ARCHIVIO
I miei anni di piombo
È morto Prospero Gallinari. Uno dei brigatisti che la mattina del 16 marzo 1978 sequestrarono Aldo Moro in via Fani trucidando i cinque agenti della sua scorta...

 

È morto Prospero Gallinari. Uno dei brigatisti che la mattina del 16 marzo 1978 sequestrarono Aldo Moro in via Fani trucidando i cinque agenti della sua scorta. Uno dei brigatisti che 55 giorni dopo, in nome del “tribunale del popolo”, condannarono a morte il presidente della Democrazia cristiana.

“Ora è l’attesa, quella di un movimento, di un mazzo di fiori in fondo alla via…”. Quel mazzo di fiori, scrisse Gallinari nelle sue memorie, doveva segnalare al commando l’arrivo dell’auto di Moro.

Mi sono tornati in mente quegli anni, quei giorni vissuti con la testa e il cuore di un ragazzo. Mi è tornato in mente il corteo funebre a cui partecipai con centinaia di studenti, a Verbania, mentre a Roma si celebrarono i funerali di stato. Una processione che sfilava composta e silenziosa in una calda giornata di primavera.

Quel giorno vi fu la rottura definitiva della sottile membrana che separava (e al tempo stesso univa) i terroristi dai giovani che credevano nella rivoluzione e in una società migliore e più giusta.

Quel giorno fu cancellata per sempre la frase “sono compagni che sbagliano”. E ne fu coniata un’altra, attribuita a Leonardo Sciascia: “Né con lo Stato né con le BR”.

Ricordo che una volta, avevo diciassette anni, era il ‘77 dunque, l’anno prima dell’assassinio di Moro, mi era venuta fuori davanti a mia madre l’incauta affermazione che in fondo le Brigate Rosse non erano poi così malvagie. E che la lotta armata andava considerata una continuazione della lotta di classe con altri mezzi, così come per von Clausewitz lo era la guerra rispetto alla politica. E che, comunque, la lotta armata era l’unico modo per fare la rivoluzione, per scardinare un sistema di potere che sfrutta (oggi sempre di più, grazie alla lobotomia sociale operata nelle masse dal consumismo) il lavoro di molti a beneficio di pochi.

Avevo detto questo, a mia madre, e altre cose del genere, tipo che non ci sono mai state nella storia rivoluzioni senza morti sul campo, esecuzioni sommarie e teste mozzate, e non si capiva come mai il comune senso del pensare celebrasse i giacobini come alfieri della moderna democrazia e relegasse invece i brigatisti nella categoria dei criminali.

Il problema è che è più facile giudicare con clemenza la storia piuttosto che la realtà vissuta sulla nostra pelle di testimoni, con i nostri occhi, i nostri pensieri, le nostre emozioni, con i giornali e la tivù che ce la raccontano, soprattutto se la storia – come nel giudizio globale sulla Rivoluzione francese - non produce mostri ma eroi e valori condivisi.

La storia ha, dentro di sé, una grande capacità di perdono.

Temo anche di aver pronunciato, di fronte a mia madre, la fatidica frase “sono compagni che sbagliano”, che aleggiava allora in molte frange dell’estrema sinistra e, apriti cielo, me n’ero sentite di ogni colore.

Da quel momento mia madre prese seriamente in considerazione il fatto che io simpatizzassi per le BR e che un giorno o l’altro avrei impugnato una P38 e mi sarei messo a sparare per strada. Ma non era così.

Ammetto che, come molti giovani di allora, provavo una sorta di ammirazione occulta, quasi inconfessabile, per i “paladini” della lotta armata, ed era un po’ come parteggiare per gli indiani quando tutti volevano essere John Wayne.

Anche perché il ’77 era l’anno dell’Autonomia, degli Indiani Metropolitani, delle manifestazioni scatenate dall’uccisione a Bologna di Francesco Lorusso, lo studente di Lotta Continua freddato da un poliziotto. E quell’anno c’ero anche andato a Bologna, per sentire che aria tirava. Sui muri d’Italia, dopo l’assassinio di Lorusso, il nome dell’allora ministro degli interni Cossiga era scritto con la doppia “s” runica di hitleriana memoria.

Non ho mai avuto simpatia per quelli che si ammazzavano a casaccio tra “fascisti” e “comunisti”, sia chiaro, ma giustificavo in qualche modo chi aveva in mente una strategia, per quanto rozza e confusa, finalizzata alla rivoluzione. Alla rivolta contro lo stato di polizia, braccio armato dei partiti, del capitalismo, dell'imperialismo e così via.

Rivoluzione era e resterà una parola magica per chi, come me, ha sempre avuto uno spirito ribelle. Più che un valore, un mito.

Ricordo che sui diari e sui libri di scuola amavo disegnare il mitra simbolo della RAF, la Rote Armee Fraktion di Andreas Baader e Ulrike Mainhof, con la stella rossa sullo sfondo, come quella delle BR.

Erano gli anni degli scioperi e delle manifestazioni, la scuola era fortemente legata alle fabbriche, in un’aula bunker ci si riuniva a discutere e a farsi gli spinelli, e c’era anche un ciclostile per stampare volantini.

I miei giornali erano Lotta Continua, il Manifesto, a volte il Quotidiano dei lavoratori – organo di Avanguardia Operaia e poi di Democrazia Proletaria -, al limite l’Unità o la neonata Repubblica, ben diversa dal quotidiano che leggiamo oggi.

Di tutte quelle testate di allora, datate tra il ’77 e l’80, conservo ancora alcune copie.

Tra queste, una copia del Manifesto di mercoledì 19 ottobre 1977: "quotidiano comunista, lire 200". Titolo a sei colonne su cinque righe: “Con straordinario spiegamento di tecniche, soldi e aiuti internazionali la Germania ha finalmente vinto una guerra. Quella contro il gruppo Baader. Uccisi i terroristi. Salvati gli ostaggi. Suicidi o uccisi in carcere Baader, Ensslin, Raspe”.

I terroristi erano il commando palestinese che aveva dirottato su Mogadiscio un areo della Lufthansa decollato da Palma di Maiorca. La RAF pretendeva la liberazione dei propri capi detenuti in Germania in cambio della vita di 91 ostaggi. L’azione fallì e i capi della RAF morirono in carcere. Il Manifesto fu tra i giornali che sostennero il dubbio: si erano davvero suicidati o erano stati giustiziati in prigione?

Quel 19 ottobre segnò, di fatto, la sconfitta del terrorismo in Germania. Ma alimentò in molte frange della sinistra europea una malcelata simpatia per chi aveva imbracciato le armi.

Poi, qualcosa cambiò bruscamente. L’anno dopo, a Roma, le Brigate Rosse sfidarono lo Stato colpendolo al cuore. Uccisero Aldo Moro.

Gli anni di piombo (termine tratto dal film della regista tedesca Margarethe Von Trotta) durarono ancora. E nel '79 le BR ammazzarono a Genova Guido Rossa, operaio dell’Italsider, iscritto al PCI e sindacalista della CGIL. Ricordo come fosse oggi la foto in bianco e nero sui giornali di quell’uomo senza vita con la testa reclinata sul volante della sua auto.

Dopo aver colpito un simbolo dello Stato, le BR colpirono un simbolo del sindacato. Si ruppe così anche la sottile membrana che ancora univa (e al tempo stesso separava) la lotta armata a una parte della classe operaia.

Ma più di ogni altra cosa fu l’assassinio di Moro a spezzare il filo d’Arianna che legava le Brigate Rosse a un universo sociale e ideologico più vasto e composito e a precipitarle nella tana del Minotauro. Fu, per la lotta armata, la fine. Come lo fu per la mafia l’assassinio di Giovanni Falcone.

Ci sono cose che nemmeno la storia potrà mai perdonare.

Resta connesso con Liberatv.ch: ora siamo anche su Whatsapp! Clicca qui e ricorda di attivare le notifiche 🔔
In Vetrina

EVENTI, CULTURA, TERRITORIO

A San Bernardino apre Piazzetta Brocco, il nuovo salotto nel cuore del villaggio

14 LUGLIO 2026
LETTURE

Tra amore, memoria e inquietudine: le novità di Dadò editore per l’estate

14 LUGLIO 2026
BANCASTATO

BancaStato pubblica il Rapporto di sostenibilità 2025: primi obiettivi per ridurre le emissioni

10 LUGLIO 2026
EVENTI, CULTURA, TERRITORIO

Locarno Film Festival, ecco i film in programma

09 LUGLIO 2026
EVENTI, CULTURA, TERRITORIO

“Solitudini”, a Lugano una giornata di riflessione tra medicina, psichiatria e letteratura

09 LUGLIO 2026
LETTURE

Luca Villoresi torna in libreria con “Il buio di cristallo”

07 LUGLIO 2026
LiberaTV+

LISCIO E MACCHIATO

Piccaluga: "Su Zali panna montata. E con l'UDC indietro non si torna"

26 GIUGNO 2026
LISCIO E MACCHIATO

"Berna ci frega con gli ucraini!". E De Rosa e i paletti sui ristorni

18 MAGGIO 2026
LISCIO E MACCHIATO

Mirante-Sirica, che scontro. E l'UDC contro il PLR

12 GIUGNO 2026