“La riflessione sul ruolo del giornalismo, specie all’interno di media, checchè se ne voglia e dica, regionali come quelli della Svizzera italiana, dovrebbe anche posarsi sul rapporto, talvolta pericolosamente incestuoso, fra stampa e poteri locali. Inevitabili relazioni professionali che possono però portare ad una grave miopia giornalistica: si vede distintamente solo ciò che ci vien messo sotto il naso. E può accadere, e accade, che per quieto vivere o timore (ormai la minaccia di querela e la denuncia stessa sono diventate un’arma di intimidazione verso la stampa) ci si limiti a “guardare” ma non a “vedere”. Fatti, cose, anomalie, conflitti di interesse, giochi di potere… agli occhi del giornalismo non sono altro che immagini lontane e indistinte sebbene nel cortile di casa. Si “vede” - solo o soprattutto - ciò che il potere (da quello politico a quello economico passando dal giudiziario) ha interesse a farci “vedere”. Ciò che ci si mette sotto il naso col timbro dell’ufficialità. E allora i giornalisti si trasformano in semplici “trascrittori” di comunicati, megafoni di questo o quel piccolo potentato”, attaccano, al di là del singolo caso. È più facile, commentano, insultare Trump dal Ticino che rispondere al comunicato del vicino di condominio.