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Nel giorno dei morti
Ieri sera sono stato sulla tomba dei miei genitori e ho rivisto i loro volti. Sono rimasto a riflettere guardando il lago scuro di fronte al cimitero di Brissago.

Non credo nella reincarnazione, nella resurrezione, nella vita eterna, nel paradiso e nell’inferno. Credo soltanto nella morte, incontrovertibile e ineluttabile, e nell’eterno riposo.   Credo che il nostro destino e il nostro tormento consistano nel poter immaginare altri mondi senza poterli vedere, toccare e dimostrare, nello sperare in un’altra vita oltre la nostra – che è un quotidiano, caotico e sempre più veloce scorrere del tempo –, nell’illuderci che qualcosa ci sopravvivrà nel giorno della nostra morte. Ieri sera sono stato sulla tomba dei miei genitori e ho rivisto i loro volti. Ricordi, immagini, voci, momenti di una vita che non tornerà più. Ero solo nel buio del cimitero illuminato dai bagliori rossi dei ceri. Cadeva una pioggia sottile, una pioggia perfetta per la sera dei morti. Sono rimasto a riflettere guardando il lago scuro di fronte al cimitero di Brissago.

Non nego l’anima, non nego il Demiurgo nel senso platonico: “Egli costituì l’anima per nascita e per virtù anteriore al corpo e più antica di esso”. Un’anima senza individualità, però, che nulla ha a che vedere con il nostro esistere, che appartiene a una dimensione “altra”. Una dimensione che potremmo chiamare Iperuranio, sede delle idee eterne e incorruttibili di cui si nutrono le anime, secondo Platone, ma anche “brane” luoghi che sfuggono alla nostra percezione, dove lo spazio-tempo non ha quattro dimensioni, ma dieci o undici, secondo lo scienziato Stephen Hawking, titolare a Cambridge della cattedra che fu di Newton. Sono passati 2'400 anni, ma l’uomo, filosofo o scienziato, continua a indagare il mistero: la vita oltre la morte e prima della vita. Scrive Hawking: “L’universo non ha un’unica storia, ma ha tutte le storie possibili, ognuna con la sua probabilità. Vi è sicuramente anche una storia dell’universo in cui il Belize ha vinto tutte le medaglie d’oro alle Olimpiadi”.

È ciò che scriveva, molti anni prima di lui, Borges nell’Aleph, parlando dell’uomo immortale: “Dato un tempo infinito, con infinite circostanze e mutamenti, l’impossibile è non comporre almeno una volta l’Odissea”.

Per comprendere la morte, dobbiamo secondo me prescindere dalla religione che ci ha condizionati, dobbiamo varcare a ritroso l’Anno Zero e recuperare il pensiero orientale (di matrice o derivazione asiatica nelle sue varie declinazioni) che il cristianesimo ha trascurato, da quando ha creato a Roma il più grande e sconfinato impero della storia. Un impero fondato sulla Croce e sulla promessa della vita eterna. La storia del Cristianesimo è da secoli la storia del sanguinoso conflitto con l’Islam, l’altro grande impero monoteista insediato nel Mondo Arabo. È, di fatto, la prosecuzione del conflitto che, prima di Cristo, fu tra greci e persiani. Morte, resurrezione, dannazione, paradiso e inferno, angeli e demoni, sono elementi centrali di questa eterna guerra, elementi funzionali al dominio sul mondo.

“Un tempo l’Asiatico portò tra i Greci un oscuro fuoco ed essi, con la loro poesia e il loro pensiero, ne composero la natura fiammeggiante disponendola in una forma dotata di chiarezza e di misura”, ha scritto Martin Heidegger.

La Chiesa ha piegato al proprio servizio le lezioni dei filosofi greci che hanno fondato il pensiero occidentale. In particolare di Platone, il primo a teorizzare un Dio supremo nell’era del politeismo, e di Aristotele, per cui la divinità è l’eterno motore del mondo e la cui logica servì a Tommaso d’Aquino per dimostrare l’esistenza di Dio. Parlando qualche anno fa a Ratisbona il Papa ha detto che la fede cristiana ha assunto il meglio del pensiero greco. Il resto, ciò che sapeva di esoterismo, di oriente, di magia, è stato scartato o relegato nel calderone dell’eresia o ai suoi margini.

Il Cattolicesimo e l’Islam hanno usato e usano il mistero della morte come strumento di controllo sociale e di sottomissione alla fede. Si legge nel Corano: “Quando uno di voi muore gli viene mostrato il proprio posto dalla mattina alla sera, se è della gente del Paradiso, tra la gente del Paradiso, se è della gente dell'Inferno, tra la gente dell'Inferno. Questo è il tuo posto finché Allah non ti farà resuscitare nel Giorno del Giudizio”.

Il mio invito non è quello di abbracciare l’ateismo, intendiamoci (semmai di diffidare dal monoteismo), ma semplicemente di pensare liberamente, scrollandosi di dosso secoli di riti e convenzioni che fanno parte della monocultura cattolica apostolica romana. Senza rinnegare nulla, senza negare che la nostra religione, oltre alle persecuzioni di streghe ed eretici, ha ispirato le meraviglie dell’arte che il mondo intero ci invidia.

Prendiamo Seneca, nato a Roma quattro anni prima di Cristo: nelle Consolazioni scrive “che i defunti non sentono alcun male, che gli spauracchi dell’oltretomba sono favole, che non attendono i morti né tenebre né carcere né fiumane ribollenti di fuoco né il fiume dell’Oblio né tribunali e imputati né, in quella sconfinata libertà, nuovi tiranni”.

Se Seneca fosse vissuto quattordici secoli dopo, l’inquisitore Torquemada l’avrebbe condannato al rogo.

Ma le sue parole ci ricordano che l’inferno e la dannazione eterna esistevano ben prima di Dante nei timori del popolo. Certo, l’inferno risale a molti secoli prima, si intreccia con la mitologia, è uno dei luoghi dell’Odissea, e poi dell’Eneide. Non per nulla, Dante sceglie Virgilio come guida nel suo viaggio nella terra dei dannati. Quel che mancava, nella cultura antica, precristiana, era piuttosto il paradiso, la promessa della luce eterna. Mancava, soprattutto, il concetto della salvazione e della resurrezione. Che sono diventati fondamentali e condizionanti nel nostro modo di pensare e di vivere la morte.

Lo so che in questo mondo frenetico, dove contano soprattutto i soldi e il divertimento, pensare è sempre più difficile. Ma dobbiamo cercare di allargare gli orizzonti oltre i consumati temi della nostra quotidianità. Riflettere sulla morte, almeno oggi, è un tentativo di riprendercela, di non relegarla in un angolo oscuro – perché scomoda e inquietante – di non ridurla ai riti della Chiesa e ai mercanti di fiori.

Aggiungeva Seneca: “La morte è una liberazione da tutti i dolori e l’invalicabile limite dei nostri mali: è lei a ridarci quella pace dove eravamo immersi prima di nascere”.

La pace è evocata anche da Jean Genet nel suo racconto ‘Il condannato a morte’. Il narratore invoca per il morituro, prima dell’esecuzione, “la pace, i lunghi sonni, canti di serafini, profumi, ghirlande, gli Angioletti di lana in calde palandrane, sperando notti senza lune e senza soli su immobili lande”.

Della morte scriveva l’imperatore Marco Aurelio: “È consueta e ovvia come le rose a primavera e la frutta d’estate”.

E molti secoli dopo Cesare Pavese scrive: “Verrà la morte necessariamente, per cause ordinarie, preparata da tutta una vita. Sarà un fatto naturale come il cadere di una pioggia”.

Edgar Lee Master ha raccontato storie di vita e di morte di gente comune attraverso le lapidi del cimitero di Spoon River, un poema che ha ispirato un celebre lavoro di Fabrizio De Andrè, ‘Non al denaro, non all’amore, né al cielo’. Scrive il poeta americano: “Cos’è mai la vita se non uscire da un guscio d’uovo e correre intorno nell’aia fino al giorno del colpo d’accetta? Salvo che l’uomo ha il cervello di un angelo e vede la scure fin dal primo momento!”.

Ecco il punto. Un elemento che ci differisce dalle altre specie viventi: la consapevolezza della morte. “Essere immortale – scrive Borges – è cosa da poco: tranne l’uomo, tutte le creature lo sono, giacché ignorano la morte; la cosa divina, terribile, incomprensibile, è sapersi immortali”.

L’uomo immortale, per Borges, non è un essere consueto. Lo racconta nell’Aleph: “Tra gli immortali ogni atto e ogni pensiero è l’eco di altri che nel passato lo precedettero, senza principio visibile, o il fedele presagio di altri che nel futuro lo ripeteranno fino alla vertigine”.

Si sente l’eco di Platone, in questo passo. Si sente la nostra umana opposizione a una fine definitiva, l’anelito alla sopravvivenza, il tentativo di aggrapparsi alla vita con le unghie, il rifiuto di consegnarci senza lottare  alla morte. Perché, come dice il filosofo romeno Cioran “è avvilente estinguersi come ci si estingue, è intollerabile essere esposti a una fine sulla quale non abbiamo alcun potere”. Piuttosto, il suicidio.

Infine, torniamo al rito, al giorno dei morti, che nella nostra tradizione è legato non solo al ricordo dei defunti ma anche alla promesse della vita eterna. Credenti o non credenti, di fronte alle tombe, nel nostro inconscio ci chiediamo che cosa ci attenda oltre la linea d’ombra: se le anime sopravvivono in eterno e in quale forma; se esiste in qualche luogo imperscrutabile qualcosa che assomigli al paradiso e all’inferno come ce li immaginiamo. Il filosofo Bertrand Russell, irriverente anticristiano, ha scritto che “la fede in una vita futura non nasce da argomenti razionali, bensì da emozioni. Fra queste, la più importante è la paura della morte”.

Concluderei con Celine, con il suo Viaggio al termine della notte. “Il viaggio è la ricerca di questo niente assoluto, di questa piccola vertigine per coglioni”. E questo è, forse, ciò che i morti ci vogliono dire.

Marco Bazzi

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