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La Corte civile thailandese ha ordinato oggi al governo di Yingluck Shinawatra di non usare la forza contro i manifestanti anti-governativi, all'indomani di scontri tra dimostranti e forze dell'ordine che hanno causato cinque morti e una settantina di feriti.
La decisione, arrivata dopo il ricorso dell'opposizione contro lo stato di emergenza in vigore a Bangkok e nelle province limitrofe da fine gennaio, rischia di limitare seriamente il margine di manovra dell'esecutivo di fronte a una protesta che insiste nel dichiararsi pacifica, nonostante diversi video e testimoni oculari abbiano evidenziato la presenza di uomini armati al suo interno.
I giudici non hanno revocato lo stato di emergenza, ma hanno ordinato al governo di limitare la sua applicazione, per esempio vietandogli di disperdere gli accampamenti dei manifestanti finché questi rimangono pacifici e senza armi.
La crisi politica ha causato finora 16 morti e quasi 700 feriti da fine novembre, senza che le due parti si siano avvicinate a un compromesso. Yingluck, ora premier ad interim dopo aver sciolto il Parlamento - e presumibilmente vinto le elezioni anticipate boicottate dall'opposizione - sembra accerchiata da un establishment militare e giudiziario la cui ostilità verso il fratello ed ex premier Thaksin Shinawatra è nota.
Dall'altra parte, il risentimento del movimento di protesta guidato dall'ex vicepremier Suthep Thaugsuban aumenta a ogni vittima, in una visione manichea in cui Yingluck è descritta come un "diavolo" da espellere dal Paese. Suthep chiede l'istituzione di un "Consiglio del popolo" nominato dagli ambienti monarchici, che approvi non meglio specificate riforme prima di tornare al voto.