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Elezioni americane: la questione Ohio
Lo stato è considerato un riproduzione in miniatura degli USA. Chi lo conquista diventa presidente

di Sergio Savoia Tra i famosi 'swing states', ossia gli stati non ancora considerati sicuri da uno dei due candidati, ce ne sono alcuni che sono più decisivi di altri. L'Ohio è uno di questi.

L'Ohio ha un numero di grandi elettori (20 su 534) sufficienti per fare la differenza in caso di elezioni molto combattute, come verosimilmente saranno quelle di novembre. Ci sono altri stati che hanno anche più voti ma o sono già assegnati (è il caso della California) o sono meno 'tipici' del voto a livello nazionale.

Per chi crede a questo tipo di cose,  lo stato dell'Ohio è stato vinto dal candidato che è poi diventato presidente praticamente sempre dal 1892 (tranne in due casi): un elemento molto suggestivo e che lo trasforma in uno stato il cui comportamento può fare prevedere l'andamento generale dell'elezione. Insomma, potremmo parlare di 'laboratorio Ohio'.

Dal punto di vista demografico lo stato è infatti considerato un riproduzione in miniatura degli USA.  Le zone a tradizione solidamente democratica si trovano nell'area nord-orientale, dove i sindacati hanno un seguito estremamente importante nelle aree delle grandi fabbriche, tra cui rientrano le aree industriali di Cleveland e Youngstown.

Nel 2000 Bush perse in questa regione 41% a 55% e con il 46% nel 2004.

Nel sud-ovest, soprattutto nell'area metropolitana di Cincinnati, nelle contee di Warrne, Butler e Clermont sono invece i repubblicani a dominare. È un area con una struttura industriale più diversificata, che non dipende dalle grandi. George W. Bush vinse in questa parte con il 56% nel 2000 e con il 60% nel 2004. 

Il fatto che l'Ohio fosse profondamente 'blu' (cioè democratico nei sondaggi finora) e sia diventato improvvisamente 'swing' (cioè in bilico) o, secondo altri sondaggi, leggermente 'rosso'(cioè repubblicano) significa che Obama deve cominciare seriamente a preoccuparsi.

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