Crisi e Lavoro
16.09.2014 - 08:450
Aggiornamento : 19.06.2018 - 15:41

Lavoro: la mappa del degrado. Strozzinaggio, sfruttamento, raggiri, ricatti... L'OCST scrive il libro della vergogna

Il sindacato: "Nella morsa della flessibilità e della libera circolazione". Frontalieri, padroncini, subappalti, finte imprese. Un quadro drammatico che colpisce tutti i settori

LUGANO - Mercato del lavoro: la mappa del degrado. È il titolo del documento presentato questa mattina in una conferenza stampa organizzata dal Sindacato Cristiano Sociale. Problemi, dati, testimonianze, proposte di soluzioni… L’OCST traccia un quadro drammatico del mondo del lavoro in Ticino.

L’OCST punta da tempo l’indice contro il degrado che sta contagiando il mercato del lavoro, scrive del documento presentato questa mattina il segretario cantonale, Meinrado Robbiani.

“Il degrado si è insinuato nelle pieghe più capillari del mercato del lavoro. L’esito della recente votazione sull’iniziativa contro l’immigrazione di massa manifesta del resto ampiamente le preoccupazioni della popolazione per le distorsioni che sono andate proliferando in parallelo all’uso distorto e speculativo del regime di libera circolazione.

Questo testo intende offrire uno spaccato sintetico dei tarli che stanno corrodendo in profondità il mercato del lavoro. La loro percezione e più precisa conoscenza devono indurre ad agire con vigore nell’intento di ristabilire un mercato del lavoro più equilibrato, la cui regolazione sia alimentata in primo luogo da un rapporto di dialogo e di collaborazione tra le parti sociali. 

Le associazioni padronali devono sapere assumere, congiuntamente ai sindacati, la responsabilità di regolare più adeguatamente il mercato del lavoro soprattutto attraverso l’uso dello strumento contrattuale. All’autorità federale si chiede pure un rapido e consistente rafforzamento delle misure di accompagnamento. Va pure considerata la possibilità di utilizzare lo strumento del salario minimo legale laddove le parti sociali non riescano a codificare le condizioni minime di lavoro”.

Ecco il documento integrale dell’OCST

“La libera circolazione (o più correttamente chi ne fa un uso distorto e speculativo) ne è oggi la causa prevalente. Sarebbe tuttavia errato addebitarle integralmente la deriva odierna. Ha semmai accelerato e amplificato una traiettoria che stava intaccando da oltre un decennio il mercato del lavoro per la febbrile e ossessiva ricerca di flessibilità messa in atto dall’economia e dalle imprese.

Alle distorsioni che si sono diffuse capillarmente nel mercato del lavoro è necessario  contrapporre un ulteriore inasprimento delle misure di accompagnamento. Occorre però dare soprattutto forma ad una più solida regolazione del mercato del lavoro ad opera delle parti sociali grazie in primo luogo allo strumento del contratto collettivo di lavoro. Negli spazi non raggiungibili dalle parti sociali può pure essere utile l’intervento dello Stato con l’emanazione di salari minimi legali”.

Strozzinaggio salariale

L’aspetto maggiormente palpabile è quello delle pressioni e delle speculazioni sui salari. Retribuzioni inferiori a 2'000 franchi non sono ormai più occasionali. Persino nei rami impiegatizi e tra il personale qualificato sono rintracciabili salari che sono ben lontani dal normale fabbisogno di chi vive in Ticino. Ad inquietare è pure l’effetto di risucchio che questi salari esercitano sui livelli retributivi generali, contribuendo ad un loro progressivo abbassamento.

Salari in euro

Il versamento dei salari in euro è talvolta stato utilizzato per aggirare una corretta retribuzione del lavoro. Alcune ditte hanno cioè proceduto a convertire in euro il salario in franchi utilizzando tassi di cambio sfavorevoli (anche nettamente) al dipendente. Le cause legali intentate dall’OCST sono sfociate in sentenze che decretano l’illegalità di queste manovre speculative. Un datore di lavoro ha tuttavia ricorso al Tribunale federale, dal quale si attende la decisione.

Il raggiro delle qualifiche e del profilo

Il diverso sistema formativo vigente oltre confine consente di fare figurare come non qualificati dipendenti che sono in possesso di titoli non equiparati o che hanno alle spalle una solida esperienza professionale. La differenza salariale è significativa.
In taluni casi viene poi fatto figurare un profilo diverso per sottrarsi ad obblighi retributivi. 

Tempo parziale fittizio

Per aggirare gli obblighi salariali fissati da contratti collettivi o contratti normali c’è chi impiega collaboratori a tempo pieno facendoli figurare a tempo parziale e retribuendoli di conseguenza. Si tratta di una piaga, purtroppo andatasi diffondendo, che risulta particolarmente subdola poiché molto difficile da smascherare. I dipendenti stessi, temendo di  compromettere il posto di lavoro, si fanno complici dell’impresa tacendo questa modalità di sfruttamento.

Lavoro su chiamata

Il lavoro su chiamata, diffusosi notevolmente, è persino divenuto in talune aziende una formula portante. Nei casi più sofisticati è intrecciata con il lavoro a tempo parziale, che le fa da schermo. Il personale è cioè assunto a tempo parziale così da lasciare all’azienda maggiori margini di movimento nell’impiego del dipendente. L’impiego effettivo avviene poi in modo variabile (su chiamata) a dipendenza dei bisogni dell’azienda. 

Flessibilità a senso unico in zona Cesarini

Non sono pochi i casi di dipendenti che, presentatisi regolarmente in azienda nel rispetto dei piani organizzativi, vengono rimandati a casa per carenza di lavoro. Per alcuni di essi la perdita salariale subita diventa irreversibile. Ad altri viene chiesto di ricuperare le ore perse in momenti di eccedenza di ordinativi secondo criteri unilaterali dell’azienda.

Prestazioni non retribuite 

Non sono rare le segnalazioni di lavoratori che svolgono prestazioni lavorative straordinarie che non vengono compensate né in tempo libero né tantomeno in denaro. Queste prestazioni tendono a dissolversi nel nulla.

Lavoro interinale

Con la possibilità per le agenzie di lavoro temporaneo di accedere al bacino dei frontalieri, il lavoro interinale si è gonfiato notevolmente. Il bisogno di lavorare dei frontalieri abbinato alle caratteristiche del lavoro interinale, per sua natura più flessibile e più difficilmente controllabile, hanno alimentato qualche sacca di abusi. La cronaca ne sta portando a galla alcuni che rispondono peraltro ad un disegno pianificato con vergognosa raffinatezza.

Il raggiro dello stage

Soprattutto in alcune categorie  qualificate che assumono personale con formazione accademica si è fatta strada la formula dello stage. Giovani laureati - persino in taluni casi con già un po’ di esperienza alle spalle - operano e sono retribuiti come stagisti pur fornendo prestazioni ben superiori.

Apprendisti adulti

E’ stata qua e là denunciata l’assunzione di apprendisti già maggiorenni e con alle spalle alcuni anni di attività lavorativa che possono in tal modo essere retribuiti come un tirociniante ma forniscono prestazioni normali.

Indipendenti impropri

Qualche azienda ha escogitato la formula di impiegare collaboratori che vengono fatti lavorare oltre frontiera con la formula del telelavoro, facendoli figurare come indipendenti. In altri casi si tratta di lavoratori distaccati che figurano oltre confine come indipendenti e che in Ticino vengono utilizzati da imprese locali de facto come dipendenti. Il loro statuto di indipendente consente di non sottoporli agli obblighi retributivi del contratto collettivo di categoria.

Sfruttamento del tempo di prova

Non mancano i casi di assunzione di personale, effettuate con una certa sistematicità, che durante il periodo di prova non viene retribuito.

Pressioni e ricatti

Soprattutto laddove non vige un contratto collettivo di lavoro, la libera circolazione delle persone tende ad essere percepita come un regime di gestione della manodopera che concede alle imprese un margine di manovra esente da limiti e regole. Sapendosi debole il personale tende a conformarsi anche a pratiche prevaricanti ed abusive.

La forzatura del divieto di concorrenza

Una formula subdola di pressione sul personale è oggi rappresentata da un uso sempre più ampio della norma che regola il divieto di concorrenza. Concepita per proteggere un legittimo interesse dell’azienda, l’uso eccessivo di questa disposizione costituisce un vincolo che impedisce al lavoratore di liberarsi dal rapporto di lavoro, pena l’impossibilità di esercitare la professione per un periodo e in un raggio convenzionale. In questo modo il lavoratore, trovandosi in una condizione di impotenza, si presta più facilmente a situazioni di pressione e sfruttamento.

L’impatto sull’occupazione

Il funzionamento e lo sviluppo dell’economia ticinese è inscindibile dall’apporto della manodopera frontaliera. Anche la libera circolazione, quando concorre a colmare le carenze quantitative di manodopera e qualitative di profili professionali, fornisce un contributo prezioso. Laddove viene al contrario utilizzata in maniera distorta e speculativa, spezzando la linea di auspicabile complementarietà tra manodopera indigena e frontaliera, dà origine a distorsioni e squilibri disgreganti (la cui responsabilità ricade sulle imprese e non sui frontalieri).

Compressione degli sbocchi occupazionali

Negli scorsi anni i posti di lavoro offerti dall’economia ticinese sono andati aumentando. L’incremento è tuttavia coinciso in buona parte con la parallela crescita del numero di frontalieri. L’assunzione abbondante di manodopera frontaliera ha perciò contratto gli sbocchi occupazionali per la manodopera locale ed in particolare per i disoccupati e i giovani in entrata nel mercato del lavoro. Questa tendenza è emersa in modo tanto più visibile e tangibile quando, in periodi di calo congiunturale, si è assistito al contemporaneo  aumento della disoccupazione e alla persistente crescita dei frontalieri.

Questo fenomeno è sovente intrecciato con l’offerta di salari bassi che risultano difficilmente compatibili con il fabbisogno di chi vive in loco. Tra le nuove entrate figurano oltretutto persone con curricoli formativi particolarmente avanzati. La miscela tra professionalità elevate e bassi salari innesca un processo di ancora più acuta concorrenzialità a scapito della manodopera locale. La situazione è tanto più avvertita nel settore terziario impiegatizio che rimane lo sbocco privilegiato dei residenti. 

Non mancano nemmeno, anche se di più difficile rilevamento poiché non completamente coincidenti dal profilo temporale, segnalazioni di aperta sostituzione di manodopera locale con frontalieri. 

Una flessibilità accentuata

La libera circolazione ha dato ossigeno alla traiettoria, già in atto da tempo, di una crescente flessibilità del mercato del lavoro. A dilatarne la portata hanno in particolare contribuito:
-    la facoltà concessa alle agenzie di lavoro a prestito di reclutare personale interinale anche oltre frontiera;
-    la possibilità per le ditte locali di assumere personale frontaliero fino a 90 giorni annui con modalità agevoli e celeri (tramite una semplice notifica);
-    la possibilità, per ditte o lavoratori indipendenti d’oltre confine, di svolgere attività temporanee in Ticino (lavoro distaccato).

La ricerca di flessibilità delle aziende vi ha trovato ulteriore linfa. Ne è conseguita una consistente accentuazione del grado di flessibilità del mercato del lavoro, che contribuisce ad aumentarne l’opacità e il dissesto con conseguente incremento della precarietà dei rapporti di lavoro e delle condizioni lavorative. 
Le imprese dispongono oggi di una variegata gamma di modalità di impiego della manodopera che consentono non solo di rispondere ai condizionamenti di un mercato più competitivo e imprevedibile ma anche di scaricare notevolmente sui lavoratori i rischi aziendali.

Incrinature profonde nei settori e nelle professioni

Il degrado si è diffuso capillarmente, scuotendo l’intero tessuto delle imprese e del lavoro. Alcuni settori e professioni ne hanno subìto contraccolpi particolarmente vigorosi.

Nell’edilizia

L’edilizia, con il perno delle costruzioni e i diversi satelliti artigianali che vi ruotano attorno, si è dato nel tempo un rallegrante quadro organizzativo. Le imprese delle diverse categorie sono aggregate in associazioni rappresentative. Il dialogo con i sindacati e la regolamentazione delle condizioni di lavoro hanno radici consolidate.
Malgrado questi presupposti, anche il settore dell’edilizia è stato risucchiato da preoccupanti forme di degrado. Il loro diffondersi è stato propiziato da una concorrenza acuta tra le imprese che non si allenta nemmeno durante le fasi congiunturali favorevoli (come è il caso negli ultimi anni). Per guadagnare competitività hanno puntato a contenere i costi, optando per modalità di ribaltamento all’esterno dei normali rischi aziendali.
La manifestazioni più emblematiche di questa tendenza sono ravvisabili nell’aumento:
-    del lavoro interinale (nel 2013 le agenzie di lavoro temporaneo hanno assunto e dirottato verso l’edilizia circa 1’000 frontalieri con contratto fino a 90 giorni ai quali vanno aggiunti circa 1’200 frontalieri alle loro dipendenze con un permesso di più lungo termine);
-    degli impieghi a termine (nel 2013 le imprese locali hanno assunto circa 1300 frontalieri per prestazioni lavorative fino a 90 giorni);
-    dei subappalti;
-    del lavoro distaccato (nel 2013 sono entrati circa 9'000 lavoratori, 3’500 dei quali indipendenti).^

Nel terziario impiegatizio

Quello impiegatizio è il settore che si è presentato all’appuntamento con la libera circolazione maggiormente sprovvisto di strumenti protettivi e antidoti. Essendo stato in passato al riparo dall’accesso di manodopera frontaliera e avendo maturato una debole propensione al dialogo tra le parti sociali, si è trovato repentinamente esposto all’afflusso di manodopera d’oltre confine e alla conseguente pressione occupazionale senza peraltro disporre di una adeguata rete di contratti collettivi di lavoro che ne tutelasse perlomeno i livelli retributivi.
L’impatto è stato accentuato dall’insediamento numericamente rilevante di aziende del terziario provenienti da oltre confine che hanno sovente portato o fatto prioritariamente capo a manodopera frontaliera, importando pure le prassi salariali del luogo di provenienza.

Una prima ricaduta è di natura occupazionale. Possono essere stimate a circa 500 le nuove entrate di manodopera impiegatizia affluite negli ultimi anni.
Si rileva poi un consistente impatto salariale, nella misura in cui una rilevante quota di questi lavoratori (attorno al 40%) percepisce salari particolarmente bassi (inferiori a 3'000.- franchi mensili). 
Particolarmente emblematica è la situazione venutasi a creare nel ramo delle fiduciarie dove è stata costatata una situazione di comprovato dumping salariale. Questo ramo, che ha un passato prestigioso e che ha sempre offerto posti di lavoro ben rimunerati, esibisce oggi una situazione di comprovato dumping salariale (quasi il 40% del personale amministrativo entrato negli ultimi due anni da oltre frontiera percepisce salari inferiori al minimo fissato dal contratto collettivo per i giovani che ultimano l’apprendistato e iniziano a lavorare quali impiegati di commercio - 3'180.- franchi nel 2013 -).
Questa tendenza incide non solo sui livelli retributivi innescando un processo di abbassamento dei salari che nel lungo termine contagerà l’intero settore. Diventa anche un fattore di concorrenza occupazionale poiché mette fuori gioco la manodopera locale alla ricerca di impiego, che si trova nell’impossibilità di accettare posti di lavoro la cui rimunerazione non è in linea con il fabbisogno di chi vive in Ticino.

Nelle aree tecniche

Si stanno scardinando anche categorie, il cui livello di professionalità sembrerebbe tale da poterle mantenere al riparo da scombussolamenti incisivi. 
Un caso inquietante è quello del settore informatico, dove si sono fatte largo condizioni retributive scandalose. La rapidità con la quale evolve la tecnologia e la possibilità di delocalizzare i servizi concorrono del resto ad acuire le pressioni e ad affievolire le possibilità di difesa del personale.
Una tendenza analoga è rintracciabile nelle professioni - particolarmente qualificate - degli architetti e degli ingegneri. Anche su questo fronte si sta assistendo al franare di statuti professionali finora prestigiosi. L’assunzione di collaboratori frontalieri retribuiti con salari bassi come pure l’abuso degli stages stanno intaccando ampiamente i livelli retributivi. 

Una cultura del dialogo in perdita di velocità

La libera circolazione delle persone, che ha abolito i vincoli e i controlli riguardanti l’assunzione di manodopera, viene indebitamente convertita da una crescente cerchia di imprese in un’autorizzazione a muoversi in piena libertà, ben al di là del campo delle assunzioni di manodopera estera. Quanto ne limita l’autonomia o abbia il sapore di responsabilità sociale viene percepito come un intralcio fastidioso. 

Ne fanno le spese anche il dialogo e la collaborazione tra imprenditori e sindacati, che costituiscono un patrimonio di grande valore del nostro territorio. Sono presupposto di pace e coesione sociale; garanti di migliore conciliazione tra gli interessi dell’economia e della società; espressioni emblematiche della cultura democratica del Paese.

Subappalti a catena

Quella del subappalto è una prassi ormai consolidata. Per vincere la concorrenza e per scaricare all’esterno i rischi aziendali le imprese locali hanno fatto appello in misura crescente a ditte estere e al lavoro distaccato. Questo stratagemma è subito diventato un terreno fertile per gli abusi salariali. Il meccanismo si rivela ancor più sofisticato e insidioso quando il subappalto si prolunga a cascata (subappalti a catena).

Lavoro distaccato e padroncini

Il lavoro distaccato, prestato sia da lavoratori dipendenti sia da lavoratori autonomi, ha raggiunto vette che denotano una situazione di squilibrio e di disordine. Nel 2013 le notifiche sono ammontate per i dipendenti a 9'500 e per gli indipendenti a 4'600 per un totale di giornate lavorative di circa 300'000 unità (ciò che corrisponde a circa 1'200 impieghi a tempo pieno). La concentrazione di queste prestazioni soprattutto in alcuni rami (vi spicca il settore edile) ne rafforza ulteriormente l’impatto. Le difficoltà di controllo in loco e soprattutto di verifica oltre confine ne fanno un veicolo di infrazione alle norme (soprattutto salariali) vigenti in Ticino.

Imprese di facciata

Per meglio muoversi nel mercato locale, alcune ditte estere hanno creato una sede anche in Ticino dove operano prevalentemente con lavoratori distaccati che dipendono dalla casa madre.

Imprese volatili

Qualche ditta si è avventurata nel territorio della flessibilità fino a utilizzare un organico costituito in misura prevalente da personale interinale alle dipendenze di un’agenzia di lavoro temporaneo. E’ evidente l’assenza di solidità e affidabilità di una simile struttura, che mette in dubbio la serietà stessa dell’azienda.

Imprese locatarie

Non mancano casi di imprese che, con palese intento speculativo, operano utilizzando  risorse (materiale, veicoli..) prese in prestito da aziende separate ma facenti capo allo stesso ceppo e agli stessi proprietari. In caso di fallimento o di pretese monetarie nei suoi confronti l’impresa non dispone di risorse alle quali attingere per soddisfare in tutto o in parte le pretese dei creditori. Il patrimonio dei proprietari non viene in tal modo intaccato.

 

 

    

 

 

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