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L'intento di fermare le violenze in Siria è comune. Ma le opinioni su come raggiungere l'obbiettivo "non coincidono". Barak Obama e Vladimir Putin mettono a nudo, ancora una volta, le loro differenze sul conflitto siriano. Lasciando comunque aperta la porta alla conferenza internazionale, la cosiddetta Ginevra 2. Un progetto che il presidente russo dice che non bisogna abbandonare mentre con Obama - al termine dell'atteso incontro al G8 - fa sponda contro l'uso delle armi chimiche.
Su questo "siamo d'accordo", rimarca il presidente Usa annunciando che le due delegazioni hanno incaricato un team per lavorare alla conferenza di pace.
Parole che sembrano ancora una volta rimanere tali. Fatti o passi avanti sul fronte siriano al G8 di Lough Erne non sembrano così esserci anche se dei dossier internazionali, Siria in testa, gli otto Grandi hanno iniziato a parlare solo a cena.
Si conferma così il clima che si respirava già nel pomeriggio quando tra i corridoi del summit si parlava di "realismo", citando le difficoltà a raggiungere una posizione al summit. In particolare fra gli europei, scettici sull'ipotesi che Obama e Putin potessero fare passi avanti. Realismo da leggere come pessimismo tra le righe delle parole di chi è abituato ai vertici internazionali.
Del resto i segnali sul rischio di un nulla di fatto c'erano tutti già dalla vigilia: Putin è sbarcato in Irlanda del Nord facendosi precedere dalle dichiarazioni a Cameron su un no secco a qualsiasi ipotesi di armare i ribelli. Scenario quest'ultimo su cui, invece, si stava ragionando dall'altra parte dell'oceano dove Obama ha visto ormai superata la sua linea rossa, con le prove sull'uso delle armi chimiche. Armi che - ha ribadito oggi il presidente Usa, parlando con il premier italiano Enrico Letta - "lo preoccupano molto".
E stamattina, da Mosca, era arrivato un nuovo 'nein', dal ministero degli Esteri, stavolta su qualsiasi ipotesi di una fly zone. Ipotesi che, comunque, ha fatto sapere l'ambasciatore americano alla Nato, Ivo Daalder, che non c'è: gli Stati Uniti "non stanno spingendo la Nato per una no-fly zone". E la questione allo stato attuale "non è sul tavolo della Nato", ha aggiunto spiegando di non sapere se "lo sarà domani o in qualche altro giorno. Ma non c'è ancora e per quanto ne so, non lo è sul tavolo di alcuno stato membro dell'Alleanza".
La preoccupazione resta alta anche tra i leader Ue. Dove, al di là di alcune dichiarazioni (come quelle di Londra che non intende escludere nessuna opzione dal tavolo) fonti diplomatiche italiane parlano di una sostanziale convergenza, almeno sulla necessità di evitare l'armamento dei ribelli.
La speranza è ancora quella di arrivare a una soluzione politica del conflitto. Di certo l'auspicio del presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy, a fare oggi al G8 passi avanti non ha trovato conferma: tre milioni e mezzo di "rifugiati, entro il 2013" dalla Siria è un "peso enorme sulle spalle dei leader", ha lanciato l"allarme Van Rompuy.