Scuola e Lavoro
27.05.2016 - 12:530
Aggiornamento : 19.06.2018 - 15:41

“Architetto di professione e musicista per passione”. La testimonianza di scuola e lavoro di Marco Pallua

Ammiro i quindicenni che scelgono i liceo ma ammiro altrettanto chi sceglie di formarsi attraverso esperienze lavorative abbinate a periodi di studio. Costui ne uscirà con una visione del mondo del lavoro con i così detti “piedi per terra”

di Marco Pallua

Sono nato a Padova il 7 settembre 1962 e sono cresciuto negli anni della mia infanzia tra le fantastiche Dolomiti del Cadore, a Colle Santa Lucia. Qui le mie radici e la mia base educativa appresa soprattutto dai nonni di origini contadine. I valori appresi in quel periodo sono stati soprattutto l’onestà, il valore della parola data, la voglia di emergere da una realtà che offriva unicamente due strade: l’agricoltura e l’artigianato oppure le stagioni nel campo turistico. Molti abitanti della zona combinavano le due attività per poter ottenere un impiego durante tutto l’anno.

Terminate le scuole elementari, per motivi di famiglia mi son dovuto trasferire in Ticino e affrontare un nuovo ciclo scolastico. Il ginnasio. A quei tempi ancora non si parlava di scuola media e giocoforza si doveva scegliere tra le scuole maggiori ed il ginnasio.

Questo mondo per me nuovo, sia nel modo di vivere, sia nell’insegnamento, mi ha portato a conoscere il mio primo grande amore, la musica. Infatti con alcuni amici di scuola ecco arrivare il primo complessino con il quale siamo finiti da adolescenti a suonare sia alla radio che alla televisione della Svizzera italiana.

Il termine della scuola dell’obbligo coincideva, per quei tempi, con la grande scelta di vita: “cosa fare da grande”. Ebbene, io proprio non lo sapevo, anzi forse lo sapevo ma non avevo il coraggio per affrontare una scelta così drasticamente lontana dalle aspettative di famiglia. Avrei voluto fare, come lavoro, il musicista rock-pop. Un grande sogno nel cassetto che non ha potuto decollare per troppi contro e pochi pro.

Non sapendo in alternativa che pesci pigliare e non volendo di nuovo drasticamente cambiare la mia vita con un nuovo trasferimento oltre Gottardo per andare “in dentro a studiare”, scelsi la via del lavoro iscrivendomi alla scuola professionale per apprendisti in qualità di falegname. Mi avviai quindi lungo questa nuova strada, con poca convinzione ma comunque con tutto l’impegno che potevo mettere in questa scelta che mi imponeva sacrificio fisico e grande paura di farmi del male. Si, proprio così. Una gran paura di non poter più suonare lo strumento che stavo piano piano imparando, da autodidatta, a suonare discretamente. La chitarra.  Ricordo molto bene la mia dedizione maniacale ad usare tutte le protezioni possibili durante l’uso dei macchinari in fabbrica, Spesso e volentieri venivo preso in giro dagli operai per questo eccesso di zelo. Qualcuno di loro purtroppo, nel corso degli anni, si è fatto male anche seriamente.

In questi anni di apprendistato avevo cominciato ad apprezzare il disegno tecnico e l’organizzazione dei lavori e mi ero fatto un’idea più concreta per il mio futuro. Diventare architetto d’interni e continuare nella ditta come collaboratore tecnico.

Ambizione subito infranta all’ultimo anno di apprendistato poiché il figlio del titolare, al fatidico momento di decidere cosa fare da grande, decise di optare per una scelta simile alla mia. In quegli anni (fine ’70) un lavoro come questo non aveva ancora preso piede e pochissime ditte si potevano permettere un tecnico in ufficio. Fatto un breve sondaggio mi resi conto che erano tutte già al completo o senza necessità di una persona così qualificata. La maggior parte di loro si arrangiava come poteva e questa mansione era spesso prerogativa del titolare d’azienda. Questa mia scelta professionale e la situazione venutasi a creare mi avrebbero dunque obbligato ad andare via dal Ticino, cosa che io ancora non mi sentivo pronto ad affrontare.

Pensai quindi a un salto più lungo, la scuola di architettura STS di Lugano –Trevano.

In quegli anni i percorsi formativi erano piuttosto definiti e non permettevano di uscire dai binari. Passare da un apprendistato di falegname a una scuola di architettura era un grande salto nel buio. Allora era unicamente possibile accedere a questa scuola superiore, fuori dal percorso scolastico ufficiale, solamente a chi aveva effettuato un apprendistato come disegnatore edile o di ingegneria civile.

Io ci provai ugualmente. Presi contatto con il Direttore della scuola, l’Arch. Niki Piazzoli, persona cordiale e molto disponibile. Lui ebbe la bontà di capire la serietà della mia anomala richiesta e mi propose una soluzione fuori dagli schemi, un periodo pratico di disegno in uno studio di architettura, per permettermi di raggiungere la necessaria base tecnica.

Il periodo imposto imponeva però di smettere da subito, a metà dell’ultimo anno, il tirocinio di falegname. Avendo trovato uno studio che mi avrebbe accolto subito dopo le vacanze natalizie, ne parlai al mio allora datore di lavoro il quale, compresa la mia scelta, mi lasciò andare, ad una condizione però: avrei dovuto sostenere gli esami di fine tirocinio, nonostante questo cambiamento. Fino ad allora nessun apprendista formato nella sua ditta aveva rinunciato a presentarsi agli esami. Molti di loro avevano anche ottenuto i migliori risultati di fine esame, motivo per lui grande orgoglio. Questo mi impose (con il senno di poi molto giustamente) di presentarmi agli esami pratici e teorici seppur dopo diversi mesi durante i quali stavo già facendo tutt’altro. Superai gli esami e ottenni l’attestato federale di capacità che tengo tutt’oggi con orgoglio nel mio curriculum.

La pratica nello studio di architettura è stata per me l’apertura di un mondo nuovo. Non ero più l’artigiano che doveva mettere in pratica le idee di qualcun altro, avevo ora la possibilità di esprimere delle idee mie e di vederle realizzate (sempre tenendo presente che ero un semplice praticante e non avevo ancora molto di mio da poter mettere sul tavolo).

In questo periodo, del quale serbo un bellissimo ricordo, decisi di affrontare anche la questione del tributo alla patria, altro momento importante nella vita di ogni ragazzo di vent’anni, la famigerata scuola reclute. Essendo stato arruolato come soldato sanitario per mia fortuna potei fare una leva di soli 3 mesi anziché i 4 canonici che toccavano alle altre incorporazioni. Terminata quest’esperienza ripresi il praticantato che durò circa un anno e mezzo e mi permise infine di potermi iscrivere nella classe speciale chiamata 1a disegnatori. Classe nella quale erano raccolti i disegnatori edili e di genio civile. Quest’ anno formativo comprendeva il programma dei 3 anni normali di scuola preparatoria alla STS (Scuola Tecnica Superiore), oggi SUPSI.

Un'altra nuova sfida, devo dire molto dura per uno come me abituato ormai a ben altri ritmi e a molto tempo libero. La scuola adesso mi teneva inchiodato sui libri giorno e notte, sabato e domenica compresi. Mi rimaneva appena il tempo di una serata di musica nel fine settimana. Poi non esisteva altro che lo studio. Con un po’ di fatica (forse farei meglio a dire tanta fatica), riuscii a superare questo interminabile primo anno che si rivelò un condensato di matematica, fisica, chimica. Insomma, le basi per affrontare quanto sarebbe arrivato in seguito.

Inizia la STS vera e propria, i ritmi cambiano di nuovo, in peggio. La pressione è alta e i professori molto esigenti. Qui mi capita senza preavviso una grossa tegola sulla testa.

Siccome per mia convinzione d’indipendenza da casa stavo frequentando la scuola con aiuti statali (prestiti di studio) ed una borsa di studio di una fondazione privata, il mio tenore di vita era sempre al limite della sopravvivenza (come molti altri studenti del resto).

A scuola inoltrata successe che la fondazione che gentilmente mi dava una grande mano finanziaria, dovette chiudere per insufficienza di fondi le elargizioni delle borse di studio. Quando ricevetti questa notizia ebbi una doccia fredda. Come fare a sbarcare il lunario e rimanere uno studente? I ritmi scolastici della STS, molto diversi da quelli universitari, non permettevano certamente di poter contemporaneamente lavorare e studiare.

Per farla breve, dopo alcune settimane di profonda crisi decisi di passare ad una scuola di rango inferiore, sempre nello stesso istituto, ma che mi permetteva di lavorare almeno cinque mesi all’anno a tempo pieno. Entrai quindi nel secondo anno della SAT (Scuola per assistenti tecnici). In pratica una scuola che formava i tecnici di cantiere. In questo modo riuscii a superare il problema del mantenimento e ottenni il diploma di Assistente Tecnico. Rispetto al precedente diploma di falegname era già un notevole passo avanti.

Arrivò il momento di cercarmi un lavoro. Lo trovai dopo circa un mese di ricerche, anche questo in modo un po’ anomalo (si vede che a me le cose normali non vanno proprio bene…). Venni assunto in uno studio di architettura anziché in un’impresa di costruzioni come normalmente avrebbe dovuto succedere. In questo periodo che durò quattordici anni, potei dare sfogo completo alla mia voglia di imparare e portare a termine quanto avevo iniziato. Avevo ora la possibilità concreta di dimostrare quanto sapessi fare, sia nell’ambito della direzione dei lavori per la quale mi ero formato, sia nel campo architettonico. In questa parte di lavoro dello studio dove lavoravo, posso dire di aver effettivamente “rubato il mestiere”. Mi misi in gioco dimostrando che era possibile fare molto di più rispetto al diploma in mio possesso. Posso anche dire di aver avuto molta fortuna nel trovare un datore di lavoro che mi ha dato questa grande possibilità. Quattordici anni passati a progettare, soprattutto fasi esecutive, seguendo cantieri di piccole e grandi dimensioni. Entrai così in modo definitivo nel mondo del lavoro e delle grandi responsabilità.

Finita questa lunga parte dove mi sono per così dire “fatto le ossa” ho intrapreso una nuova strada come indipendente a tempo parziale, con uno studio tutto mio. L’altra parte del mio tempo è stata occupata per circa dieci anni presso l’Amministrazione Cantonale nell’Ufficio della Natura e del Paesaggio. Se da un lato lavoravo per così dire “al fronte” sui cantieri e sui miei progetti, dall’altro mi dovevo occupare per l’ente pubblico, di vagliare i progetti da sottoporre alla Commissione del Paesaggio. Qui ho veramente potuto assaporare l’architettura con la “A” maiuscola. Ero chiamato a esprimermi ufficialmente su progetti altrui e dovevo farlo con molta professionalità ponderando molteplici fattori. Grazie a questa esperienza o potuto incontrare persone di grande cultura e capacità nel mestiere. A queste non finirò mai di dire grazie per quanto mi hanno insegnato ma soprattutto per quanto liberamente mi hanno lasciato esprimere, forse anche perché ho dimostrato loro onestà intellettuale e grande voglia di imparare.

Questa esperienza, rispetto ai miei concetti ed alle mie limitate visioni precedenti, mi ha fatto fare un grande salto di qualità.

Terminata questa collaborazione nel 2011 decisi di fare finalmente il passo finale del mio percorso formativo, iscrivendomi da autodidatta agli esami del REG a Berna (Registro Svizzero degli ingegneri, architetti e tecnici). Questo tassello importante mi mancava, un po’ per orgoglio personale ma anche per la sua effettiva necessità. Ottenere il riconoscimento nella categoria “A” quindi il massimo livello di categoria è stata una notevole soddisfazione, se poi raggiunta con un percorso formativo extra scolastico e per giunta da autodidatta, lo è stata ancora di più. Da li in poi ho affidato tutto il mio tempo lavorativo a me stesso ed al mio studio a Bellinzona.

Rileggendo questo scritto posso ora trarre alcune considerazioni che spero siano di aiuto a chi, leggendo le mie parole, forse si sentirà un po’ meno perso in questo mondo del lavoro che cambia sempre più in fretta, dove il posto di lavoro sicuro non esiste più, dove mettersi in gioco continuamente è diventata una regola.

La prima considerazione è questa.

Se veramente vuoi ottenere qualcosa d’importante per te stesso, misura bene i tuoi passi in modo che siano sufficientemente lunghi per arrivare in un tempo per te accettabile alla meta, ma nel contempo sufficientemente corti per non inciampare e cadere.

La seconda.

Oggi i giovani maturano molto presto dei valori, diversi però dai nostri di allora. Noi volevamo in fretta indipendenza, uscire di casa. Oggi tutto questo è diventato difficile per molti motivi tra i quali il fatto che a casa dei genitori si sta meglio e con meno problemi finanziari. Questa voglia di uscire e scoprire il mondo, sia del lavoro sia della vita in generale, è quella che ti fa scattare la molla per voler raggiungere obiettivi, forse in apparenza irraggiungibili stando tra mura domestiche.

La terza.

La formazione continua e le numerose “passerelle scolastiche”, nonché le maturità professionali che sono proposte oggi per molti settori, sono un bene da non sottovalutare. Rivedendo il mio cammino posso solo dire che con queste possibilità sarebbe stato per me molto più facile percorrere la mia strada.

La quarta.

Ritengo che chi a quindici anni decida di andare al liceo per poi diplomarsi nelle università, debba avere un gran coraggio e credere molto nelle proprie capacità intellettuali. Per questo li ammiro molto. Chi invece decide per i piccoli passi e formarsi attraverso esperienze lavorative abbinate a periodi di studio ha da parte mia altrettanta, se non maggiore ammirazione. Costui ne uscirà con una visione del mondo del lavoro con i cosi detti “piedi per terra” e saprà sempre trovare una soluzione pratica dei problemi.

Concludo questa mia presentazione ricordando a me stesso che la ricerca di armonia e la passione, messi in ciò che ho fatto fino ad ora, mi compensano appieno per i grandi sforzi fisici e mentali, affrontati sempre con positività, a partire dai mei ormai lontani quindici anni.

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