Aveva 91 anni. Pioniere della televisione nella Svizzera italiana, fu giornalista, conduttore, regista e direttore della RTSI dal 1986 al 1999. Raccontò anche l’allunaggio e fu il padre de “Il Regionale”

LUGANO – È morto all’età di 91 anni Marco Blaser, una delle figure che hanno segnato la storia della radiotelevisione della Svizzera italiana. A darne notizia è stata la RSI, spiegando che il giornalista e conduttore si è spento dopo una lunga malattia.
Nato a Lugano nel 1935 e figlio di albergatori, Blaser si avvicinò giovanissimo al giornalismo. Cominciò nel 1954 a Radio Monteceneri e negli anni Cinquanta collaborò anche con il Corriere del Ticino. La sua prima diretta radiofonica arrivò quasi per caso: uno speaker si ammalò e il giovane Blaser venne chiamato a sostituirlo come annunciatore. Anni dopo avrebbe ricordato quel debutto come una “grande emozione”. Poi arrivò la televisione, ancora agli albori. Dal 1958 presentò il Telegiornale e programmi sportivi dagli studi di Zurigo e nel 1961 divenne responsabile dell’informazione della TSI. Davanti alla telecamera diventò presto un volto familiare: gli occhiali dalla montatura nera, il ciuffo sulla fronte e il microfono in mano, intervistando indifferentemente grandi personalità e gente comune.
Blaser fu uno di quei giornalisti capaci di fare praticamente tutto. Reporter, intervistatore, conduttore, produttore e regista, parlava più lingue e attraversò da protagonista gli anni pionieristici della televisione. Fu anche il padre de “Il Regionale”, destinato a diventare uno degli appuntamenti storici dell’informazione della Svizzera italiana.
Nella sua lunghissima carriera raccontò alcuni degli avvenimenti che hanno segnato il Novecento: dall’assassinio di John Fitzgerald Kennedy ai funerali di Winston Churchill, dal disastro del Vajont fino alla conquista della Luna. Proprio le missioni spaziali rappresentano una delle pagine più curiose della sua storia professionale: insieme a Eugenio Bigatto realizzò nell’arco di vent’anni oltre 400 telecronache dedicate alla Luna e allo spazio. Nel 1968 fu inoltre in Messico per le Olimpiadi come capodelegazione della SSR, mentre nel 1971 realizzò la prima grande produzione televisiva a colori in occasione dei Mondiali di ciclismo di Mendrisio.
Con il passare degli anni lasciò progressivamente il lavoro sul fronte dell’informazione per assumere responsabilità dirigenziali sempre maggiori. Nel 1986 arrivò al vertice della RTSI, che diresse fino al 1999. Durante quegli anni si batté anche per le risorse destinate alla Svizzera italiana, per la rappresentanza delle minoranze linguistiche e per il ruolo del servizio pubblico radiotelevisivo. Sotto la sua direzione, nel 1988, nacque anche Rete Tre.
La sua versatilità era diventata quasi un tratto distintivo. Nella Svizzera tedesca veniva definito “Fernsehkönig”, re della televisione; nella Svizzera romanda “bon à tout faire”. Nel 1998 persino Le Monde gli dedicò un ritratto definendolo “l’homme-orchestre de la télévision suisse italienne”, l’uomo-orchestra della televisione svizzera italiana.
Quando lasciò la RSI nel 1999 aveva alle spalle 45 anni di attività. Non abbandonò però il mondo dei media, continuando a seguirne l’evoluzione e a difendere il valore del servizio pubblico. Nel 2018 la RSI gli dedicò anche il documentario “Qui Marco Blaser”, realizzato da Werner Weick, nel quale Blaser ripercorreva attraverso ricordi e aneddoti una vita praticamente coincidente con la nascita e la crescita della televisione nella Svizzera italiana.
Oggi, per ricordarlo, la RSI modificherà la programmazione serale: alle 20.45 su LA2 sarà riproposto proprio “Qui Marco Blaser”.