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"Barack Obama o Mitt Romney? Ecco per chi tifiamo noi"
Pierre Rusconi, Fabio Regazzi e Roberta Pantani, a poche ore dal verdetto, si confrontano sulla sfida delle presidenziali americane e sulle conseguenze per la Svizzera. E non mancano le sorprese...

BERNA/WASHINGTON – Ci siamo, finalmente. Questa notte gli Stati Uniti e il mondo intero sapranno chi sarà il prossimo Comandante in capo a stelle e strisce. Barack Obama o Mitt Romney? Tra meno di 24 ore il verdetto. I due candidati hanno speso gli ultimi scampoli della campagna elettorale in una forsennata corsa per il paese a caccia degli ultimi consensi. 

La scelta del presidente degli Stati Uniti, come sempre, non riguarda solo i cittadini americani, ma il mondo intero. E mai come in questo momento, con le pesanti tensioni fiscali in corso tra la Svizzera e States, le elezioni americane ci interessano da vicino. 

Abbiamo fatto tre domande:

1.  Chi spera che vinca fra Obama e Romney e perché?

2.  Come giudica l'operato di Obama nei primi 4 anni alla Casa Bianca?

3.  Cosa cambierà per la Svizzera in caso di vittoria dell'uno o dell'altro?

Ecco cosa ci hanno risposto tre Consiglieri Nazionali.

Pierre Rusconi, Consigliere Nazionale UDC

1. Spero che vinca Barack Obama, per garantire la continuità interna e nella politica internazionale. Inoltre, vista la crisi, ritengo che molti cittadini americani hanno bisogno della sua visione sociale. C’è una fascia importante della popolazione  che ha bisogno di politiche eque come quelle proposte dall’attuale presidente.

2. Compatibilmente con la situazione economica ha cercato in tutti i modi di rilanciare gli Stati uniti. E in parte, come nel caso dell’industria automobilista, c’è riuscito. Complessivamente ho un giudizio non negativo.

3. Se Obama vince è un vantaggio per la Svizzera. Nelle trattative con gli Stati Uniti stiamo facendo timidi passi avanti. Se cambia il presidente cambia anche il ministro del Tesoro e tutto l’apparato governativo. Per noi significherebbe ricominciare tutto da zero. Non è un buon affare.

Fabio Regazzi, Consigliere Nazionale PPD

1.  Governare una potenza complessa come l’America è un’impresa titanica ed è da ingenui credere che bastino soli quattro anni per rimettere in piedi un gigante in ginocchio come lo era nel 2007. Per questo motivo, benché non sia di certo il mio candidato preferito, ritengo che sia giusto riconfermare il Presidente uscente per un secondo mandato, in modo da dargli un’ultima chance per mantenere le roboanti promesse di cambiamento che sinora sono rimaste solo tali. Di Romney mi piace indubbiamente la sua esperienza nel mondo economico, ancorché la sua vicinanza al mondo dell’alta finanza mi crea qualche perplessità. Non sono però stato folgorato dal suo programma di politica economica, che promuove una forma di liberismo troppo spinto per una nazione non ancora uscita dalla crisi e fragile, soprattutto nei suoi rapporti economici con l’Asia.

2. In chiaro e scuro. Ho apprezzato il coraggio nell’affrontare la non facile riforma sanitaria. Resta però il fatto che una parte di americani rimarrà comunque esclusa dalle cure mediche, il che per una potenza che si definisce avanzata mi pare pur sempre un fallimento. Quanto alle promesse di ristrutturare il sistema finanziario e bancario americano, non ho visto grandi riforme in tal senso, il che mi fa pensare che non sono ancora usciti dal guado. Segnali contrastanti anche dal mercato del lavoro. Gli ultimi dati ci dicono che sono stati creati nuovi posti di lavoro, ma a un tasso inferiore alle stime e comunque troppo lento. L’occupazione o meglio la disoccupazione, con quasi 14 milioni di americani senza lavoro, restano il tallone d’Achille della ripresa americana. Per essere il Presidente che nel 2007 si era presentato come il paladino della maggiore uguaglianza tra i ceti sociali credo che oggi Obama sia ben lungi dall’aver colto l’obiettivo. Fra i suoi indubbi meriti vi è inveceda annoverare la cattura di Osama Bin Laden, che per gli USA e l’Occidente era divenuto oramai un vero incubo.

3. Le relazioni tra gli Stati Uniti e la Svizzera non sono mai state particolarmente distese negli ultimi decenni. Forse perché siamo troppo piccoli e la maggior parte degli americani ci confonde ancora con la Svezia, o forse per una sorta di invidia per gli innegabili successi ottenuti dalla Svizzera in campo economico. Se le esportazioni svizzere verso gli Stati Uniti sono in aumento, per noi i nodi cruciali restano le relazioni tra i due sistemi bancari e finanziari. E qui gli errori del passato ad opera delle nostre banche non sono ancora stati scordati. Mi aspetto però che per il prossimo mandato di Obama, o con il Presidente che prenderà il suo posto, la Svizzera possa infine trovare un’intesa fiscale con gli Stati Uniti.

Roberta Pantani, Consigliera Nazionale Lega

1. Non tifo né per l’uno né per l’altro. Perché a molti, purtroppo, sfugge un fatto incontrovertibile, anche se non piace a nessuno ammetterlo: gli Stati Uniti hanno da tempo dichiarato guerra al nostro Paese. Che governi un’amministrazione democratica o una repubblicana cambieranno le sfumature, ma non la sostanza. Ovvio, non si tratta di un conflitto bellico, ci mancherebbe – in quello gli Usa sono già impegnati in numerosi Paesi del mondo –Ma che venga riconfermato Obama o che venga eletto Romney, l’atteggiamento dell’amministrazione Usa nei nostri confronti sarà il medesimo. Perché gli Usa sanno cosa sono gli interessi nazionali, la Svizzera no.

2. Lo giudico negativamente, ma - lo voglio sottolineare - non perché Obama sia un democratico. L’attuale inquilino della Casa bianca ha continuato tutte le guerre di Bush, ha persino varato la più grande offensiva militare col corpo del marines dalla fine seconda guerra mondiale, doveva chiudere Guantanamo, e stiamo ancora aspettando… Intendiamoci, non che Romney sia meglio.

Dal punto di vista ambientale, vedete un po’ voi: Obama ha concesso il permesso per le trivellazioni petrolifere in mare in Alaska e ha revocato in anticipo la moratoria per le società petrolifere dopo il disastro della BP nel golfo del Messico. Non male per chi era stato dipinto dalla stampa di mezzo mondo come un presidente verde. 

3.  Come dicevo prima, cambieranno le sfumature, ma non la sostanza. Gli Usa vogliono incrinare definitivamente la piazza finanziaria svizzera: Obama e Romney perseguono questo obiettivo. Cambierà qualcosa non in caso di vittoria dell’uno o dell’altro, ma quando il governo svizzero capirà che chinare la testa viene scambiato per quello che è: debolezza e remissione, non collaborazione. Di fronte agli attacchi sul segreto bancario, ad esempio, Berna dovrebbe semplicemente ricordare agli Usa i paradisi fiscali che sorgono all’interno degli stessi Stati Uniti, ma, soprattutto, ritrovare la dignità di un Paese sovrano e indipendente. I fermi da parte delle autorità americane di funzionari bancari svizzeri sarebbero roba da protesta diplomatica. Ma a me non risulta sia successo assolutamente nulla.

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