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La strana campagna di Obama e Romney
Domani l'America sceglie il suo presidente. Per provare a vincere entrambi i candidati hanno dovuto cambiare stile

di Sergio Savoia WASHINGTON - È stata per molti versi una campagna anomala. Obama l’ha affrontata da presidente uscente, con la zavorra di un’economia che fa ancora fatica a risollevarsi dalla catastrofe del 2008 e con il mondo in subbuglio, dall’Iran ai paesi della primavera araba, mentre l’Europa implodeva su se stessa.

Beninteso: le misure prese dal primo presidente afroamericano hanno impedito un disastro totale e, in politica estera, non c’è nemmeno confronto tra gli USA adesso e quelli dell’era Bush Jr. Ma non si può certo dire che l’America sia fuori dal guado della crisi economica, né che la sua leadership nel mondo appaia salda e sicura. 

Eppure, proprio nelle fasi finali della campagna per le presidenziali, sembra che i segnali di una ripresa dell’occupazione si comincino a vedere, mentre proprio un uragano, una catastrofe in più, ha mostrato il migliore Obama, quello che fa, per contrasto con la gestione caotica e disumana del post-uragano Katrina di George W. Bush, fa capire cosa vuol dire avere un cervello funzionante alla Casa Bianca.

Mitt Romney, il mormone moderato, governatore del Massachussetts ha dovuto fingersi di ultra destra per vincere le primarie, solleticando gli appetiti e le farneticazioni, dei lunatici del Tea Party. 

Una volta ottenuta la nomination, ha cercato di convergere al centro con una delle sue spettacolari inversioni di rotta. Romney si è trasformato da republicano “liberal” a destrorso convinto (vedi anche la scelta di Paul Ryan come “running mate” ossia vicepresidente), per poi cercare di nuovo di proporsi come un moderato manager prestato alla politica. È curioso che sia proprio al Romney governatore che si debba la versione originale della riforma sanitaria che poi Obama a introdotto a livello federale. Quella medesima riforma che i Tea Party odiano con tutte le loro forze e che lo stesso Romney ha dovuto promettere di disfare, se fosse diventato presidente (salvo poi correggere il tiro dicendo che la vuole soltanto rendere meno costosa e più efficiente).

Ma anche lo stesso Obama è sembrato molto diverso dal leader ispirato e kennediano del primo mandato. Molto, troppo, misurato. Troppa realpolitik, pochi sogni. Ma forse non poteva fare diversamente, dopo quattro durissimi anni confrontato con un’economia asfittica, sfide diplomatiche senza fine, un congresso che pareva avere come unico scopo quello di impedirgli di governare.

Per cui, come suggeriscono gli “endorsement” di Bloomberg, sindaco di New York, e dell’Economist (certo non un giornale di sinistra), alla fine molta gente voterà Obama non in quanto leader rivoluzionare ma in quanto il minore di due mali, o se vogliamo metterla giù un po’ meglio, come un leader prudente e avveduto, che non fa più sognare ma che sa tenere saldo e diritto il timone. 

Nella speranza che la nave entri in acque più tranquille dove sia permesso, di nuovo, sognare e non ci si limiti ad evitare gli scogli. 

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