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Iran: anche i militari contro aperture culturali di Rohani
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In Iran anche le Forze armate sembrano voler ostacolare le aperture del presidente Hassan Rohani in campo culturale: in soli tre giorni vi sono state dichiarazioni di militari di spicco che vogliono giocare un ruolo nelle questioni legate alla cultura e quindi alle libertà intellettuali degli iraniani.

Puntando su un tema indicato come strategico nel discorso per il capodanno persiano fatto il mese scorso dalla Guida Suprema, Ali Khamenei, in particolare il capo delle Forze armate, generale maggiore Ataollah Salehi ha detto che "continueremo la nostra attiva presenza nei campi culturali".

Lo riferisce il sito della tv pubblica iraniana sintetizzando un discorso tenuto in vista della Giornata nazionale delle Forze armate di dopodomani.

L'esercito attualmente è attivo nei settori culturali e nel contrasto della "guerra morbida" condotta dai nemici della Repubblica Islamica, ha ricordato Salehi riferendosi implicitamente ai media e social network di cui dispone l'Occidente e che secondo Teheran sono pervasivi strumenti di manipolazione del pensiero.

Da ultimo l'altro ieri con il suo comandante Mohammad Ali Jafari, anche il potentissimo corpo militare d'elite dei Pasdaran aveva rivendicato un ruolo vitale non solo nella difesa dell'Iran ma anche nella sua economia e "cultura".

In particolare, Jafari aveva ricordato che l'ayatollah Khamenei in varie occasioni ha messo in guardia contro le "mosse ostili dei nemici ai danni dei valori culturali" della Repubblica Islamica sciita e "ha esortato le autorità ad affrontare la questione".

Le dichiarazioni si inseriscono in un flusso di prese di posizione analoghe formulate anche da parlamentari, religiosi e altri critici integralisti di Rohani, scagliatisi soprattutto contro le ipotesi di revoca dei bandi che oscurano reti sociali come Facebook e Twitter, finora accessibili solo con software pirata.

I fondamentalisti sostengono che l'Iran è ancora minacciato dalla "sedizione", un termine usato per indicare le proteste di piazza seguite nel 2009 alla rielezione del presidente Mahmud Ahmadinejad sospettata di brogli e all'origine della stretta contro i social network.

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