Cronaca
16.10.2020 - 12:200

Sugar daddy, sugar mummy, prostituzione minorile e superficialità ma "vedo anche tanta gioventù profonda e intelligente"

La Life Coach e consulente in sessuologia Kathya Bonatti commenta il caso dei giovanissimi che si sono lasciati adescare in cambio di beni di lusso: "Contesto chi dice che hanno alle spalle famiglie solide"

BELLINZOA – Giovanissimi adescati sui social, in particolare Snapchat, con la promessa di beni di lusso come scarpe e borse in cambio di prestazioni sessuali: un 27enne, che in realtà non aveva i soldi per comprare ciò che millantava per convincere le vittime, è stato condannato per la seconda volta. Ma nel corso del dibattimento è emerso anche l’altro lato, ovvero i ragazzi, attorno ai 15 anni, che hanno detto sì.

“Un brutto segnale per la società”, ha detto l’avvocato difensore del 27enne, riferendosi all’assenza di turbamento mentre riferivano i fatti. Sesso in cambio di beni materiali, un fenomeno diffuso? Ne abbiamo parlato con la Life Coach e consulente in sessuologia Kathya Bonatti.

“Esistono quelli che vengono chiamati sugar daddy o sugar mammy, adulti che regalano in genere capi di abbigliamento firmati, senza volere nulla in cambio, per la soddisfazione del ragazzo. Amano il ruolo di far felice qualcuno con cui non hanno rapporti sessuali. Ma ovviamente non rientra in questa casistica l’agire di quell’uomo”, ci spiega.

In un caso simile, appunto, dove per avere qualcosa di materiale si vende il proprio corpo, si può parlare di prostituzione o non è un termine adeguato?

“Lo si può fare quando non c’è dubbio che in cambio dei beni di lusso vengano fornite prestazioni sessuali, non per forza si intende l’atto completo bensì tutto ciò che ruota attorno alla sfera della sessualità. Si può definire una forma di prostituzione minorile”.

Sono fenomeni frequenti? Il sesso viene usato come mezzo per ottenere qualsiasi cosa?

“Mi è capitato di sentire dei casi, di più in Italia, con coinvolti ragazzi di età ancora minore rispetto a quelli di questa vicenda. A volte si dava sesso in cambio di ricariche del telefono. Quel che chiedevano per la loro prestazione sessuale era pochissimo, denotando di non dar peso a cosa stava accadendo e di non avere rispetto del proprio corpo e della propria sessualità”.

Ritiene che chi è disposto a dare prestazioni sessuali per avere beni non conosca il valore della propria sessualità?

“Esattamente, non lo conosce. Non sono d’accordo con l’avvocato degli accusatori privati che ha affermato come dietro ad alcuni ragazzi coinvolti ci siano famiglie solide. Il problema è proprio quello, l’avere o no una famiglia solida alle spalle, in queste vicende non conta il ceto sociale. Se i genitori seguono da vicino il proprio figlio o la propria figlia, cose del genere non accadono, un fenomeno simile non succede quando la famiglia è un punto di riferimento, quando essa spiega le conseguenze dell’avere un rapporto sessuale con qualcuno che non piace e essere in un certo senso manipolati”.

Non si potrebbe anche dare la seguente lettura: questi giovani conoscono il valore della sessualità ma per loro è diventato così normale fare sesso da essere disposti a usarlo come mezzo?

“Se si ha un buon dialogo con la famiglia, si può chiedere quel che si desidera o proporre di poterlo ottenere dando qualcosa in cambio, senza usare il proprio corpo. Penso a commissioni o lavoretti. Certo, è più semplice l’altro metodo, si può avere di più”.

Ad ogni modo emerge una grande superficialità, un attaccamento ai beni materiali. Concorda? La vede anche lei così, un’epoca dell’apparire e dell’avere e non dell’essere?

“Non si può generalizzare, ci sono persone che stanno tornando a concetti come il valore del rispetto verso sé stessi e gli altri, altre che si dedicano ad aiutare il prossimo, si è visto nel lockdown. Una parte della società ritorna a rispettare natura, ambiente e umani, un’altra invece vive in modo più superficiale, pensando ai beni materiali. Per loro conta essere in possesso degli status symbol che permettono l’accettazione da parte del gruppo. Una componente è anche quella di apparire sui social. Questo riguarda non solo i ragazzi ma anche i genitori”.

Stringendo il campo ai giovani, in quale categoria li vede?

“Mi è successo di incontrare dei giovani molto profondi e intelligenti, che hanno obiettivi che vogliono raggiungere coi propri mezzi. Una sera sono tornata da Zurigo sul treno degli universitari e si sentivano lunghi discorsi di politica, di economia, di società. Ho visto una buona gioventù, per cui non vorrei generalizzare in negativo: c’è chi crede di poter cambiare il mondo e chi segue l’onda”.

Come dovrebbero comportarsi ora i genitori dei ragazzi coinvolti nel caso da cui siamo partiti?

“Dovrebbero imparare a parlare coi propri figli, chiedersi in che modo possano essere da guida e insegnare i valori, domandarsi pure se loro stessi li possiedono e comprendere quali sono le problematiche che il ragazzo vive per non dare valore al proprio corpo. Si impone una riflessione individuale come famiglia, se non ci riescono da soli ci sono professionisti e centri deputati a aiutarli”.

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