SECONDO ME
Scuola, Cotti: “Prima le basi, poi le mode”
I risultati PISA preoccupano il deputato: “Quasi un quindicenne su tre non raggiunge il livello minimo nella lettura. Serve il coraggio di valutare i risultati, non soltanto le intenzioni”
TiPress / Samuel Golay

di Giuseppe Cotti *

Essere sopra la media è una buona notizia ma può non bastare, se il livello di quella media è sempre più basso.

Il rapporto sui risultati dei test PISA per il 2025 conferma questa considerazione: in matematica e nelle scienze il Ticino mantiene prestazioni in linea con quelle svizzere, superiori alla media OCSE. Un risultato che va riconosciuto ma che non è un motivo per smettere di farsi domande.

Perché accanto a questi dati c’è n’è un altro, molto meno rassicurante: quasi un quindicenne su tre (27,2%) non raggiunge il livello minimo di competenza nella lettura. In matematica, la quota è del 24,4%. Parliamo di giovani che, stando al significato delle soglie PISA, non raggiungono la soglia di competenza necessaria per affrontare le sfide della vita quotidiana.

Ciò che inquieta è la tendenza: le percentuali di giovani sotto il livello minimo appena citate (27,2% e 24,4%) sono in nettissimo aumento a quelle registrate dieci anni fa, nel 2015 (16,4% e 10,5%), con un aumento che per la matematica sfiora il 150%. È quindi lecito chiedersi: quanto c’è da rallegrarsi per il confronto con gli altri, se stiamo arretrando drasticamente rispetto a noi stessi?

È ovvio che la lettura dei dati va fatta, come sempre, con prudenza. È vero che è cambiata la composizione del campione: più quindicenni che sono ancora nella scuola media, la presenza del pretirocinio d’orientamento e una quota inferiore di giovani che parlano in casa la lingua del test. Gli stessi autori, però, ritengono che questi cambiamenti non bastino a spiegare l’entità del calo. Il loro invito, quindi, è di approfondirne le ragioni. In altre parole: la prudenza è necessaria, ma non giustifica l’immobilismo (o la chiusura corporativa in stile "catenaccio").

La prima domanda, per la politica, riguarda le priorità. Prima di affidare alla scuola nuovi progetti, nuove educazioni e nuovi compiti, sarebbe bene verificare se le stiamo lasciando abbastanza tempo per consolidare le abilità fondamentali – leggere e comprendere un testo, scrivere con chiarezza, padroneggiare la matematica, saper ragionare. Parliamo delle basi sulle quali costruire tutto il resto, non di obiettivi da dare per acquisiti o di competenze rese obsolete dall’innovazione tecnologica.

Una riflessione seria deve riguardare anche il modo in cui intendiamo l’inclusione. Cercando di tenere tutti nelle stesse classi abbiamo davvero "differenziato" l’insegnamento e il sostegno? Oppure, in qualche caso, abbiamo finito per abbassare l’asticella per tutti, ostacolando il recupero per chi è in difficoltà e togliendo stimoli a chi potrebbe avanzare di più?

Questi sono interrogativi, non conclusioni che ricaviamo dai dati PISA. Il rapporto non dimostra che l’organizzazione inclusiva delle classi provochi un peggioramento e ipotizzarlo sarebbe scorretto. Ma anche censurare queste domande dal dibattito politico, per timore di mettere in discussione un principio condivisibile, non aiuterebbe la scuola.

L’obiettivo finale della nostra politica scolastica non è di scegliere tra inclusione e qualità, ma renderle compatibili. Con quali strumenti, con quale sostegno ai docenti e, soprattutto, con quali risultati verificabili? A questo serve il dibattito politico.

La speranza è che questi dati stimolino una discussione anche riguardo a ciò che da tempo chiedono gli insegnanti: più tempo per insegnare, possibilità di intervenire presto sulle difficoltà, strumenti per accompagnare ritmi di apprendimento diversi. E il coraggio di valutare le scelte educative per i risultati che producono, non soltanto per le intenzioni che le ispirano.

Questo vale anche per l’intelligenza artificiale. Preparare i giovani a utilizzarla non significa trascurare le competenze che servono per controllare questa tecnologia. Come potremo mai riconoscere una risposta sbagliata, se non comprendiamo il problema? Come potremo valutare un testo, se fatichiamo a leggerlo?

Il punto, come sempre, non è tornare alla scuola di ieri. È evitare di costruire quella di domani inseguendo le mode del momento, dimenticandoci di garantire a tutti basi solide.

Prima di chiedere alla scuola di fare ancora di più, aiutiamola a fare bene ciò che conta di più. E ritroviamo il coraggio di mettere le basi prima delle mode, la qualità prima delle formule e i risultati prima delle intenzioni.

 
* Deputato in Granconsiglio - Il Centro

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