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Selvaggissima! L'India, il fidanzato, il Cessna da 8 posti e la camionetta della polizia come taxi: "L'amore è fiducia, è vero. Ma se non ti fidi manco per un ca...è meglio"
Strepitoso racconto su Facebook della blogger Selvaggia Lucarelli direttamente dalle sue vacanze indiane: "Ho tirato fuori la parte razionale in me e ho deciso che qui in India le strade sono così insicure che qualsiasi mezzo alternativo alla macchina è una botte di ferro. E poi eventualmente si muore insieme, quindi non si rifarà una vita senza di me, l'infame..."
di Selvaggia Lucarelli*


L'amore è fiducia, si usa dire.

 

Beh, io a questo detto non ho mai creduto perché ho amato pure non fidandomi manco per un cazzo, e in India ho avuto di nuovo prova della mia saggezza infinita.

 

Dunque. Dovete sapere che il problema del Rajasthan sono le distanze. È una regione enorme in cui le città interessanti sono l'una a centinaia di km dall'altra con l'aggravante che nel mezzo c'è la risposta alla domanda filosofica più antica della storia del pensiero, ovvero : "Il nulla esiste?". Sì, e precisamente si può localizzare tra Bikaner e Jaisalmer, per esempio. Il tutto modifica sostanzialmente la percezione della realtà, per cui dopo 4 ore d'auto guardando dal finestrino, ti scopri a dire "Guarda laggiù che casino!" e il casino è una capra che bruca un cespuglio.

 

Torniamo alla faccenda della fiducia. Il mio fidanzato, a un certo punto, ha deciso che per velocizzare gli spostamenti interni si doveva cercare un'alternativa. Scartate la balestra umana e la tuta alare, si è messo a cercare una compagnia di aerei interni e alla fine l'ha trovata. Detta così sembra pure una figata se non fosse che gli aerei interni sono dei Cessna 8 posti che stanno sulla prua della barca di Vacchi, sempre se per evidenti ragioni non è passato al coccodrillo gonfiabile. La compagnia ha pochi mesi di vita e il biglietto in economy costa 1 euro. (quella superiore ne costa 7, non mi è ancora chiaro come sia possibile, forse i sedili dell'economy sono Ikea e te li devi montare da solo con dodici brugole, vai a capì). Costa di più l'autobus Civitavecchia - Santa Severa. Naturalmente, la mia risposta alla sua proposta carica di brio ed entusiasmo è stata : "Col cazzo". In più è periodo di monsoni e l'idea di finire in un cumulonembo sull'albatross di Bianca e Bernie non era delle più confortanti. Voglio contare le capre nelle 5 ore di viaggio tra Bikaner e Jaisalmer e attribuire un significato magico a quel numero. Anzi, studierò numerologia in macchina. Non voglio salire su un Cessna, ci sono così tante cose da fare in auto, gli ho spiegato. Ma c'è la vecchia storia dell'amore che è fiducia.

 

"Tu allora non ti fidi!", mi dice lui, con l'aria piccata. "Tu non sei un cessna da 8 posti da 1 euro in economy!", replico io. "No, ma te lo sto proponendo io e non farei mai nulla che possa mettere in pericolo la tua vita!". "No, certo, ma prova a mettere un like al culo di Belen e farai qualcosa che mette in pericolo la tua!". Vabbè, siamo andati avanti così due giorni e alla fine ho ceduto io. Ho tirato fuori la parte razionale in me e ho deciso che qui in India le strade sono così insicure che qualsiasi mezzo alternativo alla macchina è una botte di ferro. E poi eventualmente si muore insieme, quindi non si rifarà una vita senza di me, l'infame. Inoltre, le previsioni del tempo danno due giorni di sole sia a Jaipur da cui partiamo che a Bikaner in cui dobbiamo arrivare in 1 ora di volo anziché le 5 di auto. È tutto pensato e progettato per la nostra totale sicurezza.

 

Arriviamo in aeroporto alle dieci del mattino. Entriamo. Sbrighiamo le pratiche di check in e bagagli. Prendiamo un caffè. Mentre lo sorseggio nella più beata rassegnazione, sento degli strani rumori. "Amore cos'è? Stanno facendo dei lavori?". "Boh!". "Non senti battere violentemente qualcosa?". "No!". "Come no, senti che qualc...". Guardo fuori dalla vetrata e vedo qualcosa che somiglia a a uno tsunami verticale. Ci sono le cascate Vittoria fuori dal vetro. Sta piovendo che Ganesha la manda.

 

Qui le previsioni del tempo sono affidabili quanto il mio ex. Ora. A questo punto della storia voglio specificare che io non ho paura dell'aereo in generale, per cui non si tratta di capricci. Si tratta di decidere se te la senti di sfidare il monsone su un assorbente con le ali. Se te la senti di dire all'alta pressione "Ehi io ho due eliche e un biglietto da 7 euro in classe superior, mica mi faccio buttare giù da una corrente ascensionale con turbolenze all'interno, scrosci di pioggia, fulmini globulari e vento a 50 km orari, stronza!". "Vabbè, ma qui gli acquazzoni durano 5 minuti", dice lui. "Vabbè ma tanto annulleranno il volo!", dico io. Continua a piovere e non annullano il volo. Compro cose per distrarmi. Pantaloni con elefanti stampati sopra, ciabatte da marajà, magneti da frigo, qualunque cosa pur di stordirmi. Alla fine si parte. Con noi viaggia un indiano di Bikaner che continua a dirmi "very small plane!" e che in fase di decollo prega tutti gli dei induisti, Gesù, Padre Pio, Maria De Filippi e Giorgio Mastrota. I due piloti non ci salutano neppure. Manco un "benvenuti". "Sanno che moriremo tutti, non vogliono affezionarsi", penso io. Il decollo va più o meno così: dritto sulla pista, virata a destra sulla pista, virata a sinistra sulla pista, rumore di frenata che ho pensato "ecco, c'è una vacca pure qui, sta cercando di evitarla", Lorenzo che mi guarda con due occhi che dicono "scusa, non volevo! ", io che lo guardo lui con due occhi che dicono "mortacci tua", l'indiano che non guarda nulla perché ha chiuso gli occhi e sta tentando il suicidio indotto da autoipnosi, un'antica tecnica indiana che ovviamente è una cazzata che mi sto inventando sul momento. Penso a Leon che crescerà senza che io possa odiare la sua prima fidanzatina.

 

Alla fine si decolla. E qui mi tocca dirla tutta. Il volo, nonostante qualche nuvola (non piove più), è tra i più tranquilli che ricordi. Neanche mezzo vuoto d'aria. A un certo punto i due indiani alla guida leggevano addirittura "The times of India". L'amore è fiducia, aveva ragione lui. Atterriamo con un po' di vento, l'aereo lo sente leggermente.

 

L'aeroporto di Bikaner è nel nulla di cui prima, anche perché ci troviamo nel deserto. Siamo gli unici passeggeri che arrivano e che attendono i bagagli al nastro. Il nastro chiaramente è un indiano che porta i bagagli in spalla. Usciamo dall'aeroporto e ci sentiamo il leone Simba che scruta l'orizzonte. Non c'è nulla. "No taxi?" chiedo a un tizio che sta lì sulla porta. Lui ride. "Ahahahahahah". Non esistono taxi in aeroporto. C'è un'unica macchina fuori. La guardiamo tipo il marinaio che scende dalla nave dopo tre mesi in mare e vede una donna. "Di chi è quella macchina? Ci può portare in hotel? Paghiamo!". No. È del responsabile dell'aeroporto, che probabilmente sta decifrando le forme delle nuvole sul retro.

 

Chiamiamo l'hotel. L'hotel ci rassicura. Certo che vi facciamo venire a prendere, la macchina arriva tra due ore. (siamo a 15 km dalla città) Non esiste un numero taxi. Nel giro di 10 minuti diventiamo l'evento del giorno, forse dell'anno, nell'aeroporto di Bikaner. Arriva pure l'addetto alla torre di controllo che poi in realtà è uno che controlla che i due addetti alla manutenzione che giocano a scacchi sul retro muovano la torre dritta e non in diagonale. Ci sono 15 persone attorno a Lorenzo che ipotizzano noleggio di asini, la costruzione sbrigativa di un capanno in cui farci alloggiare nell'attesa, il darmi sposa a un vecchio indiano del Punjab così che almeno uno dei due si tolga dai coglioni. All'improvviso, la svolta. Ci porta la camionetta della polizia. "Fantastico!" dico io. "Fantastico!" dice lui. Arriverò a Bikaner su un auto delle forze dell'ordine come le personalità importanti, come i capi di stato.

 

Sulla camionetta siamo in 15, sotto un tendone, senza aria condizionata. Noi, un tizio coi capelli dipinti di arancione, l'indiano che pregava Mastrota, un vecchio incazzato, due vecchi sorridenti, tre donne che siedono davanti, 4 militari che hanno la faccia di chi vuole radere al suolo il Pakistan. Ci sono 42 gradi. Due dei tizi tengono le nostre valigie sospese sulla strada perché non entrano dentro. Il sudore del tizio accanto a me ha un effetto stordente, sembra di pippare acetone per le unghie. Io mi comincio a liquefare come il sangue di San Gennaro. Sulla strada incrociamo i primi cammelli, che qui sono utilizzati come bestie da soma e trasportano qualunque cosa e di qualunque dimensione, dalla legna ad Adinolfi. Alla fine, arriviamo in città.

 

Io guardo Lorenzo negli occhi. Lui guarda me.

 

L'amore è fiducia, è vero.

 

Ma se non ti fidi manco per un cazzo, è meglio.


*blogger - articolo tratto dalla pagina Facebook dell'autrice



Pubblicato il 12.08.2017 14:03

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