Quarto Potere
Sergio Morisoli spiazza tutti: "L'iniziativa No Billag è da bocciare. Ma si dimetta subito in blocco il Consiglio della Corsi. E la direzione presenti un piano con delle garanzie prima del voto: è il momento di cambiare"
Intervista al presidente e deputato di Arealiberale che si schiera contro l'abolizione del canone: "Non bisogna mai distruggere per costruire: questo è un metodaccio da regime di sinistra. Ma se la campagna dei contrari continua così rischiano l'effetto Trump (o l'effetto docenti)"
©Ti-Press / Gabriele Putzu
di Andrea Leoni


BELLINZONA - Dopo Fabio Regazzi e Marco Chiesa, un’altro esponente di spicco del centrodestra ticinese si schiera contro l’iniziativa No Billag. Parliamo di Sergio Morisoli, deputato e presidente di Area Liberale.

 

Sergio Morsoli ci spiega il suo “no” all’abolizione del canone?

Premetto che la mia linea di fondo rispecchia il vostro commento dell’altro giorno: in quel contesto si incastra il mio ragionamento. Quindi, punto primo: non bisogna mai distruggere per ricostruire. Questo è un metodaccio da regime di sinistra. E in questo caso sarebbe un metodo ancora più sbagliato perché non esiste alcuna garanzia che dopo la demolizione si possa ripartire. Il secondo punto fondamentale però è che serve un cambiamento. Se siamo arrivati a questo punto, infatti, non è certo per colpa dei cittadini che hanno raccolto le firme o che sono disposti a sostenere la No Billag. Qui ci siamo arrivati per colpa dell’azienda e dalla sua gestione inaccettabile”.

 

Sia più concreto. Che tipo di cambiamento si aspetta?

“Le dimissioni in blocco, prima del voto, del Consiglio della CORSI, sarebbero un esempio di cambiamento concreto. Sarebbe un primo segnale importante nella giusta direzione. Per due ragioni. La prima è, per l’appunto, che se si è arrivati a una tale disaffezione da parte di un pezzo del Paese, la responsabilità ricade innanzitutto su di loro. Il secondo motivo, di cui si parla poco, è il cambio di sistema nella riscossione del canone. Si è trasformata una tassa in un’imposta obbligatoria per tutti, al di là che uno guardi o meno la SSR. Un cambiamento approvato dal popolo svizzero ma bocciato in Ticino. E quindi è molto semplice: non possono essere gli stessi che gestivano il vecchio sistema - e che sono già stati sconfessati nelle urne - ad amministrare quello nuovo. Infine mi aspetto come molti che il management presenti, prima del voto del 4 marzo, un piano dove si spieghi concretamente come vuole cambiare la RSI alla luce degli errori del passato e del nuovo sistema di riscossione del canone”.

 

Quindi lei dice: è giusto dare l’ultima possibilità alla RSI ma loro presentino delle garanzie per il futuro.

“Esatto. Gli va data l’ultima possibilità anche per le persone capaci che ci lavorano e per una serie di competenze che non possiamo permetterci di perdere. Se da un lato c’è la necessità di mantenere questo servizio statale, dall’altro non si possono più tenere in vita gerarchie, apparati e comitati, che continuano a comportarsi come se nulla fosse successo. La CORSI è da sempre un organismo stra-cartellizzato dai partiti e stra-clientelare. E questa immagine ricade sull’azienda, indipendentemente dai poteri specifici della cooperativa. Il management, di cui non mi sfuggono le lacune, ha come parziale scusante quella di non aver avuto una missione e una strategia chiara da parte della SSR. O di averne avuta una disastrosa come quella imposta da De Weck. Solo a fronte di un progetto definito, in qualsiasi azienda, si può giudicare un management. Ed è proprio questo piano che io chiedo alla RSI di presentare prima della votazione”.

 

Lei è un liberista. Come giudica l’obiezione di fondo che giunge dalla sua parte (bisogna pagare solo per i servizi che si consumano)?.

“I media, la comunicazione, l’informazione, sono arrivati a un punto in cui bisogna guardare oltre la logica della domanda e dell’offerta. Hanno ormai una tale influenzada rendere necessaria una mediazione. Di conseguenza servono regole e mezzi per farle rispettare. Questo è un argomento forte, da liberale e liberista, per il quale una televisione pubblica deve continuare ad esistere. Però continuo a battere il chiodo sul cambio di sistema di riscossione del canone. Aver trasformato una tassa in un’imposta, mettendo la SSR in una posizione di assoluto monopolio, impone un cambiamento radicale. Questa televisione, oggi, è infatti tutta orienta da una sola parte: quella dello Stato. La stragrande maggioranza dei servizi sono di stampo statale: una volta la Confederazione, una volta il Cantone, una volta i comuni, una volta i vari apparati e gruppi di interesse.… Sembra che fuori non ci sia nulla. È un’informazione asservita allo Stato. Ma ora ad essere obbligati a pagare sono tutti i cittadini, non solo quelli che amano il pubblico. Ma le dirò di più…”.

 

Prego.


“A me del clientelismo nelle assunzioni non mi importa granché. Per me potrebbero essere anche tutti comunisti alla RSI. Perché sono convinto che, se venisse ridefinita la missione, riportando la radiotelevisione al servizio pubblico e sottraendola al servizio di Stato, i dipendenti capaci e onesti intellettualmente, sarebbero perfettamente in grado di interpretare il nuovo mandato. A me disturba molto, invece, il clientelismo nell’informazione, al servizio dei vari apparati e rappresentanti dello Stato e dei partiti. Con il nuovo sistema di riscossione del canone questo modus operandi non potrà più esistere”.

 


Quindi lei non condivide le critiche mosse ad esempio da Lorenzo Quadri, o da Boris Bignasca, ma anche da Fabio Regazzi e Marco Chiesta, che contestano un’informazione troppo sbilancia a sinistra?

“È evidente che la regia di questa tv, quando ti punta telecamera e microfono addosso, è di sinistra. Uno di destra se ne accorge subito anche solo dalle domande che pongono. Ma per me è più importante il discorso che facevo prima. Essendo diventato il canone un’imposta, la RSI non potrà più essere statalista, ma neppure di destra o di sinistra. Del resto le ferrovie sono di destra o di sinistra?”

 


Anche per questo lei chiede un impegno alla direzione prima del voto?

“Certo. Ma un piano serio. Non dire faremo parlare 15 minuti in più questo o quel politico. Perché è così che ragionano, con la logica del minutaggio e del manuale Cencelli. Io invece vorrei conoscere la strategia. Che tipo di servizio pubblico vogliono impostare. Che tipo di risorse investire e come. Se intendono rinunciare a certi privilegi. Prenda l’abbassamento di un franco al giorno del canone deciso dal Consiglio Federale. A una persona normale viene in mente la vetrina di un negozio, quando la mattina passa e il prodotto ha un prezzo e al pomeriggio improvvisamente viene ribassato. Al che ti chiedi: qual è il prezzo giusto? Prima stavano “rubando” oppure me lo stanno svendendo adesso? Il problema è che stanno impostando questa campagna su due fattori: terrorizzare i cittadini o cercare di comprarli. E questo mi fa temere che non ci sarà comunque un cambiamento in futuro. Credo che si limiteranno a fare un party per averla scampata bella”.

 

Che aria tira nel “suo” centrodestra?

“Secondo me siamo ancora metà e metà. Ci sono quelli che dicono che l’unico modo per fargliela capire è appoggiare l’iniziativa . E dall’altra ci sono quelli che la pensano come me. Credo che alla fine comunque prevarrà il buon senso. Soprattutto perché c’è la questione vitale dei posti di lavoro: in Ticino non possiamo continuare a perdere impieghi e meno che mai a non difendere quelli che abbiamo. Però questa deve davvero essere l’occasione per chi dirige l’azienda di fare un cambiamento. E purtroppo non c’è ancora nessun segnale concreto in questo senso”.

 

Cosa si sente di dire a quelli che tirano la cinghia e per bisogno preferirebbero risparmiare sui soldi del canone?

“Che hanno ragione e che la SSR deve dargli indietro qualcosa di più e di meglio di quanto oggi viene offerto. E qui torno al rapporto con il privato. Io difendo la necessità di avere una radiotelevisione pubblica, perché so perfettamente che il mercato non avrebbe alcun interesse commerciale nel fare determinati programmi. Ma allora che la RSI torni a farli, smettendola di rincorre il privato con serie tv e trasmissioni sceme. Con la trasformazione del canone in un’imposta bisogna avere ancora più rispetto per i soldi che prendi, in particolar modo se arrivano da chi non ne ha o ne ha pochi. A Comano e a Berna, prima di spendere un franco, dovrebbero sempre ricordarsi della fatica che fa la gente per darglieli”.

 

Ancora due domande sulla campagna. Dal suo osservatorio teme che possa innescarsi un meccanismo di voto tipo quello che abbiamo visto con Trump o con la Brexit? Cioè, per semplificare, un grande voto di pancia del popolo contro l’establishment?
“Indubbiamente. Questo è il rischio più grosso che corrono. Anche per questo le dimissioni della Corsi sarebbero utili: per disinnescare questo meccanismo. È un elemento forte che esiste nella pancia del Paese e che potrebbe cambiare le sorti del voto. Eviterei dunque caldamente anche slogan apocalittici tipo: “se crolla la SSR, finisce la Svizzera”. Ma per carità! La Svizzera esisteva prima ed esisterà anche dopo la radiotelevisione pubblica, per fortuna. Ogni volta che fanno questo genere di uscite accorciano la miccia della bomba sulla quale sono seduti….”.

 

Infine, visto che lei ha vissuto da protagonista la campagna sulla Civica, crede che anche i dipendenti RSI, se saranno troppo attivi nella campagna, rischino un po’ quell’effetto docenti che ha fatto stravincere la vostra iniziativa?
“Eccome. Sarebbe molto più comprensibile se da parte loro si limitassero a dire: cari ticinesi salvateci il posto di lavoro, punto e basta. Meglio dire la verità, in questi casi, lasciando perdere le grandi teorie filosofiche e politiche, di cui alla gente non frega assolutamente nulla”


Qui il nostro dossier con tutti gli approfondimenti e le interviste sulla No Billag



Pubblicato il 09.11.2017 12:22

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