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Ultimo aggiornamento: 22.04.2019 13:59
Cronaca
06.02.2019 - 17:350

"Io, vittima di abusi, vi dico che non si combattono gli orchi urlando il loro nome"

La giornalista Robertà Nicolò dice la sua sulla polemica scatenatasi dopo la condanna dell'ex funzionario del DSS

Roberta Nicolò*

La polemica divampata sulla vicenda dell’ex funzionario del DSS, condannato per coazione sessuale, mi coinvolge in prima persona. Come giornalista e come vittima di abusi, sento infatti il dovere di sensibilizzare la popolazione e il mondo politico, sulla necessità di affrontare temi di tale delicatezza con i giusti toni e le adeguate modalità.

Quando si parla di abusi, soprattutto riferiti a minori, occorre sempre ricordare che, anche nell'esprimere un'opinione, il rispetto deve essere basilare. E non per la salvaguardia del carnefice, come molti vanno urlando in questi giorni, ma per la tutela delle vittime e delle potenziali vittime secondarie.

Chi ha trovato il coraggio di denunciare ha affrontato una grande sofferenza e merita non solo il plauso per il coraggio, ma anche che le si riconosca il diritto di mantenere, sul proprio dolore, il giusto riserbo. Pubblicare i nomi e i cognomi dei colpevoli non solo mette a repentaglio il diritto alla privacy delle vittime, ma rischia di crearne di nuove. Ovvero coloro che, innocenti, sono figli, o genitori, fratelli o sorelle del carnefice. E che di colpe non ne hanno.

Io, vittima di pedofilia a soli 5 anni, ho raccontato per scelta pubblicamente la mia storia senza mai fare il nome del mio molestatore (noto chiaramente agli organi di giustizia). Una scelta consapevole che vuole dare un messaggio chiaro: civiltà vuol dire saper combattere con forza, fermezza e determinazione per cambiare un sistema, che non funziona, con i giusti mezzi e con intelligenza.

Occorre fare chiarezza su chi ha protetto pur sapendo? Sì! Occorre che si faccia una seria riflessione sulla tempistica della prescrizione per una certa tipologia di reato? Sì. Serve cambiare mentalità e iniziare a ragionare sempre più in un’ottica preventiva, garantendo i giusti finanziamenti ai progetti del territorio? Sì. Occorre denunciare di più? Sì. Occorrono pene più severe? Certo. Occorrono misure d’accompagnamento in carcere e sportelli d’ascolto per i sexual offender? Senza dubbio! Occorre in generale cambiare mentalità rispetto al tema molestie? Sì.

Quello che sono sicura sia invece assolutamente inutile è mettere l’orco alla gogna mediatica. Credetemi non salverà nessuna potenziale nuova vittima.

Credo invece fermamente che ognuno di noi, nessuno escluso, debba fermarsi un attimo e chiedersi cosa posso fare io? Come si può cambiare una società che ancora permette che si abusi di una donna, di un bambino e ricordiamolo anche di un uomo?

Per cambiare le cose davvero serve la politica. E la politica siamo noi cittadini. Il mio è un invito non solo ai colleghi giornalisti di mantenere sempre alta la bandiera della deontologia e a tutti i politici di ricordarsi che la prevenzione alle molestie sessuali deve essere tema di seria discussione e non soltanto uno slogan per la campagna elettorale; ma a ogni singolo cittadino ticinese chiedo di esprimere sempre la sua giusta indignazione nel rispetto, però, della sensibilità altrui.

*giornalista

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