CRONACA
“One fine morning I woke up early"... Tom Waits canta una 'Bella ciao' da brividi
Nelle mani di Waits, il canto partigiano diventa quasi un pezzo di Rain dogs, il suo disco più bello

“One fine morning I woke up early, bella ciao, bella ciao, bella ciao”. Esiste forse un filo che lega il blues di Son House e degli altri figli del Mississippi ai canti della resistenza italiana? Certo che esiste, ci dicono Tom Waits e Marc Ribot. Ed è un legame più profondo di quello che sembra.

Alla destra che imperversa in Italia piace pensare che Bella ciao sia una canzone di propaganda comunista. Ma Bella ciao, come ha fatto notare lo storico Alessandro Portelli, non parla mai esplicitamente di comunismo. Parla di libertà (e nasce dalla fusione di due elementi tradizionali: la filastrocca del girotondo e la ballata epico lirica medievale. Se volete approfondire, guardate questo video). E il blues non è forse il canto di libertà per eccellenza?

Quindi non è un caso che Marc Ribot abbia inserito Bella ciao tra i brani del suo ultimo album Songs of resistance 1942-2018, una raccolta di canzoni di protesta ispirata all’elezione di Donald Trump e composta di brani inediti e rivisitazioni di pezzi classici del canzoniere americano.

Nel disco ci sono vari ospiti, da Steve Earle alla bravissima bassista e cantante Meshell Ndegeocello. In Bella ciao però non c’è un ospite a caso, c’è Tom Waits: il cantautore di Pomona, con la solita gigantesca personalità, prende per mano il canto partigiano e lo porta addirittura indietro nel tempo, fino al folk degli Appalachi, al blues del Delta, ma anche al jazz, al folk klezmer e perfino a Bertolt Brecht. Waits ha il dono unico di sovrapporre i piani temporali, di suonare arcaico e moderno al tempo stesso. E, saggiamente, decide di rallentare il pezzo, di farlo camminare alla sua andatura. La chitarra di Ribot fa il resto.

Nelle mani di Waits, il canto partigiano diventa quasi un pezzo di Rain dogs, il suo disco più bello, o del più recente Alice. Bella ciao è il momento migliore di un disco, quello di Marc Ribot, nel complesso un po’ prevedibile e calligrafico nel tentativo di rendere attuale la musica di protesta statunitense. Del resto Tom Waits, non ce ne vogliano gli altri, ha da sempre un altro passo.

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