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La sede del governo thailandese è sempre assediata dai manifestanti decisi a rovesciarlo. Ma dopo un'altra giornata di scaramucce con la polizia a difesa del complesso, da dove gli agenti rispondono con lacrimogeni e oggi anche proiettili di gomma, a Bangkok permane uno stallo sia istituzionale sia sul campo. La premier Yingluck Shinawatra ha aperto la porta al negoziato rifiutando però di dimettersi.
Mentre il leader della protesta, l'ex vicepremier Suthep Thaugsuban, ha annunciato di voler "combattere fino alla morte". Sulla sua testa però pende ora un mandato di arresto per insurrezione. Gli scontri sono ripresi fin dalla mattinata di fronte al palazzo governativo, lungo un fronte di duecento metri che è stato teatro di provocazioni di manifestanti e reazioni della polizia fino a sera inoltrata.
Al contrario di ieri, in alcuni casi la polizia ha sparato proiettili di gomma per respingere gli attacchi più violenti, effettuati con molotov e altri petardi. Fonti mediche parlano di 98 feriti soprattutto per il lancio di lacrimogeni; ma si contano anche due persone ferite da arma da fuoco, in un incidente la cui dinamica è ancora da accertare.
Sabato sera, altre quattro persone erano morte in scontri tra anti-governativi e "camicie rosse" fedeli a Yingluck. Dopo essersi nascosta ieri in un luogo segreto per sfuggire ai manifestanti, oggi Yingluck - sorella dell'ex premier Thaksin Shinawatra che, sebbene in auto-esilio dal 2008, rimane odiato da questa piazza - è apparsa in tv ventilando l'ipotesi di uno scioglimento delle Camere, ribadendo di volere una via d'uscita dalla crisi "secondo quanto voluto dalla maggioranza del Paese".
Ma ha anche dichiarato incostituzionale l'idea di un "consiglio del popolo" nominato dall'alto da sostituirsi al governo, come proposto da Suthep.
Quanto all'ex vicepremier, che ieri sera aveva dato un ultimatum di due giorni a Yingluck nel primo incontro tra i due, il suo atteso comizio in serata si è limitato al consueto rinvio di qualche giorno della "vittoria" e alla solita arringa ai suoi sostenitori: a loro ha ordinato di concentrare domani i propri sforzi contro il quartier generale della polizia, che considera al soldo di Thaksin.
L'accusa di insurrezione a Suthep sarebbe punibile con la pena di morte o l'ergastolo. Va comunque tenuto conto che contro Suthep era già stato emesso un mandato d'arresto la settimana scorsa, senza che in seguito le autorità procedessero a metterlo in pratica.
Mentre sul campo sale la frustrazione per l'allungarsi dello stallo, la sensazione è che tutti attendano un evento dall'alto. Fomentando il campo nazionalista-monarchico con il suo slogan "estirpare il regime Thaksin", Suthep ha talmente alzato le aspettative che ora un passo indietro sarebbe vissuto come una sconfitta.
Yingluck, eletta trionfalmente due anni fa grazie ai voti della classe medio-bassa rurale, resiste ma appare indebolita. E l'esercito, autore di 18 colpi di Stato dal 1932 (l'ultimo contro Thaksin nel 2006), media tra le parti ma rimane una parte in causa legata a doppio filo all'establishment monarchico.