Cronaca
Se il capretto è solo un altro nugget. Chi per Pasqua si riempirà la panza con il cucciolo dovrebbe avere il coraggio di vederlo uccidere (o almeno di sceglierlo da vivo prima che finisca nel piatto)
L'ANALISI - Sarebbe più umano, più autentico, più naturale, più rispettoso della bestia, aver sentito nello sguardo, lungo il palmo, tra le dita, la morte provocata dell'animale e poi sovrapporre a quella sensazione il piacere del gusto della carne rosicchiata fino all'osso. Con i polpastrelli da leccarsi quando non resta più niente nel piatto. Si sa che il capretto si mangia senza le posate
© Keystone/Ti-Press/Pablo Gianinazzi
di Andrea Leoni

Uccidiamo con le nostre mani il capretto che trionferà sulle tavoli pasquali. Naturalmente in senso figurato: secondo le regole e senza far soffrire l'animale. Ma con quelle stesse mani che saranno insudiciate dalla carne cotta a puntino e dagli aromi abilmente combinati secondo ricette antiche. Chi se lo mangia e se lo gode dovrebbe insomma essere coerente:  uccidere - meglio: assistere all'uccisione da parte di un professionista - il cucciolo dopo i suoi 30-40 giorni di vita passati a nutrirsi solo del latte materno. 
 
Sarebbe più umano, più autentico, più naturale, più rispettoso della bestia, aver sentito nello sguardo, lungo il palmo, tra le dita, la morte dell'animale e poi sovrapporre a quella sensazione il piacere del gusto della carne rosicchiata fino all'osso. Con i polpastrelli da leccarsi quando non resta più niente nel piatto. Si sa che il capretto si mangia senza le posate.
 
E chi è più fragile nei sentimenti, più incline alla commozione o all'ipocrisia, faccia almeno lo sforzo di osservarlo da vivo il pranzo pasquale. Ma non un esemplare qualsiasi spiato di striscio dai molti filmati reperibili sul web. Proprio il suo: quello con cui si riempirà riempirà la panza e quella dei suoi famigliari. E se in qualcuno prevarrà il rimorso o il senso  di colpa, fatta salva la rinuncia, allora dovrà confrontarsi con un deficit di dignità nell'attovagliarsi. Prevarebbero infatti con ragione gli argomenti di animalisti e vegani. 
 
È importante ristabilire questo legame profondo con la tradizione, oggi menomato e stravolto dalla sola consumazione. In un tempo non troppo lontano le cose andavano diversamente. Ed eravamo più colti e civili. In famiglia c'era sempre un parente, un amico, un conoscente, da cui andare a scegliersi di persona il pranzo pasquale. Ancor di più nelle famiglie contadine, o delle zone rurali, dove i giovani venivano svezzati a questo compito primordiale: uccidi ciò che mangi. La stessa mazza del maiale, ormai quasi rimossa, rappresentava nella sua festosità sociale, un'occasione di educazione e di rapporto sincero e onesto con quello con cui ci nutriamo. Ed è una carneficina.
 
Ma tornando al capretto. Questa tradizione è una perversione gastronomica come ce ne sono molte, seppur supportata da agganci religiosi e culturali molto radicati. Non esiste, infatti, almeno alle nostre latitudini, un motivo alimentare, e in molti casi oramai neppure culturale o religioso, per abbattere dei cuccioli e sfamarsi nel giorno della Festa. È "solo" una questione di piacere del palato, di condivisione di un rito sempre più sbiadito.
 
Io la difendo questa tradizione. La difendo fino in fondo (pur non apprezzando il capretto, ma altri animali sì, l'agnello ad esempio: e non c'è differenza). Ma fino in fondo dovremmo andare noi che ne godiamo in tavola. Bisognerebbe sottrarsi con forza a questa "grande rimozione" che svuota giorno dopo giorno le nostre vite. E questo è solo un piccolo, semplice e succulento esempio. 
 
Occorre ribellarsi a questa anestesia dalla responsabilità (causa-effetto) e a questa dittatura dei consumi, che ci affranca dalla natura, e dalla verità brutale della natura, per agganciarci con il guinzaglio allo scaffale di vendita, dove del capretto non resta che qualche pezzo abilmente confezionato per non urtare la sensibilità pulita ma fittizia e la coscienza addomesticata dei consumatori. E allora non è più perversione, non è più piacere, non è più rispetto, non è più umanità. Diventa catena di montaggio, moralismo industriale. E il capretto solo un altro nugget.
 


Pubblicato il 11.04.2017 14:25

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