SALUTE E SANITÀ
Bee-Blip™, dal tavolo operatorio all’oro mondiale: l’invenzione del chirurgo Thomas Giesen
Nato a Lugano da un problema quotidiano in sala operatoria, il dispositivo misura in tempo reale la profondità del foro nell’osso. Al 46° Congresso di Ortopedia SICOT di Kyoto ha conquistato la Gold Medal

di Irene Bazzi

LUGANO/KYOTO – A volte un’innovazione nasce da una tecnologia rivoluzionaria. Altre volte da una domanda molto più semplice: possibile che non ci sia un modo migliore per farlo?

È quello che si è chiesto il dottor Thomas Giesen, specialista FMH in chirurgia della mano, chirurgia ortopedica e traumatologia, attivo principalmente alla Clinica Ars Medica di Gravesano, mentre, circa due anni e mezzo fa, stava operando una frattura complessa insieme a un assistente.

Il problema era apparentemente banale: come conoscere con precisione la profondità del foro appena praticato nell’osso per scegliere una vite della lunghezza corretta?

Da quella domanda è nato Bee-Blip™, un sistema elettronico brevettato che punta a fornire la misurazione direttamente durante la perforazione, evitando il successivo passaggio con il tradizionale misuratore manuale, il depth gauge.

Un progetto sviluppato a Lugano che il 1° ottobre ha conquistato in Giappone la Gold Medal dell’Innovation Fair al 46° SICOT Orthopaedic World Congress di Kyoto. Il certificato consegnato a Giesen lo definisce ufficialmente “A Patented Universal Electronic System for Real-Time Bone Hole Depth Measurement”: un sistema elettronico universale brevettato per misurare in tempo reale la profondità di un foro nell’osso.

Dietro questo prestigioso riconoscimento ci sono oltre due anni di lavoro. Lo sviluppo è iniziato nel maggio del 2024 e nel giugno scorso il team coordinato da Giesen è arrivato a un prototipo funzionante. Nel frattempo, è stata completata anche la fase di estensione internazionale della protezione brevettuale. E, soprattutto, c’è un investimento personale considerevole: il progetto del dottor Giesen è infatti sostanzialmente autofinanziato.

A Kyoto Bee-Blip si è confrontato con progetti provenienti da tutto il mondo. L’Innovation Fair seleziona una ventina di proposte tra quelle candidate e le sottopone a una giuria internazionale chiamata a valutarne non soltanto l’originalità e la capacità innovativa, ma anche il beneficio per il paziente e la sostenibilità economica.

Bee-Blip ha vinto.

Abbiamo chiesto a Thomas Giesen di raccontarci come è nata l’idea, perché la lunghezza di una vite può essere tutt’altro che un dettaglio e che cosa manca ora perché il dispositivo possa passare dal prototipo alla sala operatoria.

Dottor Giesen, Bee-Blip nasce da un gesto che lei compie normalmente in sala operatoria. Qual è stato il momento in cui si è detto: “Questa cosa si può fare meglio”? E come funziona la sua invenzione?

“L’idea è nata circa due anni e mezzo fa, parlando con un mio assistente mentre stavamo operando una frattura molto complessa.

Quando si pratica un foro nell’osso non se ne vede la profondità e la parte opposta spesso non è accessibile. E in chirurgia la vite non deve essere né troppo lunga né troppo corta. Normalmente il chirurgo pratica il foro, estrae il trapano e introduce nel foro un apposito misuratore manuale, il depth gauge, per determinarne la profondità, quindi sceglie la lunghezza della vite. È incredibile quanto si sia evoluta la tecnologia in chirurgia e quanto invece questo strumento sia rimasto sostanzialmente invariato per oltre cinquant’anni. Non è molto accurato e a volte bisogna ripetere la misurazione più volte. Mi sembrava un paradosso.

Bee-Blip nasce proprio per eliminare questo passaggio intermedio: è un sistema elettronico che rileva la profondità del foro in tempo reale, mentre il chirurgo sta perforando l’osso. Quando la perforazione è terminata, la misura necessaria per scegliere la vite è quindi già disponibile.

Abbiamo cominciato a sviluppare l’idea nel maggio del 2024. Ho depositato il brevetto e creato un team. Nel giugno di quest’anno siamo arrivati al prototipo funzionante e abbiamo appena completato l’estensione internazionale della protezione brevettuale. A quel punto mi sono detto che valeva la pena presentarlo al congresso mondiale”.

Sembra un dettaglio – misurare la profondità di un foro nell’osso per scegliere la vite giusta – ma quanto è delicato questo passaggio? Quali problemi può comportare una misurazione non corretta e quale vantaggio offre Bee-Blip al chirurgo e al paziente?

“Non è affatto un dettaglio. Una vite troppo corta può non avere una presa sufficiente sull’osso: l’impianto può diventare instabile, la placca può perdere la sua funzione e la frattura può scomporsi nuovamente, rendendo talvolta necessario un secondo intervento. Una vite troppo lunga, per contro, può oltrepassare l’osso e danneggiare le strutture che si trovano dall’altra parte, come tendini, nervi o altri tessuti. In determinate zone anatomiche bisogna fare attenzione anche ai vasi sanguigni.

C’è poi il fattore tempo. Una misurazione tradizionale richiede mediamente circa 43 secondi, ma in alcuni casi può arrivare a uno o due minuti, soprattutto quando deve essere ripetuta o quando bisogna cambiare la vite scelta inizialmente. E durante un intervento possono esserci numerosi fori da praticare e altrettante viti da posizionare.

L’obiettivo di Bee-Blip è quindi aumentare la sicurezza del paziente, ridurre i tempi operatori e semplificare il lavoro del chirurgo. Una misurazione più immediata e affidabile potrebbe inoltre diminuire la necessità di alcune verifiche radiografiche effettuate durante l’intervento per controllare il corretto posizionamento delle viti”.

A Kyoto Bee-Blip ha conquistato la Gold Medal davanti alla comunità ortopedica internazionale. Che cosa ha visto la giuria di particolarmente innovativo nel suo progetto? E lei si aspettava un riconoscimento del genere?

“La medaglia d’oro no, non me l’aspettavo. Speravo di arrivare tra i primi tre e sarebbe già stato un risultato eccezionale. Avevamo ottenuto il secondo posto al Congresso europeo di chirurgia della mano e quindi sapevamo di avere un progetto interessante, ma a Kyoto il livello era altissimo e ci confrontavamo con realtà di primo piano dell’ortopedia internazionale. C’erano progetti molto importanti, sostenuti da università e grandi strutture. Bee-Blip, invece, è nato da una frustrazione personale in sala operatoria, da una mia intuizione e dal lavoro portato avanti insieme come team.

La giuria valuta se si tratta davvero di un’innovazione, se può portare un beneficio al paziente e se il costo può essere sostenibile. E poi bisogna presentare il progetto in pochissimo tempo: in cinque minuti si deve essere sintetici ma convincenti.

Ma Bee-Blip non è nato per il premio o per un fine economico: è nato dall’interesse scientifico e dalla volontà di trovare una soluzione concreta a un problema che incontriamo quotidianamente in sala operatoria. Vincere la Gold Medal, confrontandoci con progetti di questo livello, è stata naturalmente una grande soddisfazione”.

Adesso viene la parte forse più difficile: trasformare un prototipo premiato in uno strumento utilizzabile negli ospedali. A che punto siete e cosa manca perché Bee-Blip possa arrivare davvero nelle sale operatorie?

“Abbiamo un prototipo e sappiamo che funziona praticamente in tutte le condizioni nelle quali lo abbiamo testato, anche in laboratorio anatomico. Ma adesso bisogna portarlo alla certificazione, ed è un passaggio molto impegnativo.

Dobbiamo definire i materiali e tutti i dettagli del dispositivo. I materiali biomedicali devono superare test di resistenza, calore e sicurezza. Poi bisogna affrontare tutto il processo necessario per ottenere le autorizzazioni e le certificazioni richieste nei diversi mercati, a partire dall’Europa e dalla Svizzera fino, in prospettiva, agli Stati Uniti.

È un percorso lungo e costoso. Però oggi abbiamo un prototipo che funziona e sappiamo quale può essere il suo vantaggio: ridurre i tempi operatori, aumentare la sicurezza del paziente e togliere al chirurgo un passaggio che oggi è ancora macchinoso”.

Due anni e mezzo fa Bee-Blip era soltanto un’intuizione nata durante un intervento. Oggi il dottor Thomas Giesen ha un prototipo funzionante, un brevetto internazionale e una medaglia d’oro conquistata davanti alla comunità ortopedica mondiale.

E Bee-Blip nasce da un paradosso che il chirurgo continua a trovare sorprendente: in sale operatorie nelle quali la tecnologia ha compiuto passi enormi, per misurare un piccolo foro nell’osso si utilizza ancora uno strumento manuale concettualmente fermo da decenni.

Da Lugano a Kyoto, tutto è partito da lì. Da un foro, una vite e una domanda semplicissima: perché non farlo meglio?

 

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