dalla stessa malattia, peraltro ancora sconosciuta, si può far progredire molto più rapidamente le conoscenze del personale curante.

Peccato che questa stessa decisione non sia stata adottata anche in altri settori, come quello delle case per anziani. Purtroppo anche in questa decisione si nascondeva un errore non di poco conto.

I dati provenienti dalla Cina, contenuti in un interessantissimo rapporto di una trentina di pagine pubblicato dall’OMS, dimostravano che anche con un’incidenza molto bassa della malattia (nella provincia di Hubei solo allo 0,6% della popolazione era stata diagnosticata una malattia da Coronavirus) il fabbisogno di letti ospedalieri - e soprattutto di posti letto di terapia intensiva - era molto superiore a quello che il nostro sistema sanitario aveva riservato per l’emergenza. I 3 posti letto per pazienti ventilati presso l’Ospedale Italiano non sarebbero stati sufficienti a gestire nemmeno i primi giorni dell’epidemia, come sembravano confermare i primi dati che arrivavano dalla vicina Lombardia.

 

Purtroppo, ancora una volta, l’Ufficio Federale della Sanità Pubblica e quello del Medico cantonale non ci stavano aiutando. Non avevano ancora prodotto alcuno scenario di quello che ci saremmo potuti aspettare in termini di pazienti contagiati e di letti di cure intense occupati.

 

Così ho delineato quattro scenari: bisognava cambiare strategia

 

Dopo una seconda attenta lettura del rapporto dell’OMS, e dopo alcuni scambi con il nostro Direttore sanitario e con i colleghi dell’EOC, la notte tra il 6 e il 7 marzo ho investito alcune ore per preparare degli scenari per il nostro Cantone.

 

Partendo dalla curva che descrive l’evoluzione dell’influenza stagionale (un’epidemia causata da un virus abbastanza simile a quello con il quale ci stiamo confrontando, almeno in termini di trasmissibilità), avevo provato a capire cosa ci avrebbe potuto attendere nel prossimo futuro.

 

La prima costatazione era l’impossibilità di sopportare il numero di pazienti da curare qualora il virus fosse stato libero di diffondersi tra la popolazione del Cantone. Rapidamente si arrivava a migliaia di letti occupati e a centinaia e centinaia di letti di cure intense. Impensabile anche per l’efficiente Svizzera!

 

La condivisione dei dati con il Prof. Ferrari dell’EOC ci aveva portato a concentrarci su uno scenario che era di per sé già abbastanza difficile da sostenere: una diffusione del virus in circa 2’500/3'000 ticinesi. Ancora incerto restava il tempo di diffusione del virus e, per questo, avevo elaborato quattro scenari con durate più o meno lunghe (tra le 8 e le 12 settimane).

Erano questi gli scenari che il Caffè della domenica aveva pubblicato in anteprima.

 

Lo scenario più probabile, con il numero di casi indicato sopra e una durata di circa 8 settimane, richiedeva - per essere correttamente gestito - una disponibilità di circa 400 posti letto nel settore acuto e tra un’ottantina e un centinaio di letti in terapia intensiva.

 

L’analisi dei dati ha portato noi e l’EOC ad ipotizzare due interventi urgenti: aggiornare la strategia di copertura dei bisogni, definendo due strutture acute per la cura dei pazienti COVID con - nel complesso - circa 400 posti letto e circa 100 di cure intense e la richiesta di introdurre delle misure urgenti di contenimento della diffusione del virus affinché non si superasse il numero massimo di pazienti gestibili nelle cure intense.

 

La Clinica Moncucco e La Carità diventano ospedali Covid

 

La prima proposta era stata accolta favorevolmente e in tempi brevi la collaborazione tra pubblico e privato aveva permesso di mettere su carta quanto è poi stato ufficializzato da una decisione governativa: l’Ospedale La Carità di Locarno e la Clinica Luganese Moncucco venivano consacrate come strutture COVID e avrebbero massimizzato il numero di letti di cure intense a disposizione dei pazienti, grazie anche ai sacrifici fatti da altri ospedali e cliniche, che avrebbero messo a disposizione delle due strutture personale di cure intense e di anestesia.

 

Una collaborazione tra pubblico e privato che non era mai stata così forte, ma che ha dimostrato come in caso di necessità tutti siano pronti a collaborare, senza difficoltà di sorta.

 

Purtroppo la richiesta di limitare la diffusione del virus era stata considerata solo in modo piuttosto marginale e per questa ragione, qualche giorno dopo, abbiamo dovuto chiedere - sempre insieme ai colleghi dell’EOC - un intervento urgente.

 

La pressione di Berna e alla fine il lockdown

 

Malgrado la disponibilità che il Governo ticinese aveva dimostrato nel voler limitare la diffusione del virus nel nostro Cantone, la pressione di Berna, ancora lungi dal confrontarsi con il virus, era tale da rendere quasi impossibile una reazione tutta locale.

 

L’appello rivolto alle autorità Cantonali, poi apparso per qualche fuga di notizie sui portali web di alcuni organi di informazione, ci hanno dato una mano a far applicare quanto richiesto: una drastica chiusura della società.

 

Anche in questo caso ritengo sia bene identificare quello che è un errore che anche altre nazioni hanno fatto. Voler gestire il problema del contenimento del virus a livello nazionale può essere sbagliato perché i fenomeni sono prevalentemente locali, come d’altronde ha dimostrato molto bene l’Italia e anche la stessa Lombardia (con i suoi focolai prima nel Lodigiano, poi nella Bergamasca e in qualche altra regione). Il mancato riconoscimento di questo importante elemento e la lontananza dal fronte di chi doveva e deve continuare a prendere le decisioni, deve farci riflettere per il prossimo futuro.

 

Nelle prossime settimane e mesi le Autorità politiche dovranno prendere non poche decisioni per continuare la lotta contro questo Coronavirus. Un maggiore coinvolgimento delle strutture e dei medici al fronte è auspicabile semplicemente perché loro hanno maggiormente il polso della situazione, come d’altronde dimostrato nel nostro Cantone.

 

Se la chiusura fosse intervenuta qualche giorno dopo, ad esempio la settimana seguente, il numero di casi registrati in Ticino sarebbe come minimo raddoppiato, con le conseguenze che lascio tutti immaginare.

 

Dal 25 marzo il picco è passato e abbiamo iniziato una rapida discesa e una sostanziale stabilizzazione, come ben evidenzia il grafico delle ospedalizzazioni giornaliere (impressionante come un grafico parli più di mille parole!).

 

Abbiamo quindi tutti un po’ più di tempo per riflettere su cosa abbiamo fatto bene o meno bene oppure su cosa ci aspetta per il prossimo futuro. Spero vivamente che questo tempo sia utilizzato in modo produttivo e con l’obiettivo di individuare gli ampi margini di miglioramento che ogni attore del sistema sanitario può apportare.

 

Come direttore della Clinica Luganese Moncucco sono particolarmente soddisfatto e orgoglioso di quello che è stato il contributo di tutti noi collaboratori e collaboratrici della Clinica in questa prima fase.

 

L’idea vincente, condivisa con i colleghi dell’EOC, di destinare nel momento di maggiore pressione delle strutture sanitarie alla sola cura dei pazienti COVID si è dimostrata azzeccata.

 

La trasformazione da una clinica generalista e una clinica COVID è durata pochi giorni – 3 circa - e ha dimostrato quanto tutti noi sappiamo lavorare sotto stress. La crescita personale di ogni dipendente della Clinica, sia in termini di competenze tecniche che relazionali, è stata enorme e ci ha permesso di fare un notevole “balzo in avanti”.

 

Poter assistere gli ammalati, e non solo curare le loro malattie, è sempre stata la vocazione e l’ambizione della nostra struttura; vocazione e ambizione che hanno trovato in questa situazione la loro massima espressione dopo decenni.

 

Il volere mettersi in gioco è stato decisivo per poter prendere rapidamente la decisione di affrontare questa conversione, anche se fondamentali sono stati il forte supporto interno di tutti i collaboratori e le collaboratrici e anche il sostegno del nostro Consiglio di Amministrazione e dei nostri azionisti, che hanno anteposto l’interesse della popolazione a qualsiasi altra valutazione.

Il virus resterà tra la gente

Il fatto di essere una struttura privata senza scopo di lucro ha sicuramente facilitato le riflessioni e le decisioni. Siamo contenti di aver potuto dare un contributo concreto in un momento tanto drammatico e siamo pronti a ripartire o a rimetterci in gioco, a dipendenza di cosa ci riserverà il virus, perché - come da qualche giorno si sta affermando - il virus resta tra la gente e ricomincerà a trasmettersi in modo sostenuto da una persona all’altra non appena il distanziamento sociale sarà ridotto.

 

Questo imporrà verosimilmente nuove chiusure, che saranno seguite da riaperture, nell’attesa o forse più nella speranza, che si trovi il vaccino o il medicamento miracoloso oppure che il virus muti, diventando più simile a quello di una normale influenza, come molti già volevano che fosse.

 

In poco più di un mese di avvenimenti legati all’epidemia di COVID-19, tutto il sistema sanitario e le Autorità sono stati chiamati a prendere delle decisioni. I tempi non sono sempre stati quelli ideali e, come ho detto sopra, sono stati fatti degli errori.

 

In tutto questo, la mia impressione è che abbia inciso soprattutto il poco tempo che tutti si sono presi per riflettere, per documentarsi e per confrontarsi con quello che in altri luoghi stava succedendo.

Riflettendo su ciò, sono inizialmente giunto alla conclusione che questo fosse un problema dei nostri tempi, quelli dei contatti virtuali, dei social-network, dei messaggi brevi e della comunicazione spiccia, ma poi rileggendo un classico della letteratura italiana ho dovuto ammettere che ancora una volta avevo sbagliato la diagnosi.

 

Già molti anni fa questi problemi erano conosciuti, come ben evidenziava il Manzoni in quel classico della letteratura che tutti abbiamo letto a scuola: “Si potrebbe però tanto nelle cose piccole, come nelle grandi, evitare, in gran parte, quel corso così lungo e così storto, prendendo il metodo proposto da tanto tempo, d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare.”

 

GRAZIE DI TUTTO!

 

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