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Falò ha fatto bene
Da vent’anni siamo assuefatti alla sistematica raffigurazione del nemico

Ci sono almeno tre cose che ci ha ricordato il servizio di Falò sulle vittime degli attacchi dei giornali della Lega dei ticinesi. 

La prima: che certe parole e certe espressioni , come hanno spiegato bene filosofi e linguisti, non solo descrivono (dicono), ma creano soggettività, individuale e sociale, attorno alla caratteristica o all’insulto che usano. Hanno dunque, per usare una parola impegnativa, un valore performativo (“fanno”). 

Tu sei ciò che io nomino: il negro (“troppi negri in nazionale” è infatti un non dimenticato titolo di quel foglio), l’asilante, il $ocialista con il segno del dollaro, esecrabile zio Sam alla rovescia – e quindi quella è la tua natura, il tuo stigma. 

Come ha spiegato una studiosa americana, “chi usa (…) insulti, non sarebbe solo responsabile del modo in cui vengono detti, ma anche del loro rinvigorimento: dal fatto che grazie ad essi vengono rinforzati, riattualizzati, contesti di odio e ingiuria”. Contesti di odio e ingiuria, appunto: rinvigoriti e rafforzati dalla sistematica, martellante, sempre identica a se stessa reiterazione.

La seconda: più il nemico lo si vede, più è esposto sui media, ridicolizzato e offeso, e meglio è, perché diventa riconoscibile, nella sua stereotipizzazione, e quindi additabile e respingibile. 

Da vent’anni siamo assuefatti alla sistematica raffigurazione del nemico: da isolare e da indebolire attraverso l’irrisione e l’ingiuria spesso ossessivamente riproposta, e ciò che è una vera e propria aberrazione delle regole del vivere civile ci appare normale, ormai acquisito e integrato nelle regole della convivenza territoriale. 

La terza: questa martellante reiterazione dell’offesa, dell’ingiuria, della calunnia e dell’irrisione crea ovviamente dolore in chi ne è vittima, che naturalmente non può che rifuggire da quella che è oggettivamente una violenta de-personalizzazione. 

Chi è vittima perde serenità perché è doloroso subire attacchi alla propria identità personale, professionale, civile, e tanto più se ciò avviene per mano di un’entità che si percepisce come impersonale, minacciosamente collettiva (l’anonimato è infatti spesso un corollario necessario a questo tipo di attacco). 

Falò ha ricordato queste cose, e ha fatto bene. Fa bene al paese ricordare che da vent’anni è così, che anche attraverso questo modo di fare (e di dire) ha permeato costumi e modo di pensare di molti di noi. Ognuno valuta come crede se questa è stata un’evoluzione o un’involuzione. Falò ci ha certamente dato qualche elemento per riflettervi.

Chiara Orelli

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