"Le difficoltà dei giovani sono reali. Ma è sbagliato descrivere la Svizzera come un Paese che ha abbandonato le nuove generazioni"

di Oliviero Pesenti
La mobilitazione giovanile annunciata per il 20 novembre pone una questione che va oltre le singole rivendicazioni: quale società vogliamo costruire e trasmettere alle nuove generazioni? La democrazia non si esaurisce nel diritto di manifestare il proprio dissenso. Richiede anche responsabilità, rispetto degli altri e delle istituzioni.
Le difficoltà dei giovani sono reali. Il costo degli alloggi, i premi delle casse malati, le incertezze professionali e la fatica di costruirsi un futuro autonomo meritano risposte politiche concrete. Ma è altrettanto sbagliato descrivere la Svizzera come un Paese che ha abbandonato le nuove generazioni. Disponiamo di un sistema formativo di qualità, di università riconosciute e di una formazione professionale duale che rappresenta un modello di riferimento a livello mondiale. Nel 2023 la spesa pubblica per l'educazione ha raggiunto circa 45,5 miliardi di franchi. Non significa che tutto funzioni, ma dimostra quanto il nostro Paese investa già nella formazione.
Contrapporre sistematicamente questi investimenti a quelli per la difesa è una semplificazione pericolosa. In un mondo segnato da guerre, instabilità e nuove minacce, garantire la sicurezza è una responsabilità fondamentale dello Stato. Senza sicurezza, anche la libertà, la prosperità e le opportunità per i giovani diventano più fragili.
Le richieste della Gioventù socialista su formazione, alloggi e prospettive professionali sono legittime e meritano un confronto serio. Ma le rivendicazioni devono essere accompagnate da proposte concrete, costi e coperture finanziarie. Non basta chiedere allo Stato di spendere di più: bisogna spiegare con quali risorse e con quali conseguenze.
Il problema nasce quando il dissenso viene trasformato in una giustificazione del blocco delle attività, del vandalismo e della violenza. Manifestare è un diritto; intimidire e distruggere non lo è. Se chi crea più caos ottiene di più, non vince la democrazia: vince la legge del più forte.
Quanto accaduto a Zurigo nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre è inaccettabile. Barricate incendiate, un'automobile data alle fiamme, vetrine danneggiate e agenti di polizia aggrediti con pietre, bottiglie e materiale pirotecnico: non siamo di fronte a una normale manifestazione studentesca, ma a episodi di violenza e devastazione che non possono essere tollerati né giustificati. Non hanno nulla a che vedere con il diritto di protestare o con la richiesta di migliori condizioni di studio. Chi trasforma una piazza in un teatro di scontri non sta difendendo i giovani: sta tradendo il significato stesso della protesta.
Altrettanto grave è quanto accaduto a Thun, dove un incendio doloso ha distrutto l'edificio della Brügger & Thomet, azienda attiva nella produzione e commercializzazione di armi e accessori. Le indagini sono in corso e i responsabili non sono ancora stati identificati. È comparsa una rivendicazione anarchica, ma non è accertato chi abbia appiccato il fuoco né quale fosse la sua effettiva motivazione. Una cosa, tuttavia, deve essere chiara: incendiare un'azienda non è una forma di protesta, è un atto criminale. E quale rapporto potrebbe mai esserci tra distruggere una fabbrica e chiedere migliori condizioni negli studi? Nessuno. Confondere queste due cose significa svuotare di ogni credibilità le rivendicazioni legittime e aprire la porta a una deriva intollerabile.
A questo proposito, meritano una riflessione le parole pronunciate alla RSI da Yannick Demaria, esponente della Gioventù socialista ticinese, presente a Parigi durante le manifestazioni. Alla domanda su quanto avesse osservato, ha risposto di aver visto «praticamente solo cose molto positive». La sua è una testimonianza personale, che va rispettata. Ma non può cancellare quanto accaduto nella capitale francese e in altre città europee: scontri, incendi, saccheggi e aggressioni. La maggioranza dei manifestanti può anche essere pacifica, ma non aver assistito direttamente alla violenza non significa che questa non sia avvenuta.
Ancora più preoccupante è il comunicato diffuso autonomamente da Sciopero per il Clima Ticino, secondo cui «la violenza è forse proprio ciò che la politica ticinese e svizzera si meriterebbe», con riferimenti a vetrine infrante e palazzi del potere in fiamme. Va precisato che questa posizione non rappresentava l'intera coalizione dello sciopero giovanile: sia la coalizione sia la Gioventù Comunista hanno preso le distanze, ribadendo la volontà di una mobilitazione pacifica. Resta tuttavia il fatto che simili parole non possono essere liquidate come una semplice provocazione. Nessuna causa, per quanto giusta possa apparire, autorizza a legittimare la violenza.
Non possiamo condannare la violenza soltanto quando proviene da chi la pensa diversamente. La convivenza civile si fonda proprio sulla capacità di rispettare le regole anche quando si è in disaccordo. La Svizzera ha costruito la propria stabilità sul dialogo, sul compromesso e sulla credibilità delle sue istituzioni. Il diritto di manifestare va difeso senza esitazioni; chi commette reati deve risponderne davanti alla legge. Chi organizza una protesta ha inoltre la responsabilità di dissociarsi chiaramente da ogni forma di violenza.
Una democrazia non muore soltanto quando qualcuno ne abbatte le istituzioni. Comincia a morire quando si giustifica l'intimidazione, quando si confonde la rabbia con il diritto e il disordine con il cambiamento. E quando chi dovrebbe educare al confronto finisce per trovare attenuanti a chi distrugge.
Ai giovani non dobbiamo lasciare una società perfetta: non esiste. Dobbiamo lasciare una società nella quale valga la pena impegnarsi, lavorare, dissentire e costruire. Una società nella quale nessuno possa pretendere di avere ragione perché urla più forte, blocca una strada o incendia una piazza.
Perché il giorno in cui la violenza diventerà uno strumento legittimo per ottenere ciò che la politica non concede, non avremo conquistato più democrazia: avremo rinunciato alla civiltà. E i primi a pagarne il prezzo saranno proprio quei giovani in nome dei quali oggi qualcuno pretende di giustificarla.
Questa è la linea che non possiamo oltrepassare. Non per difendere il potere, ma per difendere la libertà di tutti. Anche di chi verrà dopo di noi.