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Ucraina: i separatisti invocano l'annessione alla Russia
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All'indomani di un controverso referendum plebiscitario per l'indipendenza delle autoproclamate repubbliche popolari di Donetsk (89,7%) e di Lugansk (95,98%), le due regioni russofone dell'Ucraina orientale sembrano prendere strade diverse, senza peraltro tripudi di piazza.

La prima, sull'esempio della Crimea, chiede l'annessione alla Russia "per ristabilire la giustizia storica", escludendo però un'altra consultazione; la seconda invece si rivolge a Kiev suggerendo una riforma costituzionale per un Paese federale, come vorrebbe Mosca. Mentre Usa e Europa ribadiscono che non riconosceranno un referendum "illegittimo", il Cremlino concede una cauta apertura, affermando di rispettare "l'espressione della volontà popolare" e sottolineando "l'alta affluenza nonostante i tentativi di far fallire il voto", ma caldeggiando anche il dialogo diretto "tra i rappresentanti di Kiev, di Donetsk e di Lugansk", con la mediazione dell'Osce e lo stop dell'operazione militare. Posizione ribadita dal ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov, che non vede l'utilità di nuovi colloqui a quattro (Usa, Russia, Ue, Ucraina) perché "non si risolverà nulla senza la partecipazione degli oppositori al regime di Kiev al dialogo diretto sull'uscita dalla crisi".

È stato il presidente di turno dell'Osce, il presidente della Confederazione Didier Burkhalter, a sottolineare l'importante sfumatura della posizione della Russia, che "ha espresso rispetto ma non il riconoscimento del referendum". In effetti il Cremlino esita, con un atteggiamento ben diverso da quello risoluto visto in Crimea, nella consapevolezza che si tratta di situazioni ben diverse e che i rischi di una annessione sono forse troppo alti. Con il risultato del referendum, in fondo, Mosca ha già ottenuto un'ulteriore leva nel suo braccio di ferro con Kiev e l'Occidente.

Oltre a quella energetica, rispolverata oggi dal premier Medvedev, che ha ordinato di passare al pagamento anticipato delle forniture di gas, minacciando la chiusura dei rubinetti dal 3 giugno: in fondo, ha ricordato, ora Kiev ha i soldi per pagare il suo debito dopo l'arrivo della prima tranche di oltre 3 miliardi di dollari del prestito del Fmi.

L'Occidente oggi ha fatto fronte comune contro il referendum indipendentista, allineandosi al presidente ucraino ad interim Oleksandr Turcinov, secondo cui si tratta di una "farsa di propaganda" senza effetti giuridici, con una partecipazione tra il 24% e il 32%. Per contestarne la legittimità sono scesi in campo la Casa Bianca, il Consiglio dei ministri degli Esteri europei - che ha esteso la lista delle sanzioni a 13 russi o filorussi - il presidente dell'Ue Herman Van Rompuy, che da Kiev ha minacciato ulteriori sanzioni contro la Russia in mancanza di una de-escalation, la cancelliera tedesca Angela Merkel, che vuole comunque "una soluzione pacifica e diplomatica".

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