La viticoltura svizzera sta attraversando un momento difficile, a partire dalle grandi regioni vinicole romande. Ma la crisi, alla cui sorgente vi è un crollo del consumo di vino, è un fenomeno di natura globale

A cura della Redazione de Il Federalista
La viticoltura svizzera sta attraversando un momento difficile, a partire dalle grandi regioni vinicole romande. Ma la crisi, alla cui sorgente vi è un crollo del consumo di vino, è un fenomeno di natura globale, e i Paesi che ci stanno attorno cercano di svendere le loro eccedenze a prezzi che si rivelano insostenibili per i nostri produttori. Ne parliamo con un veterano della politica e del sindacalismo svizzeri, Pierre-Yves Maillard, e con un vitivinicoltore ticinese, Claudio Tamborini. Perdita di competenze, di saperi, di paesaggi stupendi: tra le cause, anche un eccessivo salutismo e un’educazione carente di attenzione alla storia e alla cultura delle nostre terre.
I viticoltori svizzeri sono entrati in un lungo inverno. Se ne sono accorti per primi i vignerons romandi, che da luglio si sono ritrovati un paio di volte sotto grandi tende, a Gilly e Puidoux, località vodesi sul lago Lemano, per gridare a tutti che è in atto una crisi definita “senza precedenti”. 200 viticoltori di Vallese e Vaud, sotto gli slogan eloquenti di Vignerons du Désespoir e di Raisins de la Colère, alla vigilia della vendemmia, confessavano di non dormire più sonni tranquilli, preoccupati da cantine strabordanti delle scorse annate, vendite in picchiata e importazioni di vino straniero a prezzi con i quali è impossibile competere.
Erano presenti anche alcuni parlamentari federali. Tra questi, Pierre-Yves Maillard, oggi consigliere agli Stati socialista e presidente dell’Unione Sindacale Svizzera, e veterano della politica federale (consigliere nazionale dal 1999 prima di una “parentesi” nel Governo vodese). Maillard è intenzionato a portare la questione giovedì 4 dicembre nel plenum della Camera dei Cantoni, nel corso sessione invernale che si apre settimana prossima a Berna.
È autore di un’interpellanza in cui chiede al Consiglio federale di riconoscere ufficialmente la gravità della crisi e indicare quali misure immediate intenda adottare per sostenere i viticoltori. Maillard domanda inoltre se sia possibile ricorrere a forme urgenti di aiuto e se, dal 2026, il settore potrà ottenere finalmente pagamenti diretti più adeguati.
Abbiamo conversato con lui, chiamando in causa, per un riscontro locale, anche un ticinese che alla vite –ci si passi il calembour- ha dedicato la vita, Claudio Tamborini.
Concorrenza insostenibile, tempo di metter mano ai contingenti d'importazione
Concorrenza estera, un capitolo dolorosissimo. L’interpretazione immediata è che si acquisti sempre più vino estero perché costa meno. Ma c’è anche una questione di qualità dietro queste differenze di prezzo?
Maillard
II fatto è che la crisi è globale. Anche in Francia, per esempio, è molto pesante: nella regione di Bordeaux si registrano crolli delle vendite impressionanti. I Paesi che ci circondano cercano quindi di smaltire la loro produzione all’estero con politiche di prezzo estremamente aggressive. Ed è così che oggi arrivano in Svizzera partite di vino importato a 2 franchi al litro: non vino in bottiglia, ma vino sfuso. A queste condizioni, per un viticoltore svizzero, è semplicemente impossibile competere.
Tamborini
Eh sì, la gente va in Italia a comperare il vino. A noi l'uva costa 4 franchi e mezzo/5 franchi per produrre un litro e quindi non possiamo combattere con l'uva della Puglia che costa un franco. È impossibile. Aggiungo che quando, a fine estate, i grandi distributori svizzeri acquistano dai produttori italiani che, in vista della vendemmia devono a loro volta svuotare le vasche piene di vino invenduto, il prezzo può calare sotto il franco perché la trattativa si fa su cisterne di migliaia di litri. Così, poi, la bottiglia andrà in vendita scontata del 70% sul prezzo, indicato, dell’anno precedente.
Magie del mercato. Però ci scusi, Tamborini, è pur vero che anche voi, ovvero alcune Cantine ticinesi tra le quali la sua, importate e vendete vini esteri, secondo quote fissate dai cosiddetti “contingenti” …
Tamborini
È vero, non lo nego. La nostra peraltro è nata come azienda che commerciava vini esteri. Quindi, una percentuale delle nostre vendite riguarda prodotti non nostri, anche se si tratta in parte di altri vini svizzeri. Ma se a Berna si decidesse di modificare il sistema delle quote o di ridurle, lo accetterei senz’altro.
E infatti la revisione del sistema dei contingenti è nel mirino di Maillard. Giusto?
Maillard
Sì, si tratta di un punto su cui è possibile lavorare: abbiamo contingenti d’importazione fissati molti anni fa e completamente sovradimensionati. Si pensi che oggi, persino con importazioni quantitativamente importanti di vino straniero, questi contingenti non vengono raggiunti. Sono stati stabiliti in un’epoca in cui il consumo era molto più elevato. Bisognerebbe ridimensionarli. Oppure — ed è una misura allo studio — si potrebbe legare il diritto di importare al dovere, per i distributori svizzeri, di vendere anche una quota di produzione locale.
Tamborini
Secondo me è un'idea magnifica: stabilire esattamente la proporzione di vino estero sulla base del vino svizzero (pagato a un prezzo –diciamo- onesto) che il commerciante vende alla propria clientela. Sarebbe un’ottima soluzione. Compatibilmente con gli accordi bilaterali.
La vite, Cenerentola dell'agricoltura svizzera
Si tratta, in realtà, proprio del meccanismo fissato in origine: stabilire l’entità dei contingenti in funzione del ritiro di uve Merlot. Parliamo degli anni ’40, in Ticino (come documentato nel volumetto di Fabiana Matasci, Autobiografia di un vino, Edizioni GdP, 2014). Maillard, quali altre forme d’aiuto suggerisce nella sua interpellanza?
Maillard
Servono, con urgenza, aiuti finanziari. Esistono i prestiti senza interesse (idea avanzata anche dal Consiglio federale), ma i prestiti non risolvono il problema. Servirebbero aiuti a fondo perso, magari collegati a cambiamenti nella produzione: capire se ha senso puntare su vini da tavola, su vini più gastronomici, se favorire la vendita diretta… Non lo so, spetta al settore esprimersi su quali strumenti siano più utili.
Per quanto riguarda i cosiddetti “pagamenti diretti”, che finanziano l’agricoltura elvetica, l’impressione è che il settore del vino riceva un importo piuttosto modesto in proporzione. È così?
Maillard
Sì, è così. La viticoltura riceve appena l’1% dei pagamenti diretti svizzeri. Basterebbero circa 40 milioni per raddoppiare questi pagamenti, cifra modesta per il budget federale, ma la Commissione del Consiglio degli Stati è di altro avviso.
Nella risposta del Consiglio federale alla sua interpellanza si legge che i pagamenti diretti servono soprattutto a compensare gli ostacoli alla meccanizzazione e le difficoltà su terreni avversi. Secondo lei, bisognerebbe uscire da questa logica.
Maillard
Certo. Il problema del Dipartimento dell’economia e dell’Ufficio federale dell’agricoltura è che sono molto conservatori: non cambiano mai gli strumenti con cui affrontare i problemi. Ma la situazione negli ultimi dieci anni è cambiata completamente. Manca la capacità tecnica di adattarsi alla nuova realtà.
Tamborini
Io non ho mai preso un franco di pagamenti diretti, perché la mia è una S.A., sia pure agricola. Però il mio vicino, che magari non ne avrebbe bisogno, li prende. Forse occorrerebbe riconoscerli a chi fa una viticoltura di qualità, rispettosa dell'ambiente. Ma il vero problema è che il consumo del vino cala rovinosamente e bisogna proteggere il settore nel nostro Paese attraverso delle regole più severe per l'importazione.
Un enorme patrimonio che va perduto
Quindi, Maillard, c’è quindi davvero il rischio a suo parere che il settore vitivinicolo svizzero crolli?
Maillard
Rischiamo di perdere un numero significativo di produttori. In Romandia si parla già di fallimenti, di cessazione dell’attività e persino di estirpazione di vigneti. E questo significherebbe per cominciare perdita di competenze, di saperi. Nel cantone Vaud, per esempio, se si cominciasse a togliere ettari di vigna sarebbe anche un problema d’immagine: cambierebbe il paesaggio stesso del Cantone, il quale come sapete è in parte significativa patrimonio dell’Unesco.
Perdita di competenze, di saperi e perdita dell’immagine stessa dell’ambiente, con ricadute sul turismo. C’è anche un problema di educazione, dietro questa parabola discendente del vino, dal consumo alle implicazioni culturali?
Tamborini
Occorre far capire che dietro una bottiglia c'è una famiglia, c'è una storia, c'è una regione, c'è un lavoro di ricerca. Il vino in questo Paese è stato portato dai romani, ha una storia e una cultura millenarie. Poi è vero, serpeggia ormai, dalla scuola ai media, una sorta di terrorismo salutista. Si arriva a parlare di vino e alcol come cause di malattie tumorali… Aggiungo che quanto si dice a proposito degli splendidi vigneti del Lavaux, nel Canton Vaud, vale anche per noi in Ticino: la viticoltura è ordinata, fa bene al paesaggio e quindi al turismo.
Pensiamo, in effetti, alle splendide colline di San Zeno e Comano, che ospitano vigenti della ditta Tamborini. Maillard, da parte sua, sottolinea anche altri aspetti culturali che hanno ricadute professionali ed economiche importanti.
Maillard
Il punto, per me, è che in questo Paese stiamo perdendo sempre più know-how. Perdiamo capacità produttive primarie e secondarie. Ciò è vero anche nell’industria. Se le lasciamo andare, sono perdute per sempre. Non possiamo lasciare che sia solo il mercato a decidere, altrimenti il risultato è un’omogeneizzazione del tessuto economico: finiremmo con pochissimi settori, e questo renderebbe il Paese molto fragile. Puntare tutto su uno o due settori — come i servizi finanziari, per esempio — significa scivolare verso una monocultura economica che ci indebolisce. La forza di un Paese sta nella diversità del suo tessuto produttivo.