CRONACA
Maranza, da Jovanotti alle baby gang. Ma cosa significa davvero?
Il termine compare già nel 1988 in una canzone e indicava soprattutto il giovane cafone, appariscente e ossessionato dalla moda. Oggi invece...

C'è una parola che negli ultimi anni è entrata prepotentemente nel linguaggio dei giovani, nei titoli dei giornali e nelle cronache di episodi di violenza urbana: "maranza". La si sente pronunciare quando si parla di baby gang, di aggressioni, di gruppi di ragazzi che si ritrovano nelle piazze o nelle stazioni. Ma chi sono davvero i maranza? E soprattutto, da dove arriva questa parola?

A ricostruirne la storia è il Corriere della Sera, che dedica al termine un approfondimento linguistico e sociale, mostrando come il suo significato sia cambiato nel corso di quasi quarant'anni.

La prima attestazione documentata risale infatti al 1988. A utilizzare la parola è un giovanissimo Jovanotti, nella canzone "Il capo della banda", contenuta nell'album La mia moto. Il cantante parla di un ambiente popolato da ragazzi fissati con le motociclette e l'abbigliamento americano, definendoli anche "maranza".

Siamo dunque ben lontani dalle immagini di criminalità giovanile alle quali il termine viene frequentemente associato oggi. Il maranza degli anni Ottanta è piuttosto un personaggio appariscente, un giovane che ostenta il proprio abbigliamento e i propri gusti, una sorta di parente del paninaro, del tamarro o del truzzo.

L'anno successivo, nel 1989, un locale milanese, il Magia Music Meeting, organizza un controfestival di Sanremo e istituisce, accanto al premio per la cantante peggio vestita, anche un "premio maranza" destinato al divo più cafone. La notizia compare sul Corriere della Sera del 24 febbraio di quell'anno.

Insomma, all'origine c'è soprattutto un giudizio sullo stile, sull'ostentazione e sulla cafonaggine. Non necessariamente sulla pericolosità.

Ma da dove arriva la parola?

L'etimologia, come osserva il Corriere, non è del tutto chiarita nemmeno dai linguisti. Secondo l'Accademia della Crusca, una delle spiegazioni possibili rimanda al termine meridionale "maranza", che significa melanzana, con una possibile sovrapposizione di altre parole, tra cui "marocco" e "marakesch".

È proprio questa possibile origine a sollevare una questione delicata. Il riferimento alla melanzana, e dunque al suo colore scuro, potrebbe contenere una connotazione razzista. Ma si tratta di un'ipotesi etimologica, non di una certezza. Peraltro, in siciliano "maranza" può indicare anche l'arancia.

Quello che appare evidente è che, con il passare degli anni, la parola ha progressivamente assunto significati nuovi, fino a diventare un'etichetta applicata a una parte del mondo giovanile delle periferie urbane.

Un passaggio importante avviene nell'estate del 2022, quando alcuni raduni di ragazzi a Riccione, Peschiera del Garda e Desenzano finiscono al centro dell'attenzione mediatica per il timore di risse, aggressioni e disordini annunciati attraverso i social network.

È in quel periodo che il "fenomeno maranza" entra stabilmente nelle cronache nazionali.

Da allora il termine conosce una nuova diffusione, alimentata soprattutto da TikTok, dalla musica trap e da un immaginario fatto di abbigliamento griffato, spesso contraffatto, scarpe costose, cinture vistose, jeans portati bassissimi e atteggiamenti provocatori.

Il maranza viene descritto come un ragazzo, generalmente molto giovane e prevalentemente maschio, che ostenta un'identità "di strada", utilizza un linguaggio riconoscibile, disseminato di "bro" e "fra", e assume talvolta atteggiamenti da bullo.

Ma qui nasce un equivoco importante.

Non tutti i maranza sono delinquenti. E non tutti i giovani che commettono reati appartengono a questa presunta categoria.

Come sottolinea il Corriere della Sera, oggi il termine copre una gamma estremamente ampia di comportamenti: dal ragazzo semplicemente appariscente, magari un po' ridicolo nella sua ostentazione, fino al piccolo criminale che gira armato di coltello.

Due realtà molto diverse, che finiscono però per essere accomunate dalla stessa parola.

C'è poi il problema dell'associazione tra maranza e immigrazione. Nell'immaginario collettivo il termine viene spesso utilizzato per indicare giovani di origine nordafricana, soprattutto marocchina. Eppure questa identificazione è arbitraria: il fenomeno, inteso come stile giovanile o come comportamento aggressivo, riguarda ragazzi di origini differenti, compresi gli italiani.

Il Corriere ricorda che già attorno al 2009, nel quartiere milanese del Corvetto, la parola veniva utilizzata per identificare giovani magrebini associati allo spaccio e alla delinquenza. Un significato che ha contribuito a rafforzare, nel tempo, la sovrapposizione tra un'etichetta giovanile e un'origine etnica.

Sul carattere potenzialmente discriminatorio del termine è intervenuta recentemente anche la deputata italiana del Partito democratico Ouidad Bakkali, di origine marocchina, che in Parlamento si è definita ironicamente "l'unica maranza nella stanza".

Una battuta che mette in evidenza quanto la parola possa essere utilizzata non soltanto per descrivere determinati comportamenti, ma anche per classificare le persone in base alla loro provenienza.

E forse è proprio questo l'aspetto più interessante della sua evoluzione.

Negli anni Ottanta il maranza era soprattutto il cafone che voleva farsi notare. Oggi, in una parte del discorso pubblico, è diventato quasi sinonimo di giovane potenzialmente pericoloso.

Nel mezzo ci sono quasi quarant'anni di trasformazioni sociali, culturali e linguistiche, dalla stagione dei paninari alla trap, dalle discoteche ai social network, dalle caricature sull'abbigliamento alle paure legate alla sicurezza urbana.

Una parola nata per prendere in giro un certo modo di vestirsi e di atteggiarsi è diventata così una categoria attraverso la quale si cerca di interpretare, e talvolta di semplificare eccessivamente, un fenomeno sociale complesso.

Con un rischio: quello di confondere uno stile con un comportamento, una provenienza con una responsabilità, una moda con la criminalità.

Perché il problema, quando esiste, non è come un ragazzo si veste, quale musica ascolta o quale linguaggio utilizza. È ciò che fa.

E chiamarlo "maranza", da solo, non aiuta necessariamente a capirlo.

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