Analisi
02.12.2019 - 13:570
Aggiornamento : 14:24

Il salario minimo è una misura contro lo schifo, non per risollevare il mercato del lavoro e le buste paghe dei residenti

L’aspettativa che accompagna l’introduzione del provvedimento, è fondamentale per valutarne il peso. Per esserne soddisfatti o delusi

di Andrea Leoni

A cosa serve il salario minimo? La risposta a questa domanda è decisiva per valutare le scelte che il Gran Consiglio si appresta a compiere dopo quattro anni di discussione. Le opzioni sono due.

Se questa misura è intesa, come dovrebbe, per porre fine a uno scandalo sociale - cioè a cancellare lo schifo di persone pagate meno, anche molto meno, di 19 franchi all’ora - allora è una buona idea. Se, al contrario, si crede che questo provvedimento migliori il benessere generale dei lavoratori residenti, siamo completamente fuori strada.

L’aspettativa che accompagna l’introduzione del salario minimo, è dunque fondamentale per comprenderne il peso. Per essere soddisfatti o delusi. Se l’obbiettivo è colpire il dumping più brutale, con la proposta formulata da Lega, PS, Verdi e PPD, circa 10’000 persone, di cui 3’000 residenti, guadagneranno di più. E, aspetto ben più importante, il nostro Cantone affermerà un principio sacrosanto: pagare un lavoratore meno di 19 franchi (a salire negli anni fino a 20,25) sarà illegale. Può sembrare poco, ma oggi è possibile farlo, domani non lo sarà più. Va inoltre ricordato che i primi ad essere adeguati saranno i contratti normali di lavoro, imposti dal Consiglio di Stato in alcuni settori, che in taluni casi sono inferiori a 19 franchi.

Fissare questo argine è un bene, indubbiamente un bene, anche perché l’alternativa, quella attuale, è assai peggiore.

Se tuttavia ci attendiamo che il salario minimo risollevi il 95% del resto del mercato del lavoro in Ticino, che non verrà toccato da questa misura, allora non ci resta che allenarci alla frustrazione e alla rabbia, riconsegnandoci al vicolo cieco degli ultimi quattro anni. 

L’applicazione dell’iniziativa costituzionale dei Verdi “Salviamo il lavoro in Ticino”, si è infatti rivelato un vero e proprio labirinto. Da quattro anni la politica cantonale cerca una via d’uscita per assecondare il volere del popolo. Ora, come si diceva, quattro partiti (Lega, PS, PPD e Verdi) hanno raggiunto un compromesso per uscire dall’impasse. Ma si tratta di un accordo giudicato da più parti, a cominciare dai promotori ecologisti, come insoddisfacente. L’aspettativa che la sinistra ripone in questa misura, è quella che un salario minimo, posto a una certa soglia, favorisca i residenti a scapito dei frontalieri.

Se la guardiamo da questa prospettiva, è difficile non assecondare il malcontento. Anche la soglia più alta del salario minimo, tra le varie forchette immaginate dai partiti, non sarebbe sufficiente per raggranellare uno stipendio dignitoso per chi vive in Ticino.

Ma su questo punto occorre fare chiarezza. Questa misura va intesa come provvedimento sociale e non economico. Il Tribunale Federale ha infatti fissato un minimo di 20 franchi, attualmente applicato a Neuchâtel. Si tratta di un intervento contro la povertà, non di sostegno al reddito e all’occupazione. Stiamo parlando di due mondi diversi. Neppure se volesse il Ticino potrebbe introdurre un minimo generalizzato di 24-25 franchi all’ora. Per farlo occorre cambiare la legge a livello federale.

E a quel punto dovremmo chiederci se il mercato del lavoro  ticinese, ammalato di Libera circolazione delle persone, sarebbe in grado di sostenere un minimo salariale di quel tipo. Differenze troppo grandi tra i vari settori dell’economia sono da escludere, perché andrebbero a ledere un altro principio costituzionale, quello della libertà economica.

Detta in maniera macabra, l’introduzione di un salario minimo sociale cura le metastasi ma non il tumore. In Ticino abbiamo un’economia dopata dalla concorrenza proveniente da oltre frontiera e della globalizzazione. A questa malattia hanno certamente contribuito imprenditori senza scrupoli, che hanno pensato esclusivamente ai loro profitti, fregandosene del tessuto sociale che li ospitava. E gli altri, quelli onesti, spesso non hanno potuto fare altro che adeguarsi per non rischiare l’estinzione, conservando laddove hanno potuto ritagli di etica sociale. D’altra parte, se vivi nella giungla, o ti adatti o muori.   

Su questo tumore si è innestata la digitalizzazione. Posti di lavoro che scompaiono sostituiti da macchine, negozi online che hanno allargato ulteriormente il mercato. Gli impieghi spariscono o si spostano dove costano sempre meno. A questo meccanismo non sfugge nessuno.

Si ripropone dunque la domanda, a livello globale, se sia giusto intervenire sul lavoro, che è sempre meno e sempre più mal pagato, o seppure, come sostengono importanti istituzioni internazionali come la Banca mondiale, non si debba pensare d’intervenire puntellando il reddito al di là dell’occupazione. Ma queste sono grandi teorie che non risolvono il presente.

Quel che è certo è già oggi lo Stato interviene pesantemente nel circuito economico, facendosi carico delle differenze salariali che i datori di lavoro non pagano. L’esempio più palese è quello dei sussidi di cassa malati. 

Ed è altrettanto certo che resta difficile immaginare misure efficaci a sostegno del mercato del lavoro che non passino da un modifica dell’attuale regime della Libera circolazione delle persone. Senza qualche forma di contingente sarà pressoché impossibile favorire i lavoratori residenti.

Se vista nella giusta prospettiva, per concludere, l’introduzione del salario minimo è una buona misura. Andranno verificati, come si conviene per ogni politica pubblica,  gli effetti della sua applicazione. Giusto fissare dei criteri condivisi di valutazione, come chiedono i Verdi, ma sbagliato sarebbe scolpire le forchette salariali nella pietra. Anche perché nessuno può prevedere come reagirà l’economia nel tempo e neppure se da qui ad allora ci saranno delle novità nei nostri rapporti con l’Italia e con l’Unione Europea. 

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