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Nathan e Richard, i due ragazzi che tentarono il delitto perfetto. Su cui Hitchcock fece un film
Storia di un crimine americano del 1924. Due amici decidono di uccidere per gioco e scelgono un vicino di casa. Ma vengono traditi da un paio di occhiali

di Massimo Picozzi

C’è un film di Alfred Hitchcock, uscito nelle sale nel 1948 con il titolo di “Rope”, “corda”, trasformato per l’Italia in “Nodo alla gola”. I personaggi, tra i quali un ottimo James Stewart, si contano sulle dita di una mano, e la storia ruota attorno a due ragazzi, Brandon Shaw e Phillip Morgan, giovani studenti affascinati dall’idea di commettere un delitto per il puro piacere estetico di farlo. Così uccidono un loro compagno, lo nascondono in un baule, e poi ci apparecchiano sopra una tavola, invitando il padre e la fidanzata della vittima, e poi il professor Rupert Cadell, che nel passato ha espresso loro alcune originali teorie sull’omicidio. Brandon e Phillip vogliono dimostrare come gli allievi abbiano superato il maestro, che in realtà non ha mai pensato che i suoi discorsi potessero esser presi alla lettera. Con il procedere della trama, Cadell comprende che le batture dei ragazzi nascondono un dramma, li smaschera e alla fine li fa arrestare.

Fin qui il film, bello, anche se non uno dei migliori del maestro inglese del brivido.
Piuttosto uno degli aspetti interessanti sta nel fatto che l’ispirazione per la pellicola, il regista inglese l’abbia tratta da una storia vera, una storia che ha appassionato l’America agli inizi del secolo scorso.

Nathan Leopold, 20 anni, e Richard Loeb, 19, sono amici, studenti all’Università di Chicago, oltre che nobili rampolli di ricca famiglia. Nathan a scuola è brillante, malaticcio e geniale, ma la sua è una famiglia oppressiva e incapace di dargli un minimo d’affetto. È alla ricerca di una figura forte, qualcuno su cui appoggiarsi, e la trova in Richard Loeb. Anche Richard ha qualche problema di salute, tic e balbuzie, ma pure un quoziente di intelligenza di 160, quando la norma viaggia intorno ai 100.

I due si conoscono che hanno 15 e 14 anni, e si ritrovano uniti dal disprezzo per le donne e, da parte di Leopold, da un’attrazione omosessuale non ricambiata. Richard permette però all’amico qualche piccolo contatto fisico, purchè Nathan lo segua nei suoi progetti criminali. Atti vandalici e furti, almeno all’inizio, giusto per vincere la noia e passare il tempo, poi il salto di qualità, il progetto di un vero omicidio.

Ci pensano per mesi, perchè vogliono commettere il delitto perfetto: per comporre una finta lettera di riscatto, rubano una macchina da scrivere all’università,  poi si procurano un’auto per trasportare il cadavere, corde per legare la vittima, acido per sfigurarla e renderla irriconoscibile.
Il 21 maggio del 1924, si piazzano davanti a una scuola cercando il candidato migliore, e alla fine scelgono Bobby Franks, quattordici anni, figlio di un ricco industriale e vicino di casa di Richard.

Lo uccidono praticamente subito, per poi scaricarlo in un posto isolato. Sistemato il cadavere, se ne vanno a mangiare un paio di hot dog e, rientrati a casa, telefonano ai genitori del ragazzo avvisandoli che Bobby è stato rapito, e che a breve avranno istruzioni per il riscatto.  
Finiscono la serata giocando a carte.

Ma prima che l’estorsione si realizzi, un tizio che passa per caso scopre il corpo di Bobby, e poco lontano un paio d’occhiali, che gli investigatori subito pensano appartenere all’assassino. La notizia rimbalza sulle prime pagine dei giornali, e arriva a Nathan Loeb.  Sono suoi gli occhiali, gli sono caduti dalla tasca della giacca che indossava, e allora il ragazzo si sente perduto. 

Altro che delitto perfetto!
Ma poi parla con il suo complice, e si riprende: da quella prova non avrebbe mai potuto risalire a loro.
Sei mesi prima, Nathan aveva cominciato a soffrire di fastidiosi mal di testa. Qualcuno gli aveva suggerito che poteva trattarsi di un problema di vista, e allora aveva fissato un appuntamento con Emil Deutsch, oculista al numero 30 di North Michigan Avenue di Chicago, che gli aveva prescritto un paio di occhiali da lettura. Li aveva usati per qualche settimana, e i sintomi erano spariti, tanto che non li aveva messi più, dimenticandoli però proprio nella giacca che aveva indossato al momento del delitto, e dalla quale erano caduti.
Si trattava di lenti correttive per una mezza diottria, un lieve difetto condiviso da centinaia di persone. Impossibile legare quel paio d’occhiali al suo nome.
Peccato che il destino abbia in mente uno scherzo atroce per i due killer.

Sulla montatura in corno, e in particolare sulla cerniera che unisce il nasello alla struttura, sta impresso il marchio della fabbrica di New York che ha prodotto gli occhiali. 
E a Chicago la ditta si appoggia a una sola rivendita, la Almer Coe & Co.
Nei registri della Almer, risultano venduti solo tre paia di occhiali di quel tipo nell’ultimo anno: il primo è stato acquistato da una donna, il secondo da un avvocato all’epoca in Europa. Il terzo paio appartiene a Leopold Loeb.

All’interrogatorio i ragazzi non reggono; prima si danno un alibi reciproco, poi cadono in contraddizione, e alla fine si accusano a vicenda. 
Solo l’avvocato Clarence Darrow riesce a salvarli dalla pena di morte.
Nel 1936, all’età di 32 anni, Richard Loeb muore per le ferite che gli ha inflitto un compagno di cella James Day. Day sostiene di essersi difeso da un’aggressione sessuale di Richard, e l’inchiesta gli dà ragione.
Nel 1958, dopo 33 anni di carcere, Nathan Leopold viene rilasciato sulla parola. Torna in libertà, scrive le sue memorie e si sposa. Un attacco di cuore se lo porta via che ha compiuto 66 anni. 

 

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