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Verga: dopo 80 anni salvi i manoscritti, valgono milioni

Il manoscritto del primissimo romanzo, quell'Amore e Patria dedicato alla guerra di indipendenza americana che Verga aveva scritto quando aveva solo sedici anni e che si pensava fosse andato disperso. Ma anche la prima stesura de I Malavoglia, le bozze di Mastro Don Gesualdo, de La Lupa, de I carbonari della montagna, le corrispondenze con Gabriele D'Annunzio, Luigi Pirandello, Benedetto Croce. Recuperato dai carabinieri dei beni culturali, torna alla luce dopo un'odissea lunga oltre 80 anni un tesoro di carte autografe del grande scrittore siciliano stimato almeno quattro milioni di euro.

Anche se il ritrovamento di queste carte - subito rivendicate dal sindaco di Catania Enzo Bianco - ha un valore in realtà inestimabile per la storia degli studi.

La storia, lunghissima e ingarbugliata, è di quelle che hanno dell'incredibile. Tutto comincia negli anni Trenta quando, morto da poco Verga (1840-1922), il figlio Giovannino affida ad uno studioso di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) una serie di manoscritti del padre senza mai più riuscire a riaverli indietro. A nulla valgono le richieste, le pressioni, gli interventi dei politici, persino le interrogazioni parlamentari presentate lungo vent'anni, dal 1957 al 1977, per chiedere l'esproprio di questo tesoro di carte in nome della pubblica utilità.

Nel 1975 il nipote dello scrittore, Pietro, figlio di Giovannino, in causa da anni con lo studioso di Barcellona, ottiene dal Tribunale di Catania una sentenza che gli attribuisce il possesso legale di tutti i manoscritti del nonno. E tre anni più tardi, ancora prima di entrarne in possesso, Pietro Verga, anche per cercare una sponda dalle istituzioni, offre in vendita al Comune di Catania l'intero corpo delle carte del nonno, incluse le opere non ancora notificate. Il Comune ci sta, investe della questione la Regione Sicilia, che a sua volta accetta l'offerta di vendita di tutto il fondo e paga 89 milioni di lire. Anche se di fatto - visto che lo studioso non cede - l'ente locale entra in possesso solo di una piccola parte del Fondo verghiano, quella che era nella disponibilità degli eredi.

Da allora, sia il comune di Catania sia la famiglia hanno continuato la battaglia provandole tutte per riavere le carte dallo studioso di Barcellona, che si era sempre anche rifiutato di aprire la sua biblioteca per consentire un inventario e che nel frattempo era morto lasciando il tesoro in eredità alla figlia.

La svolta arriva qualche mese fa, a dicembre del 2012, quando la Soprintendenza ai Beni Librari della Regione Lombardia si accorge di un Fondo verghiano messo in vendita in una casa d'aste di Pavia proprio dalla figlia dello studioso messinese, A. P., oggi 76enne. A quel punto, insieme alle indagini, coordinate dalla procura della repubblica di Roma e affidate al reparto operativo dei carabinieri dei beni culturali guidato dal maggiore Antonio Coppola, viene disposto lo spostamento e il deposito temporaneo del Fondo all'Università di Pavia (dove è ancora custodito dopo il sequestro penale disposto dai Carabinieri).

Gli investigatori perquisiscono anche la casa della donna a Roma e lì trovano un'altra parte del tesoro, ancora carte e manoscritti di Verga, disegni e appunti, scatole e scatole di microfilm con le riproduzioni di lettere e manoscritti, oltre ad una serie di reperti archeologici del V-II sec. a. C. provenienti da scavi clandestini. La donna è stata denunciata con l'accusa di ricettazione ed appropriazione indebita. E intanto le indagini, sottolineano i carabinieri, proseguono per capire l'esatta consistenza del fondo ed arrivare al suo completo recupero.

Alla fine, comunque, le carte di Verga dovrebbero tornare a casa nella disponibilità degli eredi e della Fondazione Verga di Catania. La città le aspetta, sottolinea l'assessore alla cultura Orazio Licandro, convinto che il lotto debba essere ospitato dalla Fondazione Verga. Il comune è deciso: "avvieremo contatti con le istituzioni competenti a partire dal Ministero dei beni culturali".

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