Come comunicare è senza dubbio un cruccio per chi esercita «l’arte di governare gli Stati e di amministrare la cosa pubblica».
L’ultimo numero del mensile Confronti propone un’interessante botta e risposta tra il giornalista del CdT Oliver Broggini e il direttore della rivista Marco Cagnotti su, tra altre cose, l’importanza del saper proporre una narrazione in politica.
In sintesi: la capacità di raccontare (a sé ma soprattutto agli altri) una “storia” che possa suscitare l’interesse e poi l’empatia degli elettori. Reazioni emozionali che si traducano poi in voti materiali. Non é un dibattito accademico questo. È di fatto il nucleo fondante, che si fa linea di demarcazione, tra la politica delle cose e quella delle parole.
È storia antica, che attraversa di volta in volta l’uno o l’altro schieramento politico. Come comunicare è senza dubbio un cruccio per chi esercita «l’arte di governare gli Stati e di amministrare la cosa pubblica». Ma un conto è impiegare al meglio strumenti e modalità della comunicazione per spiegare la realtà e il proprio orientamento nei suoi confronti. Ben altra cosa invece è costruire una realtà diversa, di comodo, addomesticata o esasperata per collocarvi un proprio agire che di fatto è un vero e proprio avatar.
In questa dimensione la narrazione si fa semplicemente inganno. Non c’è quindi merito “a prescindere” nella capacità di proporre una narrazione. Lo hanno già fatto – e non è un caso – tirannie e dittature di ogni forma e colore. Questo tipo di narrazione ha anche un proprio nome meno intellettualmente accattivante e più realisticamente pregnante. Si chiama propaganda.
«La propaganda è un’arte, non importa se questa racconti la verità. Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità». (Joseph Goebbels, ministro della propaganda del Terzo Reich).