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Quarto Potere
12.07.2018 - 08:570
Aggiornamento 16.07.2018 - 16:34

"Vita e morte del Giornale del Popolo". Armando Dadò ripercorre la storia gloriosa e la drammatica fine del quotidiano cattolico: "Ecco perché hanno chiuso"

L'editoriale dell'ultimo numero della rivista Il Ceresio: "Essendo il GdP di proprietà della diocesi, l’editore di fatto è il vescovo. Ma il vescovo, salvo casi particolari, non è un editore...."

di Armando Dadò*

 

Fra i molti che hanno espresso sentimenti di rammarico all’annuncio della chiusura del Giornale del Popolo non so quanti fossero i sinceri e quanti gli abbonati. Scorrendo l’elenco dei dolenti, può sorgere qualche dubbio. Ma la sostanza delle cose non è questa e cerchiamo per contro di riassumerla in poche righe.

 

Il regno di Alfredo Leber

 

Fondato da mons. Bacciarini nel 1926, il giornale è stato diretto dall’inizio fino alla morte nel 1983 da don Alfredo Leber, il quale è riuscito a conquistarsi una vasta cerchia di abbonati e di lettori. Erano ovviamente tempi assai diversi dai nostri; oltre al giornale erano molto vivi i diversi movimenti del laicato cattolico, non esisteva la televisione, non esistevano i domenicali gratuiti e la radio stava muovendo i primi passi. Nel secolo scorso quasi tutte le famiglie erano abbonate a un giornale. C’erano il Corriere del Ticino, Il Dovere, Libera Stampa, Popolo e Libertà, Gazzetta Ticinese e il trisettimanale L’Eco di Locarno. Fra queste numerose testate il Giornale del Popolo seppe non solo trovarsi un suo spazio, ma ad un certo momento diventò il primo quotidiano del Cantone. In realtà, qualche problema di carattere finanziario esisteva già allora, ma Leber poteva contare sull’aiuto di Ugo Guzzi, suo nipote, titolare di un avviato studio di ingegneria con sede a Zurigo. Occorre comunque ricordare che lo stesso don Leber aveva un suo carisma e notevoli intuizioni, per cui aveva dotato il giornale di attrezzature e progetti all’avanguardia ed aveva forgiato un buon numero di giovani giornalisti di notevoli capacità e spessore. Basti qui ricordare i vari Biscossa, Toppi, Melchioretto, Pedrazzi, Grandi, Locatelli, Valsesia, Ambrosioni, Jelmini… tanto per citare qualche nome.

 

Il dopo Leber

 

Quando mons. Leber fu colpito da ictus e si trovò impedito in gran parte delle sue funzioni, fu dapprima devotamente aiutato da Aristide Cavaliere e successivamente sostituito nel suo ruolo di direttore. Nel corso degli anni si susseguirono Silvano Toppi, Filippo Lombardi, Giuseppe Zois, Cesare Chiericati e Claudio Mésoniat. La direzione di Mésoniat durò tredici anni, fino a quando, giunto all’età della pensione, fu sostituito da Alessandra Zumthor, ma di fatto rimase ancora presente dietro le quinte. In poche parole, si può dire che Leber fu direttore del giornale per i primi 60 anni; nei successivi 30 si ebbero ben 6 direttori. Nel frattempo, lungo la storia del GdP sono cambiati anche diversi vescovi: dopo Bacciarini arrivarono Jelmini, Martinoli, Togni, Corecco, Torti, Grampa e Lazzeri.

 

Tanti avvicendamenti hanno avuto conseguenze di non poco conto, giacché spesse volte i direttori, una volta ricevuto l’incarico, personalizzarono la funzione e cambiarono la linea del giornale a dipendenza delle loro simpatie ideologiche. Questo susseguirsi di cambiamenti determinarono per il quotidiano notevoli perdite di abbonati. Da un momento all’altro i vecchi abbonati non si ritrovavano più nella nuova linea, lasciavano il giornale e si abbonavano ad un altro quotidiano, che non avrebbero più lasciato anche qualora un successivo direttore avesse riportato il giornale cattolico nel solco antico. Basti qui pensare al conflitto fra il vescovo Corecco e Silvano Toppi, che ebbe come conseguenza la partenza di quest’ultimo, che si trascinò dietro centinaia, forse migliaia di fans, i quali scrissero lettere di fuoco e messaggi di deplorazione pubblicati sulle stesse pagine del giornale.

 

E come non ricordare, per esempio, le parole di Botta: «Il Paese non cessa di sprofondare nella vergogna» o di Besomi: «Stiamo vivendo un momento di prefascismo». Si era insomma creato un clima rovinoso, oggi inimmaginabile, con un sacco di disdette.

 

Il Giornale di Locarno

 

Una iniziativa che non può essere dimenticata e che venne presa successivamente fu «Il Giornale di Locarno». Si trattava di un ramo del GdP, con la prima pagina e 3-4 pagine interne modificate. Questa novità – affidata a una squadra di giornalisti locarnesi con alla testa, nei primi tempi, Dalmazio Ambrosioni (seguito da Francesco Del Priore) – conobbe un risultato notevole: in poco tempo il GdP locarnese aumentò la tiratura del 23% e la pubblicità del 32%. In Vallemaggia si raggiunse un indice di penetrazione da non credere, superiore al 65%. Dopo una decina di anni, dopo un ennesimo cambiamento in direzione, l’idea fu abbandonata con le conseguenze che si conoscono.

 

Le ultime vicende

 

Quando mons. Grappa fu nominato vescovo, la situazione finanziaria del GdP era drammatica. Eredità della gestione precedente. Egli si rivolse allora al Corriere del Ticino. In quegli anni le leve del comando a Muzzano erano in mano alla signora Matilde Soldati e Amilcare Berra. Con loro trovò un accordo nel senso che avrebbero acquistato il 49% del GdP, mettendo a disposizione sei milioni di franchi necessari a ripianare il buco esistente.

 

Fu un gesto di indubbia generosità, ma con il passare del tempo si crearono nuovi buchi che il vescovo Grampa riuscì a coprire soltanto grazie a donazioni di privati e di fondazioni. Durante lo scorso anno vennero a scadere gli accordi fra i due quotidiani e il Corriere propose nuove condizioni di collaborazione che però il GdP non accettò, ritenendo di poter camminare con le proprie gambe. Bastarono però pochi mesi e il fallimento di Publicitas, già in difficoltà da tempo, ed ecco l’improvvisa chiusura del GdP annunciata lo scorso maggio. A evitare la rottura con il Corriere non hanno certamente aiutato i rapporti personali non idilliaci fra Mésoniat e i vertici del quotidiano di Muzzano. Sia quel che sia, le illusioni di poter andare avanti da soli hanno avuto vita breve. Abbandonate le stampelle del Corriere, il GdP si ritrovò quella fragile creatura che era, senza sostegno.

 

Qualche breve considerazione

 

A mio modo di vedere, l’errore di fondo che sta alla base della caduta del GdP è la mancanza di un vero editore. Tener vivo un giornale in una piccola realtà come la nostra è già di per sé molto difficile. La premessa per riuscire ad avere risultati soddisfacente è innanzitutto quella di avere alla testa un editore e un corpo redazionale guidato da un direttore che sappia dare concretezza ed efficacia alle indicazioni dell’editore. Essendo il GdP di proprietà della diocesi, l’editore di fatto è il vescovo.

 

Ma il vescovo, salvo casi particolari, non è un editore. È innanzitutto una persona che ha studiato teologia e ha la responsabilità della sua diocesi. Si deve occupare essenzialmente delle cose spirituali e dell’organizzazione della vita religiosa. È tenuto però a doversi occupare anche di molte realtà di carattere economico, finanziario, amministrativo, al di fuori delle sue specifiche competenze. È quindi indispensabile che possa affidare questi compiti di carattere terrestre e materiale a persone di sua fiducia con adeguate competenze di carattere economico, commerciale, amministrativo, di marketing e quant’altro. Di fatto, questo è avvenuto raramente al Giornale del Popolo.

 

Facilmente i direttori hanno svolto anche il ruolo di editori, oppure sono stati nominati dei consigli di amministrazione composti da brave persone piene di buona volontà, ma non del mestiere. E sono state prese anche delle decisioni, che poi non sono state applicate. Io stesso ero stato invitato qualche decennio fa a una di queste sedute. C’erano allora persone vicine al giornale, con tutte le migliori intenzioni, ma non avevano le mani in pasta nella gestione editoriale.

 

Ricordo, dopo un mio accalorato intervento conseguente alla visione delle carte che domandava una correzione di rotta, la voce di mons. Bonanomi: «Ma lei si preoccupa troppo, caro amico…». E qualche giorno dopo una telefonata in cui mi si ringraziava e mi si diceva di lasciar perdere.

 

Un finale drammatico fra cose dette e cose taciute

 

Le modalità con le quali è stata comunicata la decisione di chiudere il quotidiano è stata uno choc un po’ per tutti: giornalisti, collaboratori, abbonati, lettori.


*Editore - Articolo pubblicato sull'ultima edizione de Il Ceresio

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