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Un esercente indiano, oggi 35 enne, che nel 2008 aveva ingaggiato un sicario per uccidere il presunto amante della moglie, si è visto confermare dal Tribunale federale la condanna a 5 anni di carcere che gli aveva inflitto la giustizia ginevrina. Il sicario in realtà era un agente della polizia, che era stata avvertita delle intenzioni dell'indiano.
L'uomo, padre di tre figli, sospettando che la moglie intrattenesse una relazione con un giovane impiegato in uno dei suoi ristoranti, si era rivolto a un albanese per trovare un sicario disposto ad uccidere il "giovane concorrente" promettendo una ricompensa di 20'000 franchi. L'albanese però aveva allertato le forze dell'ordine, così che il sicario assoldato non era un vero killer ma un agente di polizia che si era camuffato. Alla consegna della somma pattuita l'uomo fu immediatamente arrestato.
L'indiano aveva fatto ricorso contro la condanna contestando il fatto che la giustizia ginevrina non aveva voluto interrogare un testimone di origine macedone, il quale avrebbe potuto confermare che lui aveva dato l'ordine di "far paura o di picchiare" il rivale in amore, ma non di eliminarlo.
Questa argomentazione è stata scartata dal Tribunale federale: affidandosi a intercettazioni telefoniche ha concluso che l'uomo aveva chiaramente manifestato l'intenzione di uccidere.
(Sentenza 6B_1066/2013 del 27 febbraio 2014)