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Il socioterapeuta accusato di aver abusato sessualmente di 33 bambini e giovani handicappati tra il 2000 e il 2010 è stato condannato oggi dal Tribunale regionale di Berna a tredici anni di reclusione e a misure terapeutiche in ambito stazionario. Non sarà invece condannato all'internamento.
Per il 57enne la procuratrice pubblica aveva chiesto, oltre alla pena detentiva massima di 15 anni, l'internamento. La difesa auspicava invece una condanna ad al massimo dieci anni di carcere sospesi a favore di una misura stazionaria.
L'uomo è stato riconosciuto colpevole in particolare di atti sessuali con persone incapaci di discernimento o inette a resistere e atti sessuali con fanciulli, con persone dipendenti e persone ricoverate.
In realtà gli abusi sono stati molti di più di quelli giudicati a Berna - 124 vittime in diversi istituti in Svizzera e nel sud della Germania in quasi 30 anni - ma sono andati in buona parte in prescrizione e non sono così stati oggetto del processo.
Il presidente della corte, Urs Herren, ha giudicato estremamente grave non solo il numero di abusi commessi, ma anche la durata degli atti criminali. Si è chiesto come l'uomo abbia potuto agire impunemente per decenni.
Il tribunale ha rinunciato a pronunciare l'internamento: Herren ha sostenuto che tutte le condizioni per una tale pena non sono riunite. L'internamento è l'ultima ratio, quando tutte le altre misure non bastano.
Il presidente ha precisato che la misura terapeutica istituzionale vale per una durata di cinque anni, ma può essere rinnovata. In assenza di risultati rimane l'opzione dell'internamento. I fatti commessi dal socioterapeuta sono gravissimi, ma l'uomo ha iniziato a rendersene conto, ha aggiunto Herren.
Il 57enne durante il processo si è scusato: "mi sono reso conto che le vittime soffriranno per il resto della loro vita per i miei abusi". Il difensore d'ufficio ha spiegato che il suo cliente dovrebbe senz'altro accettare la sentenza.
Dal canto suo il ministero pubblico non ha ancora deciso se farà ricorso. Nella sua arringa la procuratrice pubblica Erika Marti aveva parlato di un "caso superlativo", non solo per l'elevato numero di vittime ma anche per l'enorme numero di abusi, che si sono in parte verificati più volte al giorno.
Il difensore d'ufficio aveva ammesso che si tratta di un caso fuori dal comune che non lascia indifferente nemmeno lui. Poco prima dell'arresto il suo mandante "aveva perso ogni contatto con la realtà" e ha arrecato gravi danni alle vittime, aveva affermato.
Tuttavia il legale aveva chiesto una misura stazionaria, come raccomandato da una perizia secondo la quale una terapia è considerata promettente. Non ci sono le condizioni per un internamento, aveva aggiunto, sostenendo che la richiesta è motivata "dal comprensibilmente forte bisogno di vendetta". Non bisogna poi dimenticare, aveva sottolineato, che a differenza dell'internamento una misura stazionaria obbligherebbe l'imputato a riflettere sui suoi atti. Inoltre essa viene riesaminata ogni cinque anni.