POLITICA E POTERE
Il 20 novembre lo sciopero giovanile europeo: "Lottiamo per il nostro futuro, non per le loro guerre"
GISO, SISA, Sciopero per il Clima, GSsE, Gioventù Comunista e Giovani Verdi si mobilitano contro austerità, riarmo e tagli ai servizi pubblici
TiPress / Francesca Agosta

A un mese esatto dalla mobilitazione europea del 20 novembre, nasce anche in Svizzera una coalizione nazionale per lo sciopero giovanile. Diverse organizzazioni studentesche e politiche della Svizzera italiana aderiscono alla protesta contro l’aumento delle spese militari e i tagli alla formazione, alla sanità e alla protezione del clima. Di seguito il comunicato stampa integrale.

"Lottiamo per il nostro futuro, non per le loro guerre!" - Sciopero giovanile contro l’austerità e la militarizzazione

Il 20 novembre, tra un mese esatto, giovani di tutta Europa sciopereranno contro l’austerità e la militarizzazione, con lo slogan «Fight for our future, not their wars!» («Lottiamo per il nostro futuro, non per le loro guerre!»). In Svizzera si sta formando un’ampia coalizione per aderire alla mobilitazione internazionale. Scioperi e giornate di mobilitazione sono già in preparazione in diverse università del Paese.

Con questa mobilitazione, la Coalizione svizzera per lo sciopero giovanile denuncia il forte aumento delle spese militari in Europa e in Svizzera. Mentre l’Unione europea vara programmi come «ReArm Europe», che prevede investimenti fino a 800 miliardi di euro, la Svizzera segue la stessa direzione, destinando fino a 29,8 miliardi di franchi all’esercito per il periodo 2025–2028.

Secondo la Coalizione, questo intenso riarmo ha un prezzo, e i governi di tutta Europa hanno deciso di farlo pagare alle giovani generazioni. Mentre miliardi vengono destinati all’esercito e all’industria bellica, i tagli di bilancio colpiscono l’istruzione, la sanità, la protezione del clima e gli altri servizi pubblici.

«A una generazione privata di certezze si chiede ora di finanziare persino l’illusione che la sicurezza possa nascere dal riarmo», afferma Yannick Demaria, membro di comitato della Gioventù Socialista (GISO). «Noi rifiutiamo questo ricatto e, sottraendo la pace alla logica della forza, rivendichiamo un futuro che non diventi l’ennesimo territorio conquistato dalla guerra».

Le conseguenze di queste scelte sono già visibili nella politica finanziaria della Confederazione. Noemi Buzzi, segretaria politica del Gruppo per una Svizzera senza esercito (GSsE), sottolinea infatti come le priorità federali si traducano in risorse sottratte ai bisogni della popolazione: «Mentre a livello federale si taglia su formazione, sanità e clima, l’esercito resta intoccabile: un famelico buco nero, come dimostra l’acquisto degli F-35. A novembre voteremo sull’annacquamento della legge sul materiale bellico, volto a massimizzare i profitti e a permettere la vendita di armi svizzere al miglior offerente. Non è questo il futuro che le giovani generazioni si meritano!».

Tra i primi settori a subire questa politica vi è la formazione. I tagli alla scuola si accompagnano inoltre a tentativi sempre più espliciti di avvicinare il mondo dell’istruzione a quello militare. «Gli studenti e gli apprendisti non vogliono essere mandati al fronte», dichiara Filippo Beroggi, coordinatore del Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA). «Ci opponiamo con decisione tanto allo smantellamento della scuola e dei servizi pubblici per finanziare l’industria bellica quanto alla militarizzazione dell’istruzione promossa dai parlamenti svizzero ed europeo».

Il riarmo sottrae risorse soprattutto alla sfida più urgente per il futuro delle nuove generazioni: la lotta contro la crisi climatica. Per Nicola Terzaghi, membro del coordinamento del movimento Sciopero per il Clima (SpC), le politiche militari e la distruzione ambientale condividono la medesima logica: «Non possiamo affrontare la crisi climatica con la stessa logica di sfruttamento e dominio che l’ha provocata. Ogni risorsa destinata al riarmo riduce quelle disponibili per la transizione ecologica e consegna alle nuove generazioni un mondo sempre più ostile».

In questo contesto, la crescita dell’industria bellica non rappresenta soltanto una scelta economica discutibile, ma ostacola anche la costruzione di una pace duratura. «In tempi di crisi, se c’è un mercato che non langue è quello bellico, e ciò vale anche in Svizzera», afferma Martina Manfredi, membro di comitato delle Giovani Verdi. «Non solo esistono altre priorità, come affrontare le conseguenze della crisi climatica e tutelare lo Stato sociale, ma investire nel riarmo danneggia la vera via verso la pace, la stabilità e una sicurezza autentica: la diplomazia e la tutela del diritto internazionale».

È proprio l’abbandono della diplomazia ad alimentare una pericolosa spirale di militarizzazione e conflitto. Adam Barbato Shoufani, coordinatore della Gioventù Comunista, mette in guardia dalle sue possibili conseguenze: «Le spinte guerrafondaie dell’Unione europea e della NATO — che si manifestano nel disprezzo della diplomazia e nel compulsivo invio di armi negli scenari di guerra — causano quotidianamente migliaia di morti e rischiano di condurre il nostro mondo verso un’escalation globale. È ora di opporci!».

Con questa mobilitazione, la Coalizione svizzera per lo sciopero giovanile intende quindi opporsi a un modello di sicurezza fondato sull’accumulazione di armamenti, sulla riduzione dei servizi pubblici e sul sacrificio delle nuove generazioni. La sicurezza collettiva non può essere costruita a scapito della formazione, della giustizia sociale e della protezione del clima: deve fondarsi sulla diplomazia, sul diritto internazionale e sulla garanzia di un futuro dignitoso per tutte e tutti.

Yannick Demaria - Gioventù Socialista Ticino
 
 

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