Crisi e Lavoro
14.05.2018 - 11:010
Aggiornamento 19.06.2018 - 15:41

Patrizia, 50 anni, videosorvegliata e vessata nella boutique in cui lavora a Lugano. E poi licenziata. Si è uccisa. Il sindacato Unia denuncia e racconta. Un lettore ci scrive: "Mia moglie vedeva..."

Una piccola storia ignobile di mobbing. Il sindacato: "Colpa dei datori di lavoro? Magari no, magari era già messa male per conto suo Patrizia. Ma forse sì, forse il continuo stillicidio, il mobbing e il fatto di essere trattata come uno straccio da pavimenti ha spezzato qualcosa in quella mente impaurita e delicata"

LUGANO – Chi decide di togliersi la vita lo fa spesso a causa di angosce che non sa più gestire, di delusioni che non sa più curare, di fragilità che non sa più colmare, di un futuro che non sa più immaginare…
Bisognerebbe essere nella testa di chi compie questo atto irrevocabile per capire perché lo fa.

Non sappiamo per quale motivo la donna che il sindacato Unia ha chiamato Patrizia (che non è il suo vero nome), si sia suicidata. O meglio, non sappiamo quanto nella sua decisione abbiano pesato il licenziamento e le vessazioni che ha subito recentemente sul lavoro.
Sappiamo però che si è tolta la vita con il gas di scarico della sua auto. Sappiamo che aveva 50 anni, che abitava in provincia di Varese e che aveva lavorato in una boutique di Lugano.

“Cinquant’anni possono essere un’età meravigliosa ma anche un capestro, in un mondo del lavoro come il nostro – si legge in un post che il sindacato ha dedicato a questa donna -. Patrizia lavora da sola nel suo negozio, se vuole andare al bagno deve chiudere il negozio e recarsi dietro lo stabile, ultimamente le avevano tolto anche la pausa caffè. I suoi datori di lavoro, la tengono continuamente monitorata con una sorveglianza video e audio. È una cosa illegale ovviamente. Patrizia viene controllata su come dispone la merce, su come si relaziona coi clienti e ripresa se le cose non vanno come pretende il datore. Lei parla con le colleghe, con gli amici e racconta tutto, spiega che ormai le vessazioni e le sgridate sono continue e più persistenti”.

Qualcuno le consiglia di rivolgersi ai sindacati. Patrizia è una persona fragile, spaventata, dice che lo farà, ma alla fine rinuncia. Qualcuno allora avvisa il sindacato di sua iniziativa, preoccupato per lei.

E Unia si muove. “Una sindacalista la contatta di nascosto, anche perché Patrizia è sempre controllata – si legge ancora nel post -, si finge una cliente e le passa un biglietto da visita accartocciato nella mano, le dice di fare riferimento a loro senza paura. La fragile Patrizia sorride e ringrazia, ma non lo farà mai.
Poco dopo Patrizia chiede di avere un po’ di ferie, una mattina torna in negozio e trova un’altra persona al suo posto. È il licenziamento, in un modo schifoso, triste. Vi avevamo già detto che Patrizia era fragile vero? Tanto fragile.
Quel giorno Patty non tornerà più a casa e non tornerà a lavorare mai più, perché si toglie la vita.
Colpa dei datori di lavoro? Magari no, magari era già messa male per conto suo Patrizia. Ma forse sì, forse il continuo stillicidio, il mobbing e il fatto di essere trattata come uno straccio da pavimenti ha spezzato qualcosa in quella mente impaurita e delicata.
Avvisateci, parlate con noi. Fatelo prima, non dopo. Certe situazioni sono senza ritorno ed è importante capirlo. Il sindacato fa quello che può e come può. Non risolve tutto, è vero, ma i nostri ci mettono l’anima e la passione, sono una spalla a cui appoggiarsi, sono gente che non si arrende”.

Una persona ha scritto a liberatv: “È tutto vero. Mia moglie ha lavorato un mese per la donna che gestisce quella boutique a Lugano quando ne ha aperta una seconda in un’altra località del Ticino. Quando stavano ultimando i lavori per il nuovo negozio mia moglie era lì e vedeva la padrona e suo marito costantemente con il cellulare collegato alla videosorveglianza che controllavano cosa faceva Patrizia nella boutique di Lugano. Alla fine, dopo un mese, anche mia moglie è stata licenziata”.

Allora, non si può affermare che Patrizia si sia tolta la vita a causa di quello che ha subito sul posto di lavoro. O del licenziamento. Ma non si può nemmeno affermare il contrario. E simili ignobili storie di mobbing e di vessazioni, non devono trovare spazio e accettazione in una società che si dice civile.

emmebi


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