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Clima da '8 settembre' nella base di Belbek, residuo bastione delle forze ucraine nella Crimea ormai annessa da Mosca, dove stamattina circa 250 fra soldati e civili hanno acceso un grande falò nella piazza d'armi per bruciare documenti, preparandosi evidentemente ad abbandonare l'installazione secondo l'ultimatum fissato ieri da unità russe e filorusse. Lo riferiscono all'agenzia italiana ANSA testimoni oculari, che affermano di aver sentito da diverse reclute frasi come questa: "Non vediamo l'ora di tornare a casa".
Nelle ultime ore la tensione era alle stelle a Belbek, l'aeroporto militare a qualche decina di chilometri da Sebastopoli, la 'capitale morale' della Crimea. I militari russi che assediano in forze la base, la A4515, hanno lanciato ieri un ultimatum ai soldati fedeli Kiev asserragliati all'interno. "Resa entro le 11 di stamane - le 10 in Svizzera - o partirà l'attacco", avevano riferito testimoni sul posto.
La base sorge nei pressi dell'omonimo scalo di Belbek: qui i notabili del governo di Kiev sono sempre sbarcati. Per rendere più veloce le arterie lungo le superstrade che collegano lo scalo con Simferopoli e Sebastopoli, "è stata sbancata una intera collina", spiegano gli anziani nei villaggi intorno.
Da settimane l'accesso alla base e all'aeroporto è impedito ai giornalisti e ai civili: un improvvisato checkpoint impedisce l'ingresso lungo la strada. Nella serata di ieri è stata oscurata la webcam piazzata nei pressi dell'ingresso della base dove in precedenza erano stati visti da testimoni almeno 12 blindati.
La postazione su cui sventola il vessillo celeste e giallo di Kiev è strategica per la nuova Repubblica di Crimea: garantire la sicurezza dello scalo potrebbe aprire la strada all'arrivo di importanti personalità, russe e straniere. Oltre a garantire una base d'appoggio per eventuali caccia e bombardieri.
Si rincorre il tam tam che l'operazione di "messa in sicurezza" di Belbek possa aprire i cancelli della Crimea alla visita di un pezzo da 90 come il presidente russo Vladimir Putin. Ma forse è solo il sogno di Sebastopoli, citata diverse volte da Putin nel suo discorso alla Duma russa. Nel quale, tuttavia, non ha mai proferito la parola "Simferopoli".