SECONDO ME
Giuseppe Cotti: "Il preventivo e le domande scomode"
"Se oggi dovessimo costruire da zero lo Stato ticinese, con i bisogni odierni e le risorse di cui disponiamo, davvero vorremmo ricreare tutti gli uffici, gli enti, le istituzioni, le infrastrutture e le prestazioni che attualmente finanziamo? "

di Giuseppe Cotti (opinione pubblicata sul Corriere del Ticino di venerdì 9 ottobre) *

Siamo proprio sicuri che il Governo stia affrontando dalla parte giusta il problema delle finanze di questo Cantone? Viene da chiederselo, a leggere i numeri del Preventivo 2027: un disavanzo di 98,5 milioni di franchi (con la prospettiva di raggiungere i 460 milioni nel 2030!), con nuove misure di riequilibrio per 47 milioni, in buona parte fondate su maggiori entrate e interventi non strutturali.

Per cambiare prospettiva, occorre chiedersi: quali attività dello Stato producono un «valore pubblico» che ne giustifichi il costo? Da qui derivano altre domande, più scomode.

Nella scuola (dall’obbligo su su fino a USI e SUPSI) conosciamo davvero l’efficacia degli investimenti e delle scelte compiute? E soprattutto: siamo disposti a rimettere in discussione quelli che non producono i risultati attesi?

Nella sanità: l’organizzazione del sistema ospedaliero, la distribuzione delle strutture e delle specializzazioni rispondono davvero alle esigenze dei pazienti e alla qualità delle cure, oppure risentono ancora di equilibri territoriali che non si ha il coraggio di rimettere in discussione?

Nella socialità: stiamo migliorando la vita delle persone oppure conta soprattutto il numero di prestazioni erogate e di strutture finanziate?

Nelle infrastrutture: stiamo costruendo solo opere prioritarie o anche progetti discutibili che però, una volta partiti, sono «too big to stop»?

Nei trasporti pubblici stiamo davvero finanziando la mobilità delle persone oppure, almeno in parte, il mantenimento di un sistema che non sempre risponde ai bisogni reali?

Nella sicurezza e nella giustizia: il sistema è sul serio «efficace ed efficiente» e privo di doppioni?

Nella promozione economica, nel turismo, nell’agricoltura, nella cultura e nello sport: abbiamo risultati concreti da esibire o solo molti «vanity project», utili a tenere in vita le organizzazioni che ricevono i contributi?

Nell’amministrazione cantonale: la digitalizzazione migliora i servizi oppure è solo la stessa burocrazia in versione elettronica?

Senza dimenticare, ovviamente, i rapporti tra Cantone e Comuni: l’idea è di rendere più efficace il sistema pubblico, nel suo insieme, o di spostare i costi da un livello all’altro?

Tutte queste domande possono sembrare provocatorie, certo. Non implicano che le prestazioni attuali dello Stato siano inutili, ma dicono con forza che non possiamo mai dare per scontata la loro efficacia.

Il che, infine, ci porta alla questione più profonda: in Ticino abbiamo costruito una visione complessiva di quale Stato vogliamo, oppure ci limitiamo ad amministrare quello che abbiamo ereditato? Perché governare non significa soltanto distribuire risorse e cercare ogni autunno di far quadrare i conti. Significa stabilire priorità, misurare i risultati, compiere scelte e avere anche il coraggio di rinunciare.

Vengo così all’ultima domanda, che è forse la più scomoda: se oggi dovessimo costruire da zero lo Stato ticinese, con i bisogni odierni e le risorse di cui disponiamo, davvero vorremmo ricreare tutti gli uffici, gli enti, le istituzioni, le infrastrutture e le prestazioni che attualmente finanziamo? Se la risposta fosse «no», sarebbe d’obbligo chiederci: e allora, perché continuiamo a considerarli intoccabili?

Il vero risanamento, per concludere, comincerà quando decideremo quale Stato vogliamo, quali prestazioni siamo ancora in grado di finanziare, a cosa dobbiamo accettare di rinunciare e quali risultati pretendiamo di ottenere dalle risorse investite. Perché amministrare l’esistente non basta più: adesso serve il coraggio di governare.

* deputato Il Centro

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