ANALISI
Il clamoroso flop della politica: la riforma fisco-sociale approvata da un ticinese su sei! Ecco alcune spiegazioni possibili. Ma forse la gente si è arresa, non ci crede più. O è stufa dei teatrini dell'ultimo anno
ANALISI - Certo, viviamo in un bel Paese, in una regione sostanzialmente sicura, dove ci sono reti sociali efficaci, dove i servizi funzionano, dove il territorio è abbastanza ben gestito. Ma la politica ha ignorato per troppo tempo, e continua purtroppo a farlo, i molti segnali di degrado sociale che la gente comune vive ogni giorno sulla propria pelle
foto: TiPress/Samuel Golay
di Marco Bazzi

Quel 32 per cento e poco più di votanti è episodico o è un segnale degli elettori alla politica? Ci auguriamo che la risposta sia la prima. Ma, sia come sia, qualche riflessione su questo black-out del meccanismo democratico va fatta.

La riforma fisco-sociale è stata approvata oggi dai ticinesi con una percentuale risicatissima, del 50,1, il che tradotto in schede fa una differenza di 193 a favore del ‘sì’.

Puntuali sono arrivati a valanga i commenti dei partiti. Chi ha espresso soddisfazione per la vittoria e chi rammarico per la sconfitta. Non sono mancate le reciproche accuse: sinistra voltamarsina, campagna fraudolenta, e così via…

La riforma, che àncora gli sgravi fiscali a misure sociali a carico delle aziende, era sostenuta dal Consiglio di Stato e da buona parte del Gran Consiglio, che l’aveva approvata nel dicembre scorso. Per i fautori è un ragionevole ed equilibrato compromesso, per i contrari, che hanno lanciato il referendum, un ignobile ricatto.

Ma il dato che deve far riflettere oggi la politica, al di là di chi ha vinto e di chi ha perso per una manciata di schede, è quel misero 32 per cento di elettori che ha espresso il proprio parere, nonostante il voto per corrispondenza.

Nel senso, che soltanto poco più di un sesto degli elettori ha deciso che la riforma entrerà in vigore. E allora forse è venuto il momento di introdurre un quorum per la convalida delle votazioni referendarie.

Il tema non era semplice, anzi era ostico, non certo di quelli che attizzano, e in più non era legato ad altre votazioni che avrebbero forse potuto aumentare la mobilitazione.

Però era un tema importante: riguardava la politica fiscale e sociale del Cantone. E anche molto controverso. Le voci, le prese di posizione, le lettere ai giornali, le raccomandazioni di voto, sono state quelle delle grandi occasioni.

Eppure questa votazione è stata un clamoroso flop della politica, sul quale la politica deve profondamente riflettere.

Si possono evocare diversi motivi per tentare di spiegarlo. Partendo dal tema difficile e forse - proprio in quanto frutto di un compromesso - poco “popolare”, poco di battaglia. Lontano mille miglia dalle grandi manovre fiscali degli scorsi anni, quindi anche difficilmente riassumibile in slogan…

Forse questo flop è anche il risultato di una società che è cambiata e che sta cambiando, a livello generazionale, culturale, e anche etnico.

Ma forse il problema di fondo è che molta gente si è arresa e crede sempre meno alle soluzioni – e alle promesse - della politica, e quindi alla politica stessa. Almeno a livello cantonale, perché poi nei comuni, quando i temi sono “di prossimità” le cose cambiano. Scoraggiata e delusa, questa gente cerca di arrangiarsi da sola, senza più aspettare che le cose cambino grazie ai partiti, al Governo e al Parlamento.

Forse molti ticinesi si sentono presi in giro, constatando la fine che hanno fatto le grandi promesse da epopea biblica sulla regolamentazione del mercato del lavoro…

E forse sono anche stufi dei teatrini dell’ultimo anno, degli scandali veri o presunti (Argo1, Rimborsopoli...), delle schermaglie fini a se stesse, dei litigi da Asilo Mariuccia, delle commissioni di inchiesta, dei roboanti “è colpa loro” o “noi siamo meglio degli altri”, eccetera.

Perché alla fine, diciamocelo chiaramente, negli ultimi anni in Ticino le cose, in generale, sono cambiate in peggio e non in meglio. E i problemi si sono aggravati. Traffico, frontalieri, dumping, fallimenti truffaldini, esplosione dei casi di assistenza sociale… un quadro complesso che i dati, spesso contrastanti, non riescono a delineare, ma dal quale emana un disagio palpabile.

Certo, viviamo in un bel Paese, in una regione sostanzialmente sicura, dove ci sono reti sociali efficaci, dove i servizi funzionano, dove il territorio è abbastanza ben gestito. Ma la politica ha ignorato per troppo tempo, e continua purtroppo a farlo, i molti segnali di degrado sociale che la gente comune vive ogni giorno sulla propria pelle. E se tanti individui hanno questa percezione, questa percezione si trasforma in fenomeno collettivo.

Il rischio è che alla fine la politica finisca col parlare soprattutto a se stessa, a quella minoranza che ancora le crede.

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