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Stampa e politica: non c'è più equidistanza
Mi sembra che l’iperbole del giornalismo di parte abbia raggiunto picchi impensabili nelle ultime settimane. E sulle fughe di notizie...

A Palazzo federale c’è una sala mitica, la numero 86 dove ogni mercoledì si tenevano le conferenze stampe dopo la seduta del Governo. Mi ricordo che, quando in sala entravano Consiglieri federali c’era sempre un gruppetto di giornalisti, i più anziani, che si alzavano in piedi. Qualcosa che all’inizio mi aveva fatto sorridere ma che poi, anche parlando con loro, avevo rivalutato. Si trattava di una manifestazione di rispetto nei confronti della persona ma soprattutto nei confronti dell’istituzione. Vedo già il sorrisino di qualcuno eppure è vero che il rispetto è alla base dell’indipendenza di giudizio del giornalista, soprattutto di quello politico.

Oggi tutto questo non esiste più, non c’è più equidistanza perché per molti occorre avere una tesi che va difesa a tutti i costi. E a questo punto l’equidistanza si trasforma in rapporto a geometria variabile e quindi in una dipendenza da qualcuno o dagli interessi che questo qualcuno rappresenta. Da quando sono al DFE questo mi è sempre più chiaro e soprattutto mi sembra che l’iperbole del giornalismo di parte abbia raggiunto picchi impensabili nelle ultime settimane. Certo, sostenuto da un mondo politico che non ha più una linea, che ha dimenticato che nel sistema democratico la ricerca della concordanza, delle soluzioni condivise è quanto di più concreto è riuscito a creare il sistema politico svizzero. Oggi tutto assomiglia a una prova di forza nella quale non valgono più gli argomenti ma appunto la forza utilizzata per gridare il dissenso su questo o quell’argomento. Sempre con qualcuno dietro che non risparmia gli applausi. Oppure il giornalismo è una corsa a chi arriva per primo, a pubblicare i dati dei conti dello Stato un giorno prima, a rendere pubblico un comunicato stampa che sarebbe comunque stato pubblicato l’indomani. Mai si pensa che chi è all’origine di certe fughe di notizia ha sicuramente degli interessi per fare questo e che il giornalista si mette al servizio di questi interessi.

Rimango convinto che la critica è il succo della democrazia ma sempre in un contesto di rispetto soprattutto verso chi è toccato dalla critica ma anche di rispetto verso se stessi. Deve essere brutto chiudere gli occhi la sera sapendo di essere stati manipolati.

Corrado Barenco

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