Presentato questa mattina il messaggio per l’approvazione da parte del Parlamento dell’ambizioso progetto che porterà alla creazione di una quinta facoltà universitaria in Ticino. Eccone i dettagli

BELLINZONA – Si è tenuta questa mattina la conferenza stampa con cui il Consiglio di Stato ha presentato il proprio messaggio per l’istituzione di una nuova facoltà di scienze biomediche e la creazione di una scuola di Master in medicina umana. Presenti anche il direttore del DECS Manuele Bertoli, il direttore del DSS Paolo Beltraminelli, il presidente dell’USI Piero Martinoli e il direttore della Divisione della cultura e degli studi universitari del DECS Sandro Rusconi.
“Si tratta di un progetto giustamente ambizioso che è destinato ad avere importanti ricadute sia accademiche sia economiche e che promette di diventare strategico per il mantenimento della medicina di qualità nel nostro Cantone. L'approvazione di questo Messaggio è il segnale politico cruciale che permetterà una maggiore forza di negoziazione per organizzare un sistema formativo che implica la collaborazione delle facoltà di medicina del Nord delle Alpi”, si legge in apertura del messaggio presentato oggi con cui il Consiglio di Stato sottopone il progetto all’approvazione del Gran Consiglio.
L’essenziale in breve
Con questo progetto il Ticino si doterà di una quinta facoltà universitaria, che porterà in particolare alla creazione di un Master in medicina umana della durata di tre anni. Questo sarà sviluppato in collaborazione con l’Università di Basilea e, per il coté dedicato alla ricerca, con l'IRB (Istituto di Ricerca in Biomedicina) di Bellinzona. Per quanto riguarda i costi della futura Facoltà, si stima ammontino a 23 milioni di franchi, di cui 5-6 a carico del Cantone, mentre i ricavi previsti dovrebbero raggiungere i 17 milioni. Gli studenti immatricolati annualmente, una volta a pieno regime, saranno 70, a partire, auspica il DECS, dall’anno accademico 2017/2018.
Nascita del progetto
La formazione in medicina umana a livello svizzero risulta esser in una situazione critica. “Negli ultimi quarant'anni il numero di diplomati in medicina umana non è aumentato significativamente, mentre sono aumentati in maniera massiccia sia i costi della formazione in medicina che il fabbisogno di personale medico qualificato”, scrivono nel messaggio. Dai dati risulta infatti che “le facoltà svizzere formano meno di un terzo dei medici necessari per coprire il fabbisogno”, una situazione che è destinata a peggiorare in futuro.
Il problema, si sottolinea nel messaggio, è sostanzialmente formativo: l’introduzione del numero chiuso impedisce a un buon numero di giovani di accedere a una formazione per cui sarebbero probabilmente idonei. A disposizione, a fronte dei quasi tremila candidati, vi sono solo 800 posti nelle facoltà a numero programmato. “Le statistiche – spiegano – mostrano infatti che nelle posizioni immediatamente vicine a quella di “cut-off” ci sono centinaia di studenti che per un solo punto non accedono a questo studio. Ci troviamo dunque davanti alla situazione paradossale per cui, da una parte esistono candidati potenzialmente preparati e idonei che vengono esclusi dalla formazione, mentre dall'altra si va a cercare all’estero il personale formato spesso, almeno inizialmente, con non pochi problemi di inserimento nella realtà locale”.
D’altra parte, l’abbandono del numero chiuso non è la soluzione. Questo anzi permette la selezione, seppur con i difetti appena citati, delle candidature canalizzando anche un numero sostenibile di candidati verso gli anni di formazione clinica. Una delle problematiche maggiori nella concretizzazione di un aumento dei diplomati, sottolineano nel messaggio, sta proprio nelle limitate capacità di accoglienza negli anni di formazione clinica. Il nocciolo della questione è proprio quindi nella capacità da parte delle facoltà di medicina di creare sufficienti posti di formazione a un costo ragionevole.
Il progetto ticinese si inserirebbe quindi in questo quadro generando “un’offerta supplementare nella formazione clinica (quarto, quinto e sesto anno di formazione), che sembra essere il collo di bottiglia che ha impedito un aumento adeguato dei posti di formazione in medicina umana”.
Inoltre, “grazie all’attività pioneristica di un valido gruppo di medici che hanno operato nelle varie realtà ospedaliere, negli ultimi anni la ricerca clinica si è consolidata sia presso le varie unità dell'Ente ospedaliero cantonale (EOC) sia in strutture private come il Cardiocentro di Lugano. E parallelamente si sono istituite realtà di ricerca di grande valore come l’Istituto di ricerca in biomedicina (IRB) di Bellinzona e il laboratorio di ricerca sperimentale dell’Istituto oncologico della Svizzera italiana (IOSI) ora Istituto oncologico di ricerca (IOR), sempre con sede a Bellinzona”.
“Eccellenze ticinesi” la cui presenza ha fatto riflettere sull’opportunità di entrare in materia nella formazione clinica. “Partendo da tale consapevolezza, gli enti e gli uffici che si occupano di formazione universitaria si sono chiesti se il nostro Cantone potesse contribuire a risolvere la problematica appena discussa legata alla cronica scarsità di posti di formazione clinica in Svizzera”.
I costi
I rapporti di fattibilità, esaminando le modalità didattiche adottate nelle facoltà svizzere, hanno tracciato tipologia e costi della nuova facoltà ticinese. Il modello formativo prescelto, con l’istituzione di 11 cattedre, è analogo a quello dell’Università di Zurigo e l’importo di spesa previsto è di circa “23 milioni di franchi annuali comprendente la formazione teorica e pratica nonché un minimo funzionale di dotazione per la ricerca competitiva”.
Il modello di collocazione accademica per la Scuola di Master sotto forma di una Facoltà di scienze biomediche prevede che questa possa accogliere anche unità di ricerca sperimentale in biomedicina, come l'Istituto di ricerca in biomedicina oppure l'Istituto oncologico di ricerca di Bellinzona.
La Facoltà gestirebbe quindi “un apparato formativo e di ricerca che rappresenta un volume di spesa annuale di oltre 50 milioni di franchi, di cui 23 sarebbero appunto destinati alla formazione in medicina umana mentre 27 sarebbero ascritti al raggruppamento delle funzioni di ricerca già esistenti sul nostro territorio. Secondo i calcoli presentati, i costi supplementari a carico del Cantone sarebbero relativamente modesti rispetto alle dimensioni finanziarie della prospettata facoltà. Con 6-7 milioni di franchi annuali in più rispetto alla spesa odierna si metterebbe in moto una macchina di formazione e ricerca che comporta un fatturato di oltre 50 milioni di franchi”.
Il progetto in dettaglio
Secondo stime ottimistiche i primi studenti potrebbero cominciare il master già nell’anno accademico 2017/2018. Nel messaggio vengono quindi presentati punti di forza e debolezza del progetto - sottolineati anche da Rusconi nel corso del suo intervento -, nonché i mezzi con cui la nuova facoltà potrà attirare iscritti, anche dal nord delle Alpi. Questo anche grazie alla collaborazione prevista con le Università di Zurigo, Basilea e Friburgo per una maggiore mobilità degli studenti.
La nuova Facoltà di scienze biomediche dell’USI accoglierà quindi al suo interno – per il momento, ha sottolineato Martinoli nel suo intervento, mentre futuri sviluppi e collaborazioni saranno da valutare in corso d’opera – due entità: un Istituto di medicina umana, a cui è preposta l’organizzazione e la gestione del Master in Medicina, che dovrà essere realizzato in stretta collaborazione con l’Ente Ospedaliero Cantonale (EOC) e con l’appoggio di altre strutture ospedaliere/sanitarie presenti sul territorio; e l’attuale Istituto di ricerca in biomedicina (IRB) con le relative attività di ricerca fondamentale in immunologia/vaccinologia e, quindi, di formazione a livello dottorale (PhD).
Il Master in medicina, ha aggiunto ancora il presidente dell’USI, dovrebbe accogliere annualmente, una volta a regime, circa 70 studenti. Il suo inserimento nel panorama accademico svizzero sarà contraddistinto dall’apporto di un’offerta formativa che si differenzia sostanzialmente per due caratteristiche.
In primo luogo “un approfondimento, grazie alle competenze dell’Istituto di ricerca in biomedicina (IRB) e dell’Istituto di scienze computazionali (ICS) – in biomedicina computazionale e bioinformatica; questa formazione dovrebbe essere particolarmente attrattiva per quegli studenti che dopo il conseguimento del Master avessero l’intenzione di dedicarsi alla ricerca scientifica. Questa offerta potrebbe essere il seme per avviare una proficua collaborazione con la Scuola politecnica federale di Zurigo (ETH), che mostra molto interesse e sostiene il progetto ticinese”.
Inoltre offrendo un “approfondimento nella gestione della salute pubblica con particolare attenzione alla medicina di famiglia, attualmente al centro dell’attenzione pubblica e del dibattito politico. La formazione in medicina di famiglia è sì una specializzazione FMH, ma si possono offrire insegnamenti mirati già nel corso del Master. Le competenze presenti all’USI in comunicazione sanitaria e salute pubblica con le relative reti scientifiche (si pensi, per esempio, alla Scuola Svizzera di Sanità Pubblica, SSPH+) costituiscono un’offerta interessante in questo settore”.
La lingua d’insegnamento adottata sarà l’inglese, affiancato in determinate circostanze dalle altre lingue nazionali. Per quanto concerne la pratica clinica, dove conta anche la lingua del paziente così come quella del personale paramedico e amministrativo, gli iscritti al Master dell’USI saranno tenuti ad accrescere il proprio bagaglio linguistico con nozioni di italiano, a vantaggio di maggiori opportunità professionali.
Il progetto “prevede l'istituzione di 11 cattedre che saranno dirette da altrettanti professori. Essi avranno nel contempo una posizione accademica in qualità di professori e una posizione clinica come medici primari presso i servizi ospedalieri. Ogni cattedra avrà una dotazione di base per la ricerca e un numero congruo di assistenti e di docenti a tempo parziale per garantire la formazione teorica, seminariale e pratica”.