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L'abbattimento di Emme Tredici: atto simbolico di un Paese perdente
Un atto commesso senza un giudizio, senza una sentenza, che ha posto fine con una fucilata al dibattito che Emme Tredici aveva aperto nell’opinione pubblica sul proprio diritto di esistere

Nel giorno della sua morte chiamiamolo almeno Emme Tredici, che è meglio di M13, una matricola che puzza di militare e di carcere, e richiama alla mente un carro armato italiano della seconda guerra mondiale.

È nato in Trentino ed è morto nei Grigioni, il nostro Yoghi. Ucciso perché giudicato troppo pericoloso. C’è chi piange e c’è chi ride di fronte a questa esecuzione, ma l’abbattimento dell’orso in Val Poschiavo, va oltre la vita dell’animale.

È un atto simbolico, commesso per di più senza un giudizio, senza una sentenza, che ha posto fine con una fucilata al dibattito che Emme Tredici aveva aperto nell’opinione pubblica sul proprio diritto di esistere. Un colpo esploso all’improvviso, una mattina, con un raid di stampo militare, lontano da occhi indiscreti, come si fa coi terroristi.

È un atto simbolico che ci parla di una Svizzera codarda, stupida, ottusa, chiusa al mondo e ripiegata su se stessa. Un Paese che ha paura di un orso - non di un branco ma di un singolo individuo - che non lo sa gestire, che non lo sa valorizzare dal profilo faunistico, che non sa far altro che rispondere alla minaccia con un colpo di fucile, è un Paese perdente.

Un Paese che pensa soltanto al benessere e alla tranquillità apparenti dei propri abitanti, minacciati da una fiera “selvaggia e feroce”, come il lupo cattivo di Cappuccetto Rosso.

Un Paese che vuol essere all’avanguardia, che guarda all’Europa e alle sfide del futuro, ma che alla fine si modella ancora sullo spensierato villaggio di Heidi. E non è un caso che Mainfeld, il paesino della pastorella, si trovi proprio nei Grigioni. Un luogo ameno dove gli unici animali ammessi sono le vacche, le pecore e le capre.

L’abbattimento di Emme Tredici è un atto simbolico anche perché l’orso è un animale simbolico. Anche per la Svizzera, in quanto campeggia sullo stemma della nostra Capitale. Secondo la leggenda, l’origine etimologica di Berna deriva proprio da orso, il primo animale che incontrò in quei luoghi disabitati il fondatore della città.

E l’orso è simbolico in quanto fa parte di un comune patrimonio interiore. È quasi un archetipo, e non per nulla è l’animale replicato più di ogni altro sotto forma di peluche. Chi non ha in casa un orsacchiotto, un Teddy Bear? È protagonista di romanzi, di film, di cartoni animati: Yoghi e Bubu, Compare Orso, Napo Orso Capo, o il Baloo del Libro della giungla, a cavallo tra favola e letteratura.

Avessero almeno il coraggio e la decisione, le nostre “autorità”, di rispondere con la determinazione dimostrata nei confronti Emme Tredici, alle vere minacce che la popolazione svizzera sta subendo, si potrebbe al limite capire. Ci sarebbe almeno un briciolo di coerenza. Il dumping salariale, l’impoverimento, la criminalità, l’incertezza di fronte a un mondo del lavoro che sta andando in malora, l’invasione incontrollata di frontalieri… Questi sono i veri problemi della stragrande maggioranza degli svizzeri. Noi in Ticino li sentiamo in modo acuto, ma forse nel Paese di Heidi (e non penso solo ai Grigioni) non si sono ancora accorti di cosa sta succedendo al di là dei loro pascoli. E hanno paura di un orso.

Gli orsi li uccidono anche altrove, quando diventano pericolosi. Ma succede in nazioni dove questi animali non hanno solo diritto di cittadinanza e di esistenza, ma sono tutelati come patrimonio collettivo, come parte dell’ambiente naturale.

Ho visto gli orsi da vicino in Alaska, dove l’uomo li teme, ma li rispetta. E loro temono e rispettano l’uomo. È un’esperienza affascinante, che ti resta nel cuore per sempre, incontrarli allo stato selvaggio.

Ma Emme Tredici era un orso europeo. Nulla a che vedere con la mole, la potenza e la pericolosità dei grizzly. Che avrebbero fatto, i grigionesi, se si fossero trovati di fronte a un esemplare dell’isola di Kodiak, che quando è ritto in piedi supera i tre metri? L’avrebbero abbattuto a cannonate?

Chiudo citando un passo di un bellissimo romanzo di William Faulkner, La grande foresta, che narra la vita quasi mitologica del Vecchio Ben, l’orso dalla zampa deturpata da una tagliola che anno dopo anno combatte contro i cacciatori che lo braccano e i loro segugi: “Non c’è niente nei boschi che ti farà del male se tu non lo metti alle corde o non annusa che hai paura. Un orso deve temere un codardo tanto quanto lo deve temere un uomo coraggioso”.

Ecco perché l’uccisione di Emme Tredici è il simbolo di una Svizzera perdente, ossessionata dalla paura.

 

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