Tre proposte contro un sistema che alimenta ansia e populismo: limite decennale ai mandati, contributo dell'1,5% sui grandi redditi e certezza della pena

di Paolo Rossi *
La democrazia nell’età dell’ansia
Viviamo uno di quei momenti nei quali il cambiamento non è più un processo che accompagna la società, ma diventa esso stesso la società. Intelligenza artificiale, automazione, digitalizzazione, biotecnologie, nuove forme di produzione e di comunicazione non stanno semplicemente mettendo a nostra disposizione strumenti più efficienti. Stanno modificando la distribuzione del potere, il valore del lavoro, la percezione delle distanze, i rapporti tra generazioni e, alla fine, persino il modo nel quale immaginiamo il nostro futuro.
È questo secondo aspetto che mi sembra sottovalutato. Parliamo moltissimo delle conseguenze operative della rivoluzione tecnologica – quanti posti di lavoro creerà l'intelligenza artificiale, quanti ne distruggerà, quanto aumenterà la produttività – e molto meno del tumulto geo-culturale che accompagna questa trasformazione. Le distanze geografiche si accorciano, mentre paradossalmente aumentano quelle sociali. Capitali, informazioni e tecnologie attraversano il pianeta in pochi secondi; le persone molto meno e la mobilità sociale, in numerose società occidentali, sembra essersi inceppata.
Eric Hobsbawm parlava, alla fine del secolo scorso, del rischio di una “società dei due terzi”: una maggioranza ancora integrata nel sistema economico e sociale e una minoranza progressivamente marginalizzata. Vista da oggi, quell'immagine rischia quasi di apparire ottimistica. Perché nel frattempo si sta appannando proprio quel ceto medio che per mezzo secolo ha rappresentato il vero stabilizzatore delle democrazie occidentali. Il meccanismo era relativamente semplice: lavoravi, miglioravi la tua condizione, compravi una casa, facevi studiare i figli e potevi ragionevolmente sperare che vivessero meglio di te. Il ceto medio non era soltanto una categoria reddituale. Era un trampolino sociale e, soprattutto, una promessa. Oggi quella promessa è molto meno credibile.
E qui bisogna affrontare anche un argomento scomodo. Lo Stato sociale, conquista fondamentale dell'Europa del dopoguerra, rischia in alcuni casi di produrre effetti diversi da quelli per cui era stato costruito. Se la combinazione tra fiscalità e trasferimenti riduce eccessivamente la differenza di reddito disponibile tra chi si trova ai margini e chi appartiene alla fascia medio-bassa, non abbiamo necessariamente costruito maggiore giustizia: possiamo aver semplicemente ridotto l'incentivo alla mobilità sociale. Naturalmente nessuna società civile può lasciare qualcuno senza cure, casa, alimentazione o istruzione. Ma una cosa è garantire dignità, un'altra trasformare involontariamente l'assistenza in una condizione economicamente quasi equivalente a quella di chi lavora, risparmia e si assume responsabilità. È una distinzione politicamente scomoda, ma proprio per questo meriterebbe di essere discussa.
Il fascino dell'uomo forte
La storia ci insegna poi una cosa poco rassicurante: le democrazie funzionano magnificamente quando devono amministrare cambiamenti relativamente graduali. Faticano molto di più quando devono governare trasformazioni profonde e rapidissime.
Il motivo non è misterioso. Un regime autoritario può decidere oggi una strategia industriale da realizzare nei prossimi vent'anni. Può concentrare risorse, imporre priorità, accettare costi immediati in cambio di benefici futuri e, soprattutto, eliminare il rumore prodotto dalle opinioni divergenti.
Una democrazia deve discutere, mediare, convincere, rispettare procedure e poi presentarsi nuovamente agli elettori quattro anni dopo. È il suo limite e contemporaneamente la sua grandezza. Ma nella competizione internazionale questa lentezza può diventare drammatica. Specialmente quando dall'altra parte ci sono Paesi capaci di programmare infrastrutture, energia, tecnologia e politica industriale con orizzonti di quindici o vent'anni.
Mi torna alla mente una tesi del compianto politologo Giorgio Galli, che interpretava anche fascismo e comunismo come risposte politiche alle grandi trasformazioni e ai profondi conflitti prodotti dalla modernizzazione: sistemi capaci di comprimere il confronto sociale dentro grandi parole d'ordine collettive. Non significa naturalmente equiparare i regimi né tantomeno giustificarli. Significa riconoscere un fenomeno storico: quando una società è spaventata dalla velocità del cambiamento, aumenta la domanda di qualcuno che prometta di semplificarlo. Ed è esattamente quello che sta succedendo.
L'elettore innamorato e deluso
Nelle nostre democrazie vediamo così un elettorato sempre più ondivago. Porta qualcuno al potere attribuendogli capacità quasi taumaturgiche e qualche anno dopo lo distrugge perché, inevitabilmente, quelle promesse non potevano essere mantenute.
È successo a leader e movimenti diversissimi tra loro. Renzi in Italia ne è stato un esempio quasi da manuale. Orbán ha costruito in Ungheria una longevità politica ben maggiore, accompagnata però da una progressiva trasformazione del sistema. Mitsotakis in Grecia dovrà dimostrare se saprà evitare un analogo logoramento del consenso. In Ticino persino la Lega, nata come forza di rottura del sistema, ha sperimentato cosa significhi diventare progressivamente parte del sistema che si voleva contestare.
La risposta delle forze tradizionali è spesso l'arroccamento. So di essere iconoclasta, ma credo che anche il famoso Brandmauer, il muro tagliafuoco contro AfD in Germania, o le strategie francesi per impedire al Rassemblement National di conquistare determinate posizioni istituzionali, debbano essere osservati anche sotto questa lente. Capisco perfettamente le ragioni storiche, politiche e morali che le sostengono. Ma esiste un problema: se milioni di cittadini votano una forza politica e la risposta del sistema consiste essenzialmente nel costruire meccanismi per impedirle di governare, una parte di quegli elettori non cambierà opinione. Si convincerà semplicemente che esiste una casta che protegge se stessa. E il risultato può essere ancora più radicale.
È in quel terreno che nascono personaggi come Donald Trump. Un miliardario che riesce nel capolavoro politico di presentarsi come rappresentante dell'uomo dimenticato contro le élite. La contraddizione è quasi comica, se le conseguenze non fossero così serie.
Il nostro maledetto particolarismo
C'è poi una responsabilità della cultura europea che raramente riconosciamo: il nostro maledetto vizio del particolarismo.Siamo diventati straordinariamente bravi a sapere moltissimo di porzioni sempre più piccole della realtà. Economisti che parlano di economia, sociologi di società, ingegneri di tecnologia, demografi di popolazione, giuristi di norme, politologi di elezioni.
Tutti hanno ragione nel proprio quadratino. Il problema è che il mondo non funziona a quadratini. Tecnologia, demografia, immigrazione, energia, disuguaglianze, sicurezza, debito pubblico, welfare e geopolitica sono diventati parti dello stesso sistema. Non puoi modificarne una senza produrre conseguenze sulle altre. La specializzazione ci ha regalato competenze straordinarie, ma rischia di farci perdere la capacità di vedere l'insieme.
E quando manca una lettura complessiva arrivano inevitabilmente le soluzioni semplici: Fuori gli immigrati; Torniamo alla nostra identità; Tassiamo i ricchi; Nazionalizziamo tutto; Privatizziamo tutto; Chiudiamo le frontiere; Apriamo le frontiere. Sono slogan tranquillizzanti perché trasformano problemi multidimensionali in una frase da scrivere su un manifesto elettorale.
Prendiamo l'immigrazione. L'Europa ha certamente un problema di controllo dei flussi migratori e ha altrettanto certamente il diritto di decidere chi entra nel proprio territorio. Negarlo significa regalare l'argomento alla destra populista. Ma contemporaneamente l'Europa è un continente che invecchia rapidamente e che avrà bisogno di lavoratori. Non servono sofisticati rapporti sociologici per accorgersene. Basta entrare in una casa per anziani, in un ospedale o osservare chi assiste a domicilio noi boomers che lentamente ci avviciniamo all'età nella quale avremo bisogno di qualcuno che ci aiuti. Guardate chi si prende cura dei nostri anziani e avrete probabilmente un quadro del futuro demografico europeo più preciso di quello contenuto in molti programmi elettorali.
Possiamo discutere quantità, qualifiche, integrazione e provenienze. Dobbiamo farlo. Ma immaginare un'Europa vecchia, ricca e chiusa che continui a funzionare senza apporto demografico esterno significa semplicemente rifiutare la matematica.
Il Valium della politica
Le scorciatoie della destra e della sinistra non funzionano. Ma hanno una funzione importante: leniscono l'ansia. Sono il Valium della politica contemporanea. Per qualche tempo fanno stare meglio. Offrono un colpevole, un'identità, una spiegazione e soprattutto l'illusione che esista una soluzione semplice. Poi l'effetto passa. E rimane un retrogusto di frustrazione ancora maggiore, perché nel frattempo abbiamo scoperto i confini della nostra impotenza.
La cosa curiosa è che questo Valium viene talvolta somministrato proprio da alcuni dei grandi beneficiari della trasformazione in corso: multimiliardari che controllano piattaforme, tecnologie, dati e capacità finanziarie senza precedenti nella storia moderna e che contemporaneamente si reinventano tribuni del popolo. È uno dei paradossi più spettacolari della nostra epoca. Una concentrazione gigantesca di potere economico e tecnologico che utilizza il linguaggio della rivolta contro il potere. Non so se il popolo li ami davvero. Ho il sospetto che molto più semplicemente li utilizzi, come loro utilizzano il popolo.
Tre piccole provocazioni
A questo punto il lettore potrebbe legittimamente domandarmi quale sia la soluzione: non ce l'ho. Diffido molto di chi sostiene di averla, perché probabilmente è proprio da questa pretesa che cominciano molti dei problemi descritti finora. Credo però che alcune correzioni relativamente semplici potrebbero almeno ridurre quella sensazione di sistema bloccato che alimenta il populismo. Ne propongo tre, deliberatamente provocatorie.
La prima riguarda la politica.
Massimo dieci anni nelle cariche politiche istituzionali, accompagnando questa limitazione con legislature di cinque anni invece di quattro. Due mandati: abbastanza tempo per progettare, decidere, realizzare e rispondere dei risultati. Poi si torna alla vita normale. Aggiungerei un limite di età a settant'anni.
Lo dico appartenendo a una generazione che non può certo accusare quelle successive di aver occupato troppo spazio. Semmai dovremmo porci il problema opposto. Una società che cambia con questa velocità non può essere governata indefinitamente dalle stesse persone. L'esperienza è preziosa, ma deve avere il buon gusto, a un certo punto, di trasformarsi in consiglio invece che continuare a esercitare il potere.
La seconda provocazione riguarda la ricchezza.
Non credo alla tassazione punitiva dei patrimoni. Il capitale è mobile e una fiscalità ideologica produce spesso l'effetto opposto a quello desiderato. Ma troverei ragionevole discutere un contributo dell'ordine dell'1,5% sui grandi redditi o rendimenti da capitale oltre soglie molto elevate – diciamo dieci milioni di franchi – destinato esplicitamente alla mobilità sociale, alla formazione e alla riduzione del carico sul ceto medio.
Parallelamente occorrerebbe avere il coraggio di ripensare alcune prestazioni sociali. La dignità deve essere garantita senza condizioni. Il superfluo no. Banalizzo volutamente: chi dipende integralmente dall'assistenza pubblica deve avere un telefono e l'accesso alla rete, perché oggi sono strumenti indispensabili per vivere e cercare lavoro. Non vedo invece perché la collettività debba finanziare dispositivi di ultima generazione o servizi premium. Lo stesso vale per l'alloggio. Un sistema di aiuti costruito male può finire per trasformarsi in una sovvenzione indiretta ai proprietari immobiliari: aumentano gli affitti, lo Stato paga e il beneficiario formale dell'aiuto diventa semplicemente il tramite attraverso il quale denaro pubblico arriva al proprietario.
Aiutare chi ha bisogno sì. Creare rendite parassitarie no. E soprattutto bisogna ricostruire una differenza percepibile tra la condizione economica di chi vive dell'assistenza e quella di chi lavora nella fascia medio-bassa. Non per punire il primo, ma per restituire al secondo la sensazione che il proprio sforzo abbia un valore.
La terza provocazione riguarda la sicurezza.
La paura della criminalità raramente nasce dalle statistiche aggregate. Nasce dalla percezione dell'impunità. Se una persona viene borseggiata, aggredita o derubata, poco importa spiegarle che statisticamente il suo quartiere è più sicuro di vent'anni fa. Quello che vuole sapere è se chi ha commesso il reato subirà una conseguenza.
Occorre quindi recuperare un principio molto antico e molto semplice: la certezza della pena. Non necessariamente pene più dure. Pene certe !! Se borseggi, vieni condannato e sconti la pena. Se sei uno straniero privo di un diritto stabile di soggiorno e commetti reati che secondo la legge comportano l'espulsione, l'allontanamento deve essere effettivo e rapido, naturalmente nel rispetto delle garanzie fondamentali e degli obblighi internazionali. Il diritto di ricorso deve rimanere, ma non può trasformarsi automaticamente in anni di permanenza attraverso una catena infinita di procedure.
Una democrazia che non riesce a far rispettare le proprie decisioni produce inevitabilmente domanda di autoritarismo. Ed è forse questo il punto che collega tutto.
Salvare la complessità
Non credo che la democrazia occidentale sia arrivata alla fine. Credo però che abbia un problema molto serio di velocità, credibilità e capacità di spiegare la complessità. Il mondo nel quale è nata la nostra architettura politica stava cambiando lentamente. Quello nel quale viviamo cambia quasi in tempo reale. La risposta non può essere imitare i sistemi autoritari, perché perderemmo esattamente ciò che pretendiamo di difendere. Ma nemmeno possiamo continuare a comportarci come se bastasse amministrare meglio le istituzioni esistenti.
Dobbiamo renderle più veloci senza renderle arbitrarie, più selettive senza renderle disumane, più aperte al cambiamento senza perdere identità e più attente alle disuguaglianze senza distruggere gli incentivi che producono crescita. Soprattutto dobbiamo recuperare una cosa che la nostra cultura iperspecializzata sembra aver smarrito: la capacità di collegare i fenomeni.
L'intelligenza artificiale è anche politica sociale. La demografia è anche politica economica. L'immigrazione è anche previdenza. La sicurezza è anche fiducia nelle istituzioni. Il welfare è anche incentivo al lavoro. La tecnologia è anche geopolitica. E la disuguaglianza è, alla fine, anche un problema di democrazia. Non esistono più compartimenti stagni.
Forse la vera divisione politica dei prossimi anni non sarà nemmeno quella tradizionale tra destra e sinistra. Sarà tra chi continuerà a offrire spiegazioni semplici a problemi complessi e chi avrà il coraggio, molto meno elettorale, di dire ai cittadini che alcune contraddizioni non possono essere eliminate: devono essere governate. È un messaggio difficile da vendere in campagna elettorale. Ma potrebbe essere l'unico capace di evitare che, dopo avere provato tutti i nostri Valium politici, un giorno decidiamo che per curare l'ansia sia meglio rinunciare alla libertà.
* manager