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Frutti e legumi "bio": consumatori denunciano, semi convenzionali
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I frutti e legumi venduti con l'etichetta "bio" non lo sono sempre al 100%. Una parte della produzione proviene da piante e semenze convenzionali. Questa situazione è insoddisfacente, secondo Bio Suisse, ma conforme alla legge, aggiunge da parte sua l'Ufficio federale dell'agricoltura (UFAG).

L'agricoltura bio, che ha generato un fatturato di 1,83 miliardi di franchi nel 2012, è vittima del suo successo: l'offerta non riesce sempre a soddisfare la domanda. In particolare per quanto concerne le piante e semenze bio, rilevano le riviste per consumatori "Saldo" e "Bon à savoir" pubblicate oggi.

Per rimediare a questo problema, i produttori bio possono utilizzare piante e semenze convenzionali dopo aver presentato una richiesta di deroga presso l'Istituto di ricerche dell'agricoltura biologica (FiBL), con sede a Frick, nel canton Argovia. Quando c'è troppo poca semenza bio o non ce n'è del tutto per alcune varietà di legumi, gli agricoltori non hanno neanche bisogno di un'autorizzazione.

Sono state depositate circa 1000 richieste l'anno scorso, ha confermato il FiBL, precisando che la domanda è obbligatoria quando la semenza bio esiste.

Per l'UFAG questa situazione è nota e legale. Ma aggiunge: su 6000 produttori bio che utilizzano semenze o piante per circa 20 tipi di legumi, sono state ricevute 1000 richieste di deroga, segno che l'approvvigionamento di materiale di base bio è "buono", valuta l'UFAG.

Bio Suisse lamenta da molto tempo la mancanza di semenze biologiche. L'organizzazione valuta che ciononostante l'utilizzo di semenze convenzionali ha solo un impatto minimo sul prodotto finale coltivato senza fertilizzanti chimici. L'organizzazione destina 100'000 franchi all'anno per migliorare la situazione.

Un cambiamento di politica nel settore potrebbe tuttavia essere indotto dall'UE. La Commissione europea vuole applicare una normativa più severa, esigendo che i prodotti etichettati come bio siano il frutto di semenze e piante bio. Una posizione non condivisa dall'UFAG, il quale ritiene che senza deroghe non sarà più possibile proporre ai consumatori tante varietà di prodotti biologici.

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