Gli enormi guadagni, legati all’immagine pubblica degli sportivi più famosi sembrano giustificare la linea del successo ad ogni costo e del “fine che giustifica i mezzi”
L’intervista a Lance Armstrong ha evidenziato in modo drammatico il cambiamento di mentalità legato allo sport. Definitivamente tramontata l’immagine dell’attività sportiva quale mezzo per promuovere salute, amicizia e contatto sociale, da alcuni decenni si è imposta la cultura del successo ad ogni costo. Gli enormi guadagni, legati all’immagine pubblica degli sportivi più famosi sembrano giustificare la linea del successo ad ogni costo e del “fine che giustifica i mezzi”.
Rammentiamo che il golfista Tiger Woods, travolto dagli scandali privati, è stato il primo miliardario grazie allo sport. L’intervista a Lance Armstrong, a prima vista blanda e prevedibile, ha comunque evidenziato un pericoloso concetto di fondo : per raggiungere il successo io non solo lavoro e mi alleno duramente, ma anche metto a repentaglio la mia salute dopandomi, quasi l’enormità di questi sacrifici dovesse in fondo garantire l’incolumità.
Evidentemente l’atleta non è che una rotella di un ingranaggio che coinvolge tutto lo staff, i medici conniventi, ma anche gli sponsor. Riguardo agli sponsor essendo la squadra di Armstrong finanziata da una azienda pubblica vi è forse una seppur remota possibilità che richieste di risarcimento importanti possano fungere a deterrente per il futuro. L’attitudine difensiva atta a coprire i differenti attori non appare comunque certo foriera di una volontà di cambiamento del sistema. Anche nello sport vale comunque la regola che “chi paga comanda” e sarebbe quindi auspicabile che anche e soprattutto i grandi sponsor fossero maggiormente consci dei loro doveri etici.
Guido Robotti