POLITICA E POTERE
La Matrioska con Giletti e lo scontro tra Italia e Svizzera su Crans-Montana. Tre domande a Sacha Dalcol
Il direttore di TeleTicino: "Le battaglie generano tifosi. E quando i giornalisti diventano tifosi, hanno già cambiato mestiere. In questa vicenda si è innestata una logica da derby"

La puntata di Matrioska con Massimo Giletti, andata in onda mercoledì scorso, ha suscitato reazioni contrastanti. C'è chi ha apprezzato il confronto con volti popolari del giornalismo italiano e chi invece ha criticato l'ospitata, giudicandola uno scadimento sul livello di alcune trasmissioni urlate di oltre confine. Tu che idea ti sei fatto delle reazioni e come rispondi alle critiche?
"La trasmissione andava fatta. Le tensioni mediatiche e politiche tra Italia e Svizzera non sono un’invenzione. Sono un fatto. Ignorarle per paura dei toni significherebbe abdicare al nostro ruolo.
Il Ticino non è fuori da questa vicenda. Quando l’immagine della Svizzera viene messa in discussione nei media italiani per settimane, non è un affare estero. È un tema che ci riguarda. Ignorarlo sarebbe come voltarsi dall’altra parte.
Invitare voci italiane non significa schierarsi con loro. Significa portarle in casa nostra, sotto le nostre regole, davanti a un pubblico ticinese e a interlocutori svizzeri. Essere un’emittente ticinese non vuol dire parlare solo tra noi. Vuol dire avere uno sguardo ticinese anche su ciò che succede fuori, quando quel “fuori” parla di noi".

A tuo avviso come si spiega - e quanto è fondata - l'animosità nei confronti della Svizzera che arriva dall'Italia, non solo da parte di politici e giornalisti, ma anche di una fetta importante dell'opinione pubblica? 
"Le battaglie generano tifosi. E quando i giornalisti diventano tifosi, hanno già cambiato mestiere. In questa vicenda si è innestata una logica da derby “Italia-Svizzera” che ha semplificato tutto e peggiorato il clima.
L’animosità che arriva dall’Italia ha più strati. C’è l’emotività, perché si parla di una tragedia con vittime italiane. C’è un sistema mediatico abituato a toni più muscolari e a una forte pressione pubblica sulle autorità. E poi c’è un elemento che ho intercettato confrontandomi con alcuni colleghi d’oltre frontiera: i cronisti italiani si sono scontrati con il muro di gomma delle istituzioni vallesane. E dietro quel muro, una Procura che, per un’inchiesta di questa portata, è apparsa claudicante. L’habitat ideale per un clima nefasto.
Ridurre tutto a “attaccano la Svizzera” è quindi comodo ma parziale. Molte critiche su falle nei controlli, sui tempi e sulla gestione dell’inchiesta non sono nate nei talk italiani. Sono state sollevate anche da media svizzeri autorevoli. Questo è un fatto.
Ed è anche bene ricordare che negli anni non sono mancati, anche da noi, attacchi frontali all’Italia. Basti ricordare la campagna politica “Bala i ratt”, in cui gli italiani venivano rappresentati come roditori intenti a rosicchiare una forma di formaggio svizzero. Non era informazione, era propaganda. Ma dimostra che tensioni e le semplificazioni non nascono oggi e non vanno in una sola direzione.
Il punto però è un altro. Un conto sono gli slogan politici e le provocazioni. Un altro è il lavoro giornalistico. In questa vicenda anche alcuni colleghi italiani hanno abbandonato il terreno dell’informazione per scivolare su quello del capopopolo. Ma questo non può diventare il metro con cui giudicare tutto.
Anche perché sono convinto che quelle arringhe a favore di telecamera, pronunciate da giornalisti noti, hanno attecchito perché, sul fronte svizzero, né la comunicazione istituzionale né la conduzione dell’inchiesta hanno trasmesso fin dall’inizio solidità e trasparenza. Il problema non è solo chi alza la voce. È anche chi non riesce a farsi capire. Ed è lì che il dibattito è deragliato.

 Si discute molto di giornalismo-spettacolo. Fuori dall'ipocrisia: chiunque fa televisione cerca di catturare l'attenzione del pubblico. A tuo avviso quali sono i paletti da rispettare per non scadere negli eccessi?
"Certo che chi fa televisione deve catturare l’attenzione! Nessuno fa questo mestiere per parlare ad un ristretto club di pochi intimi. Il punto non è attirare o no. Il punto è come lo fai. Per me il paletto è semplice. Chi conduce rappresenta il pubblico, non la piazza. Deve fare domande, anche scomode: deve incalzare, chiedere chiarimenti. Può essere schietto, diretto, anche duro. Ma non deve mai trasformarsi in un capopopolo. Quando il conduttore diventa protagonista del dibattito, ha cambiato ruolo. Non fa più il giornalista che gestisce un confronto. Fa l’opinionista o il tribuno. Ed è, a mio avviso, un altro mestiere.
Per me una cosa è sacra: se conduco, non sono lì per dire la mia. Sono il tramite tra il pubblico e gli ospiti. Devo tenere il campo ordinato, far emergere i contenuti emettere in luce le contraddizioni. Non guidare la curva e non fare da megafono a una parte. Questa è la mia linea rossa. Il giornalismo può avere molti linguaggi, ma senza questa distinzione tra conduzione e militanza il confine si perde. E quando il confine si perde, a rimetterci è l’informazione".

 

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